Bijoy Jain nel suo studio di Mumbai. - Credits: Ph. Nicola Carignani
Bijoy Jain interviene con dei fili imbevuti di colore, su un’opera. - Credits: Ph. Nicola Carignani
Alcuni modelli di architettura. - Credits: Ph. Nicola Carignani
Nell’atelier dello studio, sul ballatoio quattro dipinti in carta, calce e pigmenti. Sul muro sotto, Karvi panels, opere in bambù intrecciato, calce e terra. - Credits: Ph. Nicola Carignani
A sinistra, prototipi di mobili in palissandro marmo e paglia intrecciata. In secondo piano, struttura in bamboo, modello di Tazia, e Tar pieces, sculture in asfalto. A destra, la scala che conduce agli uffici. Sui muri opere realizzate in bamboo, calce e sterco di mucca. A terra, contenitori utilizzati per impastare i pigmenti. - Credits: Ph. Nicola Carignani
La corte interna a cielo aperto su cui affacciano l’atelier del piano terreno e gli uffici del piano superiore. A terra, mattoni e alcuni materiali di studio della tradizione indiana. - Credits: Ph. Nicola Carignani
Vista dell’atelier dagli uffici. Appeso in alto a sinistra, un modello di Tazia: una struttura realizzata interamente a mano in bamboo e foglia d’oro, comunemente usata nelle processioni religiose indiane. - Credits: Ph. Nicola Carignani
Storytelling

Bijoy Jain: “L’architettura è un mezzo attraverso cui esprimo il lavoro”

Inizio la mia corsa in taxi attraverso Mumbai, come uno squarcio lungo la città. Un flusso perpetuo di gente in questo caos, dolce e dignitoso, con tutti i suoi controsensi e con quell’odore unico di cibi, spezie e incensi, che è come un continuo alito invadente.

In un’ora di macchina lungo la megalopoli sconfinata divento parte della linea convulsa del traffico fatto di piccoli taxi e sgangherati autobus, carretti manovrati da personaggi tanto forti quanto esili. Mi perdo in un panorama di baracche, mucchi di negozietti, giardini polverosi e bivi accalcati di gente scalza, vacche per le strade che si mescolano a strati infiniti di folla. Proseguo, un quartiere dopo l’altro, tra palazzine residenziali lussuose, molte sono invecchiate subito a causa dell’umidità tropicale, un lungomare lunghissimo, bottegucce e cibi colorati, e davanti il vortice della gente coi turbanti attorcigliati sulle più belle chiome, nere e ondulate, del mondo, e poi ancora caprette, vacche e risciò. Arrivo a destinazione e, attraversato il misterioso portone di ferro nero, entro in un’oasi di pace, silenzio e candore, un vicolo immerso nel verde sul quale si affacciano la sua casa e quelle di alcuni amici che abitano lì. In fondo al percorso si trova lo Studio Mumbai, il posto più “bello” che ho visto da quando sono arrivata in India, anzi forse l’unico posto che può dirsi “bello”, naturalmente nel senso occidentale di questa parola.

Bijoy Jain, dopo essersi laureato in architettura alla Washington University, e aver lavorato per diversi anni a Los Angeles nello studio di Richard Meier, e poi a Londra, nel 2005 ha fondato Studio Mumbai: un’infrastruttura umana di abili artigiani e architetti che progettano e costruiscono direttamente. Con il recupero della perizia artigianale, riporta l’architettura ad essere anzitutto espressione colta e sapiente del lavoro umano, ricercando un rapporto con la memoria del luogo, ma usando un linguaggio contemporaneo. Questo gruppo condivide un processo interattivo in cui le idee vengono esplorate attraverso la produzione di modelli, studi sui materiali e un’ingegnosità derivante da risorse limitate, in cui l’essenza sta nel rapporto tra terra e architettura.

La sua assistente mi avverte che Bijoy ha finito di fare yoga e mi aspetta a casa sua per l’intervista. È un uomo affascinante, bruno di pelle, alto, asciutto, con l’occhio intelligente di chi, dove guarda, “vede”. Inizio l’intervista bevendo una tisana allo zenzero, pensando ingenuamente che avremmo parlato di architettura e di India, per poi scoprire che a questi due argomenti, oggi, lui non è interessato. Soltanto un po’ alla volta, durante la nostra conversazione mi abituo a questa sua libera scelta dello strumento creativo che, se da una parte dà un senso come di gratuità a ogni mezzo progettuale, dall’altra è così ricca di spirito artistico puro. Così la sua creatività che è astratta e filosofica in teoria, in realtà è totalmente pratica: è un modo di vivere.

Che competenze ha chi lavora nello studio?

Ci sono falegnami, giovani studenti di architettura, architetti laureati, muratori, qualche artista, in tutto siamo una trentina. L’evoluzione è continua, non c’è niente di fisso, non facciamo quello che abbiamo fatto tre settimane fa o l’anno scorso. Non sono tanto interessato al progetto, quanto allo sviluppo delle idee e alla ricerca.

Così facendo il tuo approccio è sempre integro, ma come si combina con le esigenze dei clienti?

