Chiara Andreatti nel suo studio a Milano. - Credits: Photo Silvia Rivoltella
Coquille, la collezione di alzate, centrotavola, fruttiera e vasi disegnata per Paola C.
Uno scorcio di NEST. Poltroncine Loïe di GTV - Gebrüder Thonet Vienna con rivestimento Kvadrat by Raf Simons; poltroncina Taiki di Lema; tavolino Ropu di Potocco; alzata Tellina di Paola C; tavolo Satin di Mingardo. Tutti disegnati da Chiara Andreatti.
Taiki, poltroncina disegnata per Lema.
Storytelling

In conversazione con Chiara Andreatti

Chiara Andreatti fa parte di quella schiera di creativi che alle parole preferisce far parlare il proprio lavoro. Veneta, ma da parecchi anni a Milano, si è formata in diversi studi di design, tra cui Raffaella Mangiarotti, Renato Montagner e studio Lissoni Associati, con cui ha collaborato per oltre 10 anni. Di aziende ne ha conosciute tante, tra le altre Thonet, cc-tapis, passando per Ichendorf, Mingardo, Karpeta, Botteganove e Pretziada. A Milano, davanti a un tè caldo, abbiamo parlato di social network, viaggi, arte e naturalmente design.

Ti occupi di design ma anche art direction. In che modo queste sfaccettature convivono nel flusso di lavoro?
Cerco di palleggiare progetti artigianali con altri industriali. Amo dedicare le energie ai lavori che sfumano in direzione di un universo artistico, come con Pretziada, che si concentra sul genius loci. Oppure quelli di artigianato puro come Botteganove. La direzione artistica è una parte importante del mio lavoro, forse la più divertente perché mi permette di avere uno sguardo a 360°: quando scatta la sinergia con l’azienda si ha modo di dare nuovo vigore all’impresa. Sempre tenendo bene a mente il suo vissuto storico e le risorse disponibili, tecniche ma anche economiche.

Passiamo ai progetti: come stimoli il tuo universo creativo?
Con l’arte, in particolare la pittura, l’architettura, i viaggi, la natura e il cinema. Spesso guardo un film, e mi lascio ispirare dal progetto di interni di una stanza presente nella scena. Faccio tanta ricerca fotografica: ho un archivio sostanzioso che cerco di mantenere in ordine. Ma puntualmente la cartella contrassegnata “mix” finisce per inglobare un sacco di materiale. Scherzi a parte, ho buona memoria fotografica e quando affronto un nuovo progetto so dove attingere. E cerco sempre di combinare i diversi immaginari per dare vita a qualcosa di inedito, mi piacciono le contaminazioni. Credo di avere un approccio istintivo, più che le parole cerco di far parlare il mio lavoro.

A Milano hai recentemente progettato the NEST, dove hai rivisitato la Sala Camino del Four Seasons Hotel: un spazio dove gustare drink di qualità?
NEST è nato in collaborazione con l’agenzia creativa Mr. Lawrence. È stata la prima volta in cui mi sono occupata di un ambiente. Ho arredato la lounge dell’hotel, rinnovandola attraverso il filtro della mia creatività. E per farlo ho coinvolto le aziende con cui ho lavorato negli anni, da Thonet a Lema. Ho cercato di sdrammatizzare un luogo carico di per sé di un’atmosfera quasi liturgica. È stata una sfida lavorare su grande scala, per di più all’interno di una scatola storica.

Credi che i social network, Instagram in particolare, possano essere fonte di ispirazione?
Dal punto di vista della ricerca, sicuramente. Offrono la possibilità di mettere gli occhi su tanti temi e mondi. Instagram è un affaccio privilegiato sulla creatività: