Un ritratto di Cesare Leonardi del 1965. - Credits: Courtesy Archivio Architetto Cesare Leonardi
La casa-laboratorio. Si sviluppa in diversi ambienti arredati con mobili disegnati da Leonardi: le librerie, modulari, si spostano su ruote variando gli spazi a piacere. A destra, la sedia Nastro progettata dall’architetto negli anni 60. - Credits: Ph. Gianni Basso / Vega MG
A sinistra, l’abitazione del designer accoglie prototipi e quadri che negli anni hanno caratterizzato la sua continua ricerca. A destra, gli alberi. Un’immagine della raccolta L’architettura degli alberi del 1982. (Courtesy Archivio Architetto Cesare Leonardi). Fino al 4 febbraio 2018 sarà possibile visitare la retrospettiva Cesare Leonardi. L’architettura della vita, a cura di Andrea Cavani e Giulio Orsini. Organizzata e prodotta dalla Galleria Civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e Archivio Architetto Cesare Leonardi. - Credits: Ph. Gianni Basso / Vega MG
I Solidi. Sequenza di sedute della serie Solidi, 1983-2003 (Courtesy Archivio Architetto Cesare Leonardi). La “sequenzializzazione” dello sguardo è un classico modus operandi della sua ricerca: come i suoi tipici scatti fotografici, analoghi ma diversi, che esplorano angoli del territorio da differenti punti di vista. - Credits: Ph. Gianni Basso / Vega MG
La casa-studio è sede del suo archivio, fondato dagli architetti Andrea Cavani e Giulio Orsini (curatori della retrospettiva su Leonardi, ora in corso a Modena, L’architettura della vita). - Credits: Ph. Gianni Basso / Vega MG
A sinistra, l’angolo della pittura con diverse opere realizzate dall’architetto. La sua ricchissima produzione passa dai quadri, agli arredi fino ad arrivare agli studi realizzati con scatti fotografici. A destra, i suoi schizzi. L’architetto è stato spesso affascinato da oggetti quotidiani (dagli orologi ai cerchioni dell’auto): quando si fissava con una tipologia, ne collezionava ogni variante. - Credits: Ph. Gianni Basso / Vega MG
Un angolo della casa-laboratorio, attrezzato con un tavolo di lavoro attorniato da alcune sedie disegnate da Leonardi che appartengono al suo progetto Solidi. - Credits: Ph. Gianni Basso / Vega MG
Storytelling

Era l’età di Cesare Leonardi

Nel Rinascimento gli architetti nascevano quasi tutti pittori. La loro professione scaturiva con naturalezza come evoluzione dal disegno alla pittura di spazi immaginati no alla realizzazione in pietra e mattoni. Così è stato per Jacopo Barozzi da Vignola, il grande teorico e architetto manierista, e così è stato anche per Cesare Leonardi che quattro secoli dopo è cresciuto nella città poco distante di Modena, dove lo abbiamo incontrato nella sua casa-laboratorio.

Nei primi anni del dopoguerra, Leonardi frequentava spesso due pittori locali, Cesare Soli e Tullio Toschi, dediti alla ra gurazione di paesaggi. Ben presto cominciò a imitarli anche su incoraggiamento del padre che era stato un pittore amatoriale, gironzolando in lambretta lungo il fiume Panaro, dove nel paesaggio allora c’erano per lo più alberi, accompagnato solo da una valigia di legno con due o tre tele e talvolta dal suo amico dirimpettaio e coetaneo Giorgio Cornia, padre dello scrittore Ugo. Gli alberi e il legno sono stati una costante della vita di Leonardi, che nel 1956 s’iscrive ad architettura a Firenze, dove insegnano professori come Adalberto Libera, Ludovico Quaroni e Leonardo Savioli con i quali si laurea tardivamente nel 1970. Nel frattempo aveva già iniziato i suoi studi botanici e morfologici sugli alberi e la sua tesi di laurea – che allora di norma prevedeva la progettazione di un edificio – era dedicata all’ideazione di un parco della Resistenza a Modena.