È diverso lo spirito e come affronto il processo, l’ideologia rimane uguale. Io lavoro su ciò che mi interessa, senza uno scopo preciso; poi succede che arriva qualcuno in studio, apprezza, e si avvicina a come stiamo elaborando una ricerca. Spesso ciò che ho in testa e che sto sviluppando come esercizio a sé, trova un punto di incontro con quello che sta fuori di qui, e quando questo succede nasce una committenza, che si basa sempre su una buona relazione. Ciò che è fuori da quel punto di incontro, non deve essere percorso. Una posizione molto forte perché ci sono momenti in cui si hanno progetti e questi non possono essere realizzati; ma non importa perché per me esistono ugualmente. Le cose non avvengono per il cliente, vivono per me, il mio sviluppo continua indipendentemente dal fatto che ci sia una committenza o meno, io devo sentirmi sempre libero. Ovviamente nel processo di interazione le cose si evolvono, ma resto sempre vicino alla mia motivazione, a costo di rinunciare al cliente. Finché posso, cerco di fare per me stesso.

Non è una posizione egoista o egocentrica?

Spero di no, per me è una necessità. Devo salvaguardare la mia curiosità, è ciò che mi rende... non voglio usare la parola felice, ma è ciò che mi tiene in movimento, è una scelta personale. Sono contento di muovermi di materiale in materiale, dall’arredamento, agli oggetti, fino alla pittura... Ho fatto una promessa a me stesso: per me lo Studio Mumbai rappresenta veramente la mia essenza più profonda, un luogo dove posso avere un rapporto con le cose di cui faccio esperienza e nel quale posso pensare, non semplicemente assolvere a un compito professionale. Si deve iniziare prima da se stessi e poi si può condividere. Se per prima cosa si pensa agli altri, poi mancano le basi per creare. Non funziona quasi mai.

Come sei arrivato a costruire edifici?

L’architettura è un mezzo attraverso cui esprimo il lavoro, non l’interesse della mia anima o la mia motivazione primaria. Ciò che mi ha portato a questo ha molto a che fare con l’infanzia e con i viaggi che facevo con i miei genitori attraverso l’India. Tutti i posti che ho visitato mi hanno influenzato: le tradizioni, l’uso di certi materiali naturali... Ma per me l’architettura non è al centro di tutto, ho bisogno di esplorare altri mezzi di espressione, come il disegno, la pittura o la fotografia e in qualche modo tutto questo è connesso con la mia professione di architetto. Quello che ho scoperto era qualcosa che viveva già in me: la relazione con gli spazi, è ciò per cui ho sempre avuto una tensione. Ho capito con il tempo che serve un punto fisso su cui concentrarsi per essere in grado di osservare qualcosa di completamente diverso, perché in questo modo si è liberi da entrambi e si acquisisce lucidità. Non è un modo centrico di pensare all’architettura. Nella mia famiglia sono tutti medici e io volevo fare qualcosa di diverso, l’architettura è arrivata in modo molto naturale e mi piaceva molto scoprirla, mi dava la possibilità di immaginare il mondo che abitiamo. Non ho pianificato nulla, come adesso con il lavoro, le cose sembra che capitino da sole, in realtà sono sempre io che le faccio accadere, sono il punto di riferimento.

Una visione rinascimentale.

Proprio così. Sono curioso nel senso classico del termine. Gli artisti di quel tempo, non erano rigidi, erano in grado di dipingere, disegnare, avevano competenze scientifiche, di letteratura e di architettura. Tutto era parte dello stesso flusso di conoscenza, non c’era un confine tra i diversi mezzi e questo approccio mi rappresenta molto, come mi interessa l’Uomo Vitruviano. Esaminare il corpo umano, studiare i suoi movimenti, come si muove nello spazio, è fondamentale, per esempio, quando si progetta un arredo o un ambiente.

Se fossi nominato curatore della prossima Biennale di Architettura, che titolo le daresti?

“Tradizioni”: è un tema su cui sto lavorando ora. Intendo la capacità di comunicare, lo studio di come certe informazioni vengono trasmesse di generazione in generazione e da una civiltà all’altra. Sarei curioso di sapere come si potrebbe tramandare la nostra tradizione a una cultura futura ancora in formazione.

Oggi su cosa stai lavorando?

Abbiamo due cantieri nel sud della Francia, e uno in Giappone. A dicembre inauguro una personale alla Chemould Prescott Road Gallery di Mumbai e, senza fretta, aprirò la base italiana di Studio Mumbai a Milano da Assab One, la galleria di Elena Quarestani.

Ti prendi sempre tutto il tempo necessario per fare le cose, ti senti mai sotto pressione?

Provo a credere di non esserlo, ma la forza di gravità è pressione: non puoi sfuggirle. Il tempo di cui parli è quello di cui ho bisogno per osservare le azioni che sono state fatte e dove hanno portato, ho sempre bisogno di questo tipo di riflessione nel processo di lavoro.

I tuoi clienti lo apprezzano?

Non hanno scelta.

Avere molto tempo per pensare è un grande lusso.

No, effettivamente non lo è. Bisogna sempre lottare per ottenerlo, ma non con qualcun altro, con se stessi.

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