Nella sala comune, Lorenzo Romagnoli, che coordina la Casa Jasmina, con Jasmina e Bruce. Il tavolo da pranzo è di Opendesk, servizio open source per la realizzazione di arredi - Credits: Ph. James Mollison
Storytelling

Dialoghi al futuro: alla scoperta di Casa Jasmina

Bruce Sterling ci accoglie in una splendida sera torinese quasi estiva nella cornice un po’ industriale e un po’ brutale – l’esatto punto in cui l’abbandono si trasforma in riuso – dello spazio di coworking Toolbox, un vero e proprio centro di interscambio tra la cultura dei makers e la vita reale dei nuovi professionisti, dei nuovi imprenditori, dei nuovi consulenti.

Una no-property land nella quale ogni giorno centinaia di persone passano la propria vita lavorativa, ma anche il primo centro di Arduino e primo Fablab italiano, ovvero, uno dei tanti laboratori aperti, proliferati negli ultimi anni in giro per il mondo, ai quali chiunque può accedere per realizzare svariate lavorazioni digitali.

Sterling ha una sessantina d’anni ed è uno scrittore di fantascienza che negli anni 80 ha immaginato il nostro presente-futuro coniando il termine cyberpunk e cyberspazio, e pubblicando innumerevoli romanzi racconti e testi con compagni di viaggio come William Gibson e altri. Da molto tempo, insieme alla moglie Jasmina Tešanović, attivista e scrittrice serba, si è trasferito a Torino. Da qualche mese ha inaugurato un progetto d’artista chiamato Casa Jasmina, che guarda il complesso ex-industriale da qualche metro più in alto, al primo piano, ed è la sola unità abitativa in un alveare di uffici.

Bruce è un appassionato cultore del pensiero progettuale e insegna in diverse scuole di design internazionali: Casa Jasmina si dispone longitudinalmente con una serie di ambienti limitrofi – sala da pranzo, cucina, camere, terrazzo – nel quale tutto ciò che si vede segue la filosofia del design condiviso e aperto a tutti, meglio detto open source. Poco prima di cominciare la conversazione mi rendo conto che Casa Jasmina è un pezzo di finzione letteraria tramutato in spazio architettonico, una vera e propria produzione di realtà, ma anche un appartamento dove i confini tra pubblico e privato sono costantemente messi in discussione. Per un disguido dell’ultimo momento non c’è Jasmina, che è la vera raison d’etre, oltre che l’ispirazione onomastica, di questo spazio. Così esordisco chiedendo a Bruce di fare il romanziere, e rispondermi come se lei fosse qui. Perché Casa Jasmina si chiama così, Jasmina? «Perché io sono una femminista, da sempre, ho partecipato ai primi movimenti femministi nella Jugoslavia di Tito. Ma sono anche un’attivista interessata alle interazioni politiche e al miglioramento della società. E un’intellettuale preoccupata delle forme», prosegue Bruce in modalità “Jasmina”, mentre mi accompagna fino al fondo dell’appartamento dove svetta un poster sui cui c’è scritto The Internet of Women Things, «Perciò questa è una casa-Donna, che permette diversi livelli di connessione e riconnessione a valori femministi».

La maggior parte dell’arredamento – ma non tutto – è stato “tagliato” con macchine e stampanti 3D, e il materiale dominante è il legno. Per il resto Casa Jasmina è un vero spazio domestico, persino approvato dalle regolamentazioni burocratiche.

In quello che un tempo era un piano rialzato industriale ora ci sono letti, divani, tavoli, tv, termosifoni, sanitari. Ma ogni dettaglio – sui muri, negli angoli tutt’altro che smussati dei pavimenti – ricorda il passato ben presente di ciò che era stato un tempo.

Dove siamo, esattamente?

A differenza del Fablab, abbiamo tre obiettivi per questo spazio torinese: abbiamo voluto che fosse un posto dove sperimentare scenari di design e social. Non facciamo mobili e non creiamo attrezzature. Volevamo che fosse un posto dove i nostri ospiti potessero pernottare, come una sorta di residence dell’arte. La terza cosa, volevamo che fosse uno spazio pubblico.

Uno spazio privato, pubblico.