Di certo è stata forte anche l’influenza dell’architetto-paesaggista friulano Marcello D’Olivo, seguace di Frank Lloyd Wright e dell’architettura organica, che ha sempre amato la natura al punto di ispirarsi alle sue forme per la progettazione urbanistica. Leonardi passò infatti due estati consecutive come apprendista nello studio D’Olivo, nel 1959-60, insieme con Franca Stagi che è stata la socia di studio e la coautrice di tutte le opere della prima parte della sua carriera. Alla fine, però, è stata Modena a dedicargli una mostra antologica (nella sede del Palazzo Santa Margherita e della Palazzina dei Giardini Cesare Leonardi. L’architettura della vita, a cura di Andrea Cavani e Giulio Orsini, fino al 4 febbraio), la città che ha reso possibile le sue molteplici esplorazioni artistiche, anche se arte per Leonardi è soprattutto la prima parte della parola artigianato. Dalla famiglia materna, tutta composta da artigiani, attinge la sua inclinazione, in particolare dal nonno falegname e dalla mamma sarta. E la casa-laboratorio di Leonardi non poteva che trovarsi oggi nel “villaggio artigiano”, caso unico di quartiere creato a tavolino dall’amministrazione locale per invogliare gli operai licenziati in massa dopo la guerra a intraprendere un mestiere artigiano coniugando residenze e piccole o cine. Ed è proprio qui, alla periferia ovest di Modena, che Leonardi debutta nel design mettendo a frutto la familiarità con la chimica trasmessagli dal padre.

«Lavoravano sempre, anche la domenica. Un giorno di fianco a casa e al magazzino di mio zio Mario, dove ora abito, vedo il Sig. Negri che produceva vasche in vetroresina per le cure ospedaliere – antesignano dell’industria biomedicale che tuttora fiorisce nella provincia modenese. Negri era molto bravo, ma la caratteristica della vetroresina implica che non si possano produrre oggetti con spigoli, perché da un lato diventano troppo fragili e si possono rompere proprio in quel punto, dall’altro la vernice non fa presa se non sul curvo». Ecco dunque che le ragioni tecniche spiegano meglio la natura sinuosa delle forme continue di tutte le avveniristiche sedute realizzate da Leonardi e Stagi negli anni 60, molto di più che i riferimenti alle sculture “senza fine” di Max Bill degli anni 50, cui sono state spesso accostate dopo che sono entrate a far parte della collezione del MoMA.

Nascono dunque la Nastro (1961), “la sedia perfetta” per ammissione dello stesso Ron Arad che ne ha una nel suo salotto londinese, la Eco (1966), la Dondolo (1967), tutte nate povere e finite preda di pochi fortunati collezionisti perché non riuscirono mai a entrare veramente in produzione. Continua Leonardi: «Un industriale di Figline Valdarno, Bernini, ci provò ma poi quasi fallì perché l’asciugatura dei singoli pezzi aveva bisogno di un clima secco prolungato che a Modena c’è poco anche d’estate: la resina, se piove o è umido, non polimerizza». Oggi è quasi incredibile pensare come un ex della RSI come il Sig. Negri potesse collaborare con un giovane architetto comunista – per anni Leonardi ha allestito le feste dell’Unità modenesi – proprio mentre Giulio Natta vinceva il premio Nobel per la chimica grazie alle sue scoperte nel campo della tecnologia dei polimeri.

Negli anni 70 Leonardi si dedica alla fotografia sperimentale e allo studio degli alberi che comincia a disegnare spasmodicamente, partendo da un carpino bianco di fianco al suo studio di allora, uno dei pochi alberi modenesi non tagliati per far legna durante la guerra. Per Leonardi gli alberi trovano una forma compiuta solo verso i vent’anni e non vanno mai potati, al contrario di quello che fanno tuttora molte amministrazioni. Tutto il lavoro ventennale sul verde è culminato nel 1982 con la mostra e la pubblicazione de L’architettura degli alberi, un volume imponente perché riproduce in scala un numero impressionante di alberi e arbusti disegnati a mano.

È stato uno spartiacque perché nel 1983 Leonardi scioglie il suo sodalizio con la Stagi per dedicarsi all’ideazione di mobili artigianali chiamati Solidi costruiti con pezzi ricavati tutti da una medesima tavola di legno standard, vale a dire col minimo scarto di materiale e con pochi pezzi multipli e sottomultipli, che possono essere assemblati insieme in in nite variazioni. E ora che in tarda età è tornato alla pittura, possiamo dire che la sedia Nastro, dalle forme sinusoidali che sono le stesse della scala a chiocciola di Palazzo Barozzi a Vignola, è divenuta metafora delle diverse età dell’uomo che si ricongiungono senza fine.

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