Gian Arturo Ferrari nel salone di Casa Rustici, dove abita. Ferrari è stato ed è tra i protagonisti dell’editoria italiana, grazie alla pluridecennale direzione della Divisione libri Mondadori e all’attuale vicepresidenza della Mondadori libri, la società che raggruppa le attività librarie del gruppo - Credits: Paola Pansini
Storytelling

Casa Rustici, un’icona del ‘900 raccontata da Gian Arturo Ferrari

Seduti su due poltrone vicino a una finestra, mentre altri in un volume accanto si muovono incasellati in un’altra sezione di telaio, un po’ di parole nella casa di Gian Arturo Ferrari. Non proprio una casa qualsiasi: un’icona del ’900, un manifesto, Casa Rustici progettata da Pietro Lingeri e Giuseppe Terragni.

Nel colloquio, scopro un abitante consapevole e complice. Abitare nel progetto di Terragni, nel modo in cui vi abita Gian Arturo Ferrari, appare come un vero e proprio confronto tra figure pensanti. La casa e l’abitante si studiano a vicenda, si misurano.

Gian Arturo Ferrari parla di Terragni con la disinvoltura di uno storico e di un conoscitore: sa tutto sulla sua vita di architetto. Si parla diffusamente di umanità; un’umanità profonda, di persone speciali che segnano il loro tempo, che lo vogliono capire, carpire e cambiare. Un incontro, quello tra GAF e GT, che si perfeziona nel tempo. Un’empatia tra identità che ancora si cercano per riconoscersi in una cultura e precisare un’appartenenza.

«Sono stati Le Corbusier e Bruno Zevi a costruire il mito di Terragni», dice Gian Arturo Ferrari, «persone che hanno capito e amplificato quell’intelligenza che ha saputo piegare i paradigmi razionalisti e moderni a un livello ancora più puro ed emblematico. La lucidità di Terragni è spazio platonico, ma concreto». Tafuri ne traccia il profilo “amorale” nel suo testo Il soggetto e la maschera. Una introduzione a Giuseppe Terragni: amorale nel senso dell’astrazione acritica della lingua, che lo allontana dagli ideologi dell’epoca.

Si rinuncia alla volontà di forma nascondendola dietro una maschera, fatta di puro spazio e di elementi primi: aste, telai, superfici che in diverse modalità si addensano nel vuoto in stadi linguistici più o meno definiti di una scrittura pura e quasi digitale. E in questi spazi ci si muove come in assenza di forza di gravità, perché è la tensione tra i segni a costruire lo spazio. È come cercare un vincolo in assenza di gravità.

Terragni disegnava su carta millimetrata, su reticoli; come Bramante scavava la materia ricercando il vuoto, l’architetto di Casa Rustici cerca attrito in un reticolo: una resistenza per non volare via. La sua è un’architettura pensante, che ha trasformato il movimento moderno e la retorica fascista in una rappresentazione personale: logico sino all’estremo, lirico per natura, trasforma la realtà con spirito nuovo. Un futurismo pudico di aria e luce, di storia e continuità, intimo con l’origine dello spazio, cioè con l’architettura stessa.

A sinistra, le librerie che ornano la casa. In primo piano il n. 102 di Domus del 1936, con un articolo dedicato da Gio Ponti a Casa rustici, custodito dal padrone di casa. A destra il corridoio-ponte che collega la zona giorno alla zona notte, visto dall’interno - Credits: Paola Pansini
Due dettagli della copertura in vetrocemento della scalinata d’accesso all’atrio - Credits: Paola Pansini
A sinistra, l’ampio ingresso cilindrico caratterizzato da originali porte scorrevoli arcuate, che introducono nel living. A destra, un angolo della zona giorno; in primo piano, il tavolo Doge disegnato da Carlo Scarpa con il piano in cristallo (Cassina), circondato da poltroncine “chiavarina” vintage con braccioli, in legno tornito e paglia - Credits: Paola Pansini
A sinistra, il mobile-bar, in radica e vetro ricostruito dall’architetto Federica Zanuso in base a una foto originale. A destra, sul camino originale disegnato da Terragni, un calco della testa di igea, dea della salute nella mitologia greca; l’originale di questa scultura è esposto al Museo Archeologico di Atene - Credits: Paola Pansini

Una cartella nella biblioteca di Gian Arturo Ferrari raccoglie articoli sulla Casa Rustici. Raccoglie tutto su Terragni e tutto ciò che è stato scritto o che ha scritto. «Era impacciato nella scrittura», dice Ferrari. «Almeno in quello», penso io. Tra gli articoli, me ne mostra uno di Gio Ponti sul numero 102 di Domus del giugno del ’36, intriso di propaganda come era d’uso: propaganda per l’architettura, per la nuova felice libertà proposta dal movimento moderno; la possibilità di emanciparsi con nuovi materiali, nuove intenzioni, sempre un po’ da giustificare e da rendere comprensibili in una didattica per divulgare un’idea nuova. Parlare di cose nuove non è facile.