Quello che cerca di essere, inserito in un contesto come questo, è una casa. Una casa di “design fiction”, come spiego in Shaping Things, libro del 2005 che analizza i nuovi modi di progettare e di produrre oggetti; la casa è un set di scenari per raccontare gli esiti possibili del design. Qui tutti gli arredamenti sono disposti in modo tale da farla sembrare una casa privata, ma non è così. Abbiamo una camera per bambini ma senza bambini, sono immaginari... (ride).

Hai figli?

Sì. Ma sono belli cresciuti. Se vivessero qui, starebbero nelle stanze da letto come qualsiasi altro ospite. Il punto è che qui abbiamo “bambini immaginari”, perché cerchiamo di ricreare l’atmosfera di un normale ambiente domestico. A differenza del Fablab, comunque, non abbiamo nulla nella stanze con cui potrebbero farsi male.

Bruce Sterling con la moglie Jasmina Tešanovic, attivista e scrittrice serba, alla quale è dedicato il progetto di Casa Jasmina - Credits: Ph. James Mollison
Alcuni ingranaggi stampati in 3D nella vicina officina digitale Fablab Torino - Credits: Ph. James Mollison
La sala per talk e incontri - Credits: Ph. James Mollison
La cucina condivisa di Casa Jasmina. La struttura aperta consente una completa personalizza- zione dell’ambiente, per rispondere al meglio alle esigenze degli ospiti e dei vicini coworker - Credits: Ph. James Mollison
A sinistra, la Good Night lamp, uno dei prodotti di design indipendente legati al progetto Internet of Things che popolano la casa. Gli oggetti dialo- gano tramite rete Wi-fi. A destra, un macchinario computerizzato del Fablab Torino, l’officina open source adiacente alla foresteria che offre servizi di fabbricazione e progettazione digitale - Credits: Ph. James Mollison

Dove tutto è pericoloso?

Be’, il Fablab è una fabbrica, in senso lato. C’è la tentazione di prendere tutte le cose che sono lì e metterle qua, ma la nostra linea è di mantenere questi requisiti casalinghi, in modo da far funzionare l’atmosfera. La cosa, credo, abbia funzionato molto bene perché prima di avere questa casa le persone che abitano in questo edificio non si sentivano a proprio agio insieme. In questo spazio puoi prenderti un ca è o un bicchiere di vino, non è come gli altri nostri uffci o il Fablab, che odorano di laser e limatura, colla e polvere. Anche se dal punto di vista dell’utilizzo non è diverso dal resto dell’edificio, che stiamo rinnovando pezzo per pezzo, aggiungendo spazi che siano strumenti di lavoro. Abbiamo ricevuto alcune sponsorizzazioni da diverse aziende che hanno capito lo spirito di Casa Jasmina, come ad esempio Valcucine, che ci ha fornito la cucina, realizzata a Milano per noi e che sicuramente non avremmo potuto costruire da soli. Ma molte cose sono fatte anche da noi.

Come definiresti il ruolo di Casa Jasmina all’interno del coworking Toolbox?

Come uno spazio che ha aiutato a sciogliere alcune tensioni, quelle tipiche di un luogo dove si produce, proprio in virtù della sua natura intima, aperta e malleabile.

C’è qualcuno che la gestisce? E come reagiscono coloro che ci passano la notte o vivono lì per un po’?

Sì, c’è Lorenzo, coder e “manager” della casa, ma noi siamo ancora molto presenti. Per adesso il tipo di persone che ha attratto Casa Jasmina gravita molto intorno al baricentro artistico, al sistema dell’arte. È davvero percepita come un progetto artistico. Quindi a visitarla vengono persone che appartengono a quel mondo. Ma quando noi faremo un passo indietro cambierà anche la popolazione della casa, com’è giusto che sia.

La vostra ricerca ruota intorno al concetto di “Internet delle cose”. Che cosa significa?

È uno slogan, che serve per dare una bandiera unificatrice e pacifica a un movimento di idee e azioni che corrisponde in realtà a un’epica, complessa e ampia lotta industriale, il cui scopo è sovvertire il controllo cibernetico della Proprietà.

E come si inserisce il progetto Casa Jasmina in questa lotta?

Una candela. Abbiamo acceso una candela o due. D’altronde è meglio accendere una candela che maledire l’oscurità.

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