Il Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci - Credits: Ivan D'Alì
Storytelling

Centro Pecci: intervista con il Direttore

Ha riaperto dopo tre anni di chiusura il Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci a Prato dopo il completamento dell'ampliamento a firma dell’architetto sino-olandese Maurice Nio e la ristrutturazione dell’edificio originario progettato dall’architetto razionalista Italo Gamberini.

Una nuova ala, progettata da Nio e realizzata in sei anni di lavori, che ingloba l’edificio originario di Gamberini e rende il museo di fatto un’architettura immediatamente riconoscibile.

Il Museo, inoltre,  grazie alla “navicella” di Nio, ha più che raddoppiato i suoi spazi. Oltre a circa 4mila mq di sale espositive, il centro comprende un archivio, una biblioteca specializzata, un auditorium–cinema, un bookshop, un ristorante e un teatro all’aperto.

Visto che in Italia l’inaugurazione di un nuovo museo rappresenta un evento straordinario abbiamo incontrato Fabio Cavallucci, direttore del Museo e curatore della mostra inaugurale La Fine del Mondo per farci raccontare dall’interno la genesi e l’evoluzione del Centro Pecci.  

Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci è stato inaugurato esattamente un mese fa dopo una lunga chiusura dovuta ai lavori di riqualificazione dell’edificio originario di Italo Gamberini e l’ampliamento della struttura con la navicella spaziale progettata dall’architetto Maurice Neo. Un edificio avveniristico che indica forse una dichiarazione di intenti. Quali sono stati gli elementi di forza e quali le difficoltà nel rapportarsi con una struttura così fortemente connotata?

A Maurice Nio è stato chiesto di affrontare alcuni problemi lasciati irrisolti dal precedente edificio. Il primo era che non si trovava l'ingresso. Composto da una serie di cubi accostati uno all'altro, a ricordare l'architettura paratattica dell'industria tessile pratese, il museo di Italo Gamberini non aveva un focus chiaro sull'entrata. Il secondo problema era il fatto che una volta visitata la mostra, attraversate una dopo l'altra le stanze del museo, il pubblico doveva tornare sui suoi passi e compiere necessariamente un percorso a ritroso, in quanto l'uscita coincideva con l'ingresso. Maurice Nio ha risolto brillantemente questi due problemi, costruendo un semianello che abbraccia il vecchio edificio, creando un circuito continuo tra la prima e l'ultima stanza, al centro del quale ora appare, visibilmente, l'ingresso. Ma ha fatto anche molto di più. Ha progettato un edificio che per spettacolarità non ha nulla da invidiare all'architettura delle archistar, ai musei che negli ultimi decenni sono diventati loro stessi oggetto di attrazione, prima ancora che per il loro contenuto. Ma rispetto a quegli esempi introduce elementi di sostenibilità: l'opera, infatti, è costata molto meno delle architetture delle archistar.

Quali sono i punti cardine della sua direzione del Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci?

La mission del nuovo Pecci verte su due linee principali. La prima è l'interazione tra le varie arti: veniamo da anni in cui i nostri sensi sono stati tenuti divisi (nel museo si deve guardare, non toccare o parlare), mentre le tecnologie contemporanee ci stanno conducendo verso la sinestesia, l'uso contemporaneo dei vari sensi. Occorre che anche i musei, i centri d'arte, si rinnovino, si aprano alle varie esperienze sensoriali, cerchino di fare dialogare insieme tutte le arti. Ecco allora che insieme alle arti visive troviamo al Centro Pecci la musica, il cinema, il teatro, la danza, l'architettura, e inoltre un largo programma di conferenze e di dibattiti. Infatti è il caso di ribadire qual è il vero fine della cultura, che è ricercare in modo profondo. Il secondo aspetto della mission del Centro Pecci è il tentativo di riportare l'arte più vicino alla società. Negli ultimi decenni, anche grazie al sistema commerciale che l'ha sostenuta, l'arte contemporanea è divenuta un fatto sempre più elitario, principalmente per collezionisti. Occorre tornare alle ragioni fondanti dell'arte, che non possono che essere connesse con i temi più profondi su cui si costruiscono le ragioni di una comunità. In questo senso il Centro cercherà di aiutare gli artisti a porsi problemi e obiettivi che siano il più possibile sentiti da un largo pubblico.

