L’angolo lettura. Poltroncina Plywood Group Lcw di Charles & Ray Eames per Vitra, accanto a sedia e sgabello di design scandinavo; tappeto Parallel Brain progettato da Michael Young. - Credits: Foto: Christoph Theurer
Gli esperimenti del designer inglese si affollano sul tavolo del laboratorio, circondato dalle sedie Déjà-vu progettate da Naoto Fukasawa per Magis. - Credits: Foto: Christoph Theurer
Un ritratto di Michael Young con il suo tappeto Parallel Brain. - Credits: Foto: Christoph Theurer
La camera degli ospiti non ha pareti: il letto è all’interno di una tenda da campeggio comprata in previsione di un viaggio sull’Himalaya mai avvenuto. - Credits: Foto: Christoph Theurer
Storytelling

A casa di Michael Young

A differenza di quel che forse si immagina, Michael Young non è un pignolo funzionario dell’industrial designer. Nato in Gran Bretagna e stabilitosi a Hong Kong, Young è sempre in movimento e ha una predilezione per l’anarchismo dei creativi itineranti e delle rockstar.

E così, il loft di Bruxelles, ribattezzato casa “part-time”, non è il luogo di una perfezionistica estetica, bensì «una discarica, dove lascio le mie cose mentre sono in viaggio» dice, aggirandosi per le stanze open space piene di reliquie personali. «Qui ci sono tutte le mie cose più strane».

Con i soffitti di travi in legno grezzo, le pareti bianche e i pavimenti in cemento neri, l’interno di questo ex birrificio riconvertito è architettonicamente puro come una galleria d’arte contemporanea, ma Young – stanco di Londra e trasferitosi a Bruxelles su invito di un collezionista delle sue opere che aveva acquistato il resto dell’edificio – ha destinato il suo nuovo appartamento a deposito per la vasta e originale collezione di souvenir messa insieme nel corso della sua vita errabonda.

«Questo posto non l’ho mai veramente finito; anzi, non l’ho mai neanche cominciato», dice. «Per me era un rifugio sul continente, una base da utilizzare tra un viaggio e l’altro. Qui non ricevo clienti. Non ho mai pensato di dare a questo spazio una forma organizzata. È solo un posto per lavorare, meditare e raccogliere cose che mi piacciono». Come luogo di meditazione, assomiglia a un caleidoscopio di idee legate alle sue passioni più che a un santuario zen. «Colleziono soltanto oggetti dotati di una materialità particolare o realizzati con speciali abilità» dice Young.

Nel tour del suo covo belga incontriamo, stando al suo inventario, una sella per bici di Ai Weiwei, la corazza da samurai di un militare d’alto grado, i caotici scarabocchi senza cornice di uno street artist islandese, un copricapo Sioux con piume d’aquila, un calzascarpe trovato sull’Etna, una sedia dal Monte Fuji, una targa “Not Married” per commemorare il suo divorzio, vecchi sex toys, bicchieri di vetro azzurro rubati in un ristorante di Milano e attrezzature per fare alpinismo, snowboard e skate.

Invece di chiudere parte di questo ex spazio industriale, Young ha adibito a stanze degli ospiti alcune tende acquistate per un viaggio tra colleghi sull’Himalaya: «Le avevamo montate nello studio, esercitandoci a pisciare nelle bottiglie e di più», racconta «alla fine non siamo partiti». Altri cimeli evocano la sua passione per la musica. Ci sono foto di Syd Barrett e Neil Young, cover dei Joy Division, un poster dei Mötorhead e scaffali pieni di libri di musica («li ho presi quando ero ancora abbastanza calmo per poter leggere»). «Adoro i musicisti che hanno uno stile di vita estremo e riescono a cavarsela, come i designer non possono neanche sognare di fare» dice, mestamente. Non si creda, però, che Young non ci abbia provato. A una parete è appesa una maglietta che gli è valsa il licenziamento: “100% Bullocks” c’è scritto. L’ha indossata come divisa in occasione dell’edizione giapponese della fiera 100% Design, e l’imprecazione è stata capita troppo tardi.

La zona studio del loft, invece, è piena di prototipi e esperimenti: le lampade Iittala rimaste alla fase beta, un orologio in edizione limitata fatto di banconote piegate, i bicchieri Chelsea Boy per Wonderglass in memoria di James Irvine, una serie di modelli di biciclette, una prima prova della sua sedia 4A in alluminio riciclato e, accanto, la versione finale, la sua scultura d’alluminio Zipte Link, e, ai lati, i suoi scaffali Bayer di metallo piegato. Qui si trova anche l’unico esemplare della sua celeberrima Stick Light (per Tom Dixon) che non sia esposto in un museo, ma Young dichiara, sospirando: «Preferisco circondarmi di pezzi di design di altri. La società non concede più ai designer il lusso della grazia e della contemplazione». Il mondo della produzione moderna, sempre di fretta, costringe il designer a saltare da un progetto all’altro, volando nella stessa settimana a Hong Kong e a Londra, per tornare a Bruxelles e poi Miami.

«Si pensa che il successo consista nel lavorare dappertutto, ma poi ci si rende conto di essere completamente fregati, perché non si può vivere così». A 52 anni Young sta rivedendo i suoi piani: sta ingaggiando per la prima volta un business manager da quando, nel 1992, ha fatto la sua apparizione sulla scena del design; sta aprendo uno studio a Shenzhen per lavorare con le aziende locali e si dedica a progetti che rivitalizzano arti e pratiche pluri-secolari o includono materiali riciclati. Si entusiasma quando parla della sua nuova collaborazione con la Sorrel Foundation per insegnare agli studenti inglesi più svantaggiati che la creatività «è uno strumento di sopravvivenza», come testimonia la sua storia personale. E personali sono gli obiettivi più radicali di questo industrial designer. «Ho dei figli», dice Young meditabondo. «Voglio comprare una casa in Nuova Zelanda, su una spiaggia, farmi crescere la barba e lasciar emergere la vera eccentricità. Ho intenzione di coltivare il mio orto. È il momento di cambiare».