Scultura di Karl Zahn, tavolo e divano di Dimorestudio, sculture in ceramica e sgabelli di Alex Reed, credenza di Neri & Hu per De La Espada, lampadario di Eric Roinestad, specchio di Pinch e applique di Tristan Auer per Veronese. - Credits: Foto: Jason Schimidt
Le vetrate della villa, sulle colline di Beverly Hills, incorniciano le stanze che si snodano intorno alla piscina. Sul tappeto di Shore Rugs, tavolino e scultura di May Furniture; le lampade sono di Flos. Foto: Jason Schmidt - Credits: Foto: Jason Schimidt
Storytelling

Casa Perfect

Sarà un lapsus, sarà la memoria musicale che ormai è divenuta inconscio, ma quando David Alhadeff parla di sé dice proprio così, «I am in trap between beauty and craziness», sono in una trappola di bellezza e pazzia. E lo dice passeggiando nella casa, di cui oggi è inquilino d’eccellenza, dove Elvis Presley ha vissuto dal 1967 al 1973, gli anni del “grande ritorno”, e dove ha composto un capolavoro come Suspicious Minds, canzone culto di Quentin Tarantino, anche nella colonna sonora di C’era una volta a... Hollywood. «We’re caught in a trap», cantava The King, e la trappola allora era una passione che neppure la mente più gelosa poteva spegnere.

Oggi la trappola altrettanto seducente è quella di una villa, capolavoro del modernismo californiano, disegnata nel 1958 da Rex Lotery, che David Alhadeff ha trasformato in una casa-galleria, Casa Perfect, nuova tappa di The Future Perfect, il progetto nomade con cui da 16 anni questo splendido 40enne promuove il design americano (e ormai anche europeo) contemporaneo. Qualche nome? Lindsey Adelman, Jason Miller, Reinaldo Sanguino, Kristin Victoria Baron, Chris Wolston.

Nomade è la parola chiave per raccontare la storia di Alhadeff, nato a Seattle e in fuga a New York nel 1996, proprio mentre la sua città saliva alla ribalta della musica grunge. Ma forse erano altre le frequenze a cui il ragazzo era sensibile, e altri i temi che lo hanno spinto, studi di economia e comunicazione in tasca, a interessarsi da autodidatta illuminato al design americano di ultima generazione, «in un periodo in cui nessuno lo voleva, né tanto meno lo sosteneva, e neppure pensava esistesse. Invece bastava vivere a Williamsburg, il quartiere allora più vitale di Brooklyn, per capire quanto l’opinione fosse errata. Naturalmente mi hanno dato del pazzo quando nel 2003 ho fondato The Future Perfect, e adesso, eccomi qui», racconta David, godendosi l’ombra della veranda dove un tempo ha mosso i primi passi Lisa Marie Presley.

The Future Perfect esordisce ufficialmente nel 2009 a New York, con uno spazio sulla Great Jones Street, accanto a quello che un tempo era lo studio di Jean Michel Basquiat. Quattro anni dopo raddoppia sulla West Coast, a San Francisco, e nel 2017 approda a Los Angeles, primo esperimento “in casa”, perfezionato nel 2018 tra le mura dell’indirizzo attuale. Perché una casa, proprio a Los Angeles? «Proprio perché siamo a Los Angeles e perché tutti qui vanno in macchina e non si fermano davanti a nulla. A LA tutto è una destination, persino il dentifricio. Ne hai bisogno, prendi la macchina e vai a comprarlo. Allora mi sono inventato una destinazione speciale anche per vedere le nostre collezioni», continua David. E anche questa volta ha avuto ragione. Si prende appuntamento, si sale in macchina, direzione Beverly Hills, e dopo qualche tornante – il tempo di scoprire che anche Ray Charles, Frank Sinatra e Groucho Marx vivevano qui – si parcheggia comodamente e si entra. Tra le pareti chiare, sulle quali corrono i riverberi di una piscina in stile Hockney, splendono gli arredi, molti pezzi unici o in serie limitate, che si alternano negli ambienti della dimora come in una vera galleria. Nessun dubbio che le luci di Michael Anastassiades, gli sgabelli di Reinaldo Sanguino, gli specchi di Bower Studios, i puff con i tessuti di Martyn Thompson, i divani di Dimoremilano sarebbero piaciuti anche a Elvis per la loro energia, per quella piacevolezza giocosa, “playfulness” dice David, così autenticamente americana. Mai vista una trappola nella quale siamo più felici di cadere.