La mostra inaugurale si intitola La Fine del Mondo, un titolo che rimanda ad una visione decisamente apocalittica. Come è stata concepita la mostra e qual è il disegno curatoriale che l’accompagna?

Nonostante il titolo, La fine del mondo non vuole essere una mostra "catastrofistica", anche se il mondo ce ne darebbe qualche ragione. È un po' come entrare in questa specie di navicella spaziale - il nuovo edificio di Maurice Nio - e trovarsi improvvisamente catapultati a qualche migliaio di anni luce di distanza. E quindi vedere il nostro mondo, il nostro presente, da lontano. Vederlo nella sequela delle ere geologiche che si sono succedute dalla sua origine, quattro miliardi e mezzo di anni fa; pensare alle enormi distanze cosmiche che ci separano dai pianeti, dalle stelle, dalle altre galassie. È un modo per ripensare noi stessi e per dare un senso più oggettivo ai nostri conflitti e contrasti attuali. Inoltre la mostra cerca di coinvolgere il visitatore, perlomeno creandogli un'esperienza di scoperta. Si succedono una serie di "sorprese", dal percorso a ritroso nella storia costruttiva dell'umanità di Henrique Oliveira, alla video installazione con effetti sonori di Bjork; dalla visione notturna di una città simile a un cielo stellato di Carlos Garaicoa, al salto dei 99 lupi che si abbattono contro un muro di vetro di Cai Guo-Qiang. Credo che l'arte debba essere anche un'esperienza sensoriale, non solo un fatto concettuale.

Il suo progetto per il Centro Pecci non si concentra solo sul museo ma intendere coinvolgere tutto il territorio rendendo ad esempio il museo fruibile anche oltre i soliti orari di apertura. Come mai una scelta così insolita rispetto al sistema museale italiano?

Quanto all'apertura è solo per una strana forza di inerzia, che probabilmente deriva da un'idea borghese ottocentesca, che i musei sono aperti solo di giorno, dalle 10 alle 18, quando la gente lavora, studia, fa altre cose. A parte il turista, quand'è che il pubblico può realmente dedicarsi ai propri interessi culturali? La sera. Per cui il Centro Pecci ha deciso di tenere aperto i suoi spazi dalle 11 alle 23 (sarà dalle 12 alle 24 d'estate), concentrando del resto alla sera le principali iniziative di musica, di cinema, di performance. Dobbiamo però immaginare due fasi dell'attività del Centro. La prima, quella attuale, principalmente centripeta. Lo spazio del Centro è enorme, e dunque ha bisogno di una grande energia per funzionare. Non solo l'energia degli artisti e delle opere, ma anche quella del pubblico. Dunque in questa fase il Centro deve diventare un potente attrattore. Cosa che se guardiamo agli ingressi nel primo mese di apertura pare del resto funzionare. Ma la fase successiva può essere principalmente centrifuga. L'arte, quando è nata, non era in un museo, da vedere come sotto vetro. Era nelle grotte dove si svolgevano i riti propiziatori per la caccia, era nelle cattedrali romaniche e gotiche dove tutta una comunità si riconosceva, era nelle case borghesi diventando parte essenziale dell'ambiente. Credo che la funzione di un centro sia anche quella di immaginare di come riportare l'arte tra la gente, nei luoghi dove quotidianamente le persone vivono e lavorano.

Il Centro Luigi Pecci visto dall'alto - Credits: Ivan D'Alì
Il Centro Luigi Pecci - Credits: Ivan D'Alì
Il Centro Luigi Pecci - Credits: Ivan D'Alì
Il Centro Luigi Pecci - dettagli - Credits: Ivan D'Alì
Il Centro Luigi Pecci - l'ingresso - Credits: Ivan D'Alì
Il Centro Luigi Pecci - dettagli - Credits: Ivan D'Alì
Il Centro Luigi Pecci - Credits: Ivan D'Alì
Lucio Fontana - La Fine del Mondo - Credits: Ivan D'Alì
Cai Guo Qiang - La Fine del Mondo - Credits: Ivan D'Alì
Tadeusz Kantor - La Fine del Mondo - Credits: Ivan D'Alì
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