La casa è parte di una collezione personale lentamente archiviata e custodita, incontrata casualmente ma poi amata e accudita. Il disegno di un’identità si perfeziona nel tempo e le case sono sedimento di pensieri e teatro del quotidiano, sono una ricerca continua di contatto con la realtà.
 Nel ’22 Le Corbusier porta con l’immeuble villa il tema dello spazio aperto in altezza e poi nel ’29 sugli Champs-Élysée con la Villa De Beistegui sul tetto di un palazzo, inaugura nuove tipologie urbane spaesanti, che vogliono aprire i cortili della città ottocentesca. Poi la V Triennale a Milano quella del ’33, porta dal Nord Europa gli effetti dell’industria sulle costruzioni e lo spirito del movimento moderno. E così, il clima milanese degli anni 30 è effervescente: Lingeri introduce Terragni nel circolo di artisti e committenti che frequentano la galleria Il Milione e con lui realizza alcune case a Milano.

Contemporaneamente Terragni porta avanti la sua “basilica”, la Casa del Fascio, e lo splendido Asilo Sant’Elia, la cui impostazione, rispetto al lotto trapezoidale, è identica a questa di Casa Rustici. La volontà di aprire le abitazioni all’aria e alla luce rompe il volume e apre il cortile generando una reazione a catena che produce una facciata vuota, uno scheletro di facciata che vola tra vuoto e vuoto, che maschera il vuoto mimando un palazzo che non c’è.

La Milano razionalista di Corso Sempione trova, però, l’attrito del pensiero ordinario, che vuole che la città ottocentesca dei cortili chiusi e delle strade a cortina non venga interrotta. per questo il progetto di Terragni e Lingeri verrà respinto ben nove volte dalla commissione comunale che vedeva come una rottura del tessuto la disposizione planimetrica dei due corpi. Nell’articolo su Domus sembra che Gio Ponti ancora lo voglia giustificare in altri termini, continuando a ripetere che i terrazzi di facciata debbano servire come schermature solari, forse per il timore che il progetto non venisse compreso.

Franz Reuleaux, ingegnere tedesco del XIX secolo, definiva la macchina «una combinazione di corpi resistenti, assemblati in modo che, per loro mezzo e secondo certi moti determinati, le forze meccaniche della natura siano obbligate a svolgere un lavoro... una trappola tesa alle forze naturali». La casa di GAF è un meccanismo, un dispositivo di flussi, un prototipo di parti meccaniche. L'esterno non esiste come forma a sé, è piuttosto una risultante. Questa casa parla di ideologia trasformata in spazio e in limiti: limiti abitabili, in equilibrio tra inerzia e movimento. Un’ideologia rivoluzionaria e determinata al cambiamento.  

Terragni è un pilota: la sua mente abita in cielo aperto, è nel vuoto, e vola. una composizione di forme primarie in promenade, un paesaggio di solidi al vento. Ferrari ha passato la vita nella sede progettata da Oscar Nie-Meyer della Arnoldo Mondadori Editore, a Segrate, appena fuori Milano. Ora da qualche anno torna a casa “in un Terragni”. «In effetti l’arte ci sposta su un altro livello di ascolto», dice Ferrari, «su un livello superiore di comprensione delle cose: ci costringe a farci domande su dove siamo e cosa stiamo facendo; produce sempre una dislocazione».

E ancora: «Quest’arte dello spazio, in particolare, ci accompagna nei gesti. ogni sera entro come in un cilindro e da un cilindro luminoso esco ogni mattina. Questo mi fa stare bene: accende in me un’attenzione sulle cose, sui gesti che prendono senso. Scelgo di stare qui o di non starci, non subisco i rapporti. l’arte ci sposta in una dimensione in cui siamo costretti a essere critici e creativi: ci costringe a scegliere».

Vivere nell’arte trasforma le persone. E gli architetti possono fare questa cosa: possono aiutare una trasformazione. In fondo si tratta di proporre dei rapporti. E questi sono anche relazioni tra le persone e tra le persone e le cose. Parlare di arte e ascoltare l’energia di chi vuole rivoluzionare tutto ti cambia. Mettersi in ascolto di Terragni significa mettersi in ascolto di questo curioso “fascista di sinistra”, che odiava la borghesia e il suo ottone.

Ferrari pare dire: «Qui, in questa casa, trovo spazi di ascolto profondi, sento questo stare nello spazio come una forma pura di ordine, di rapporto tra gli individui e il vuoto; sento questo “sentirsi al proprio posto”».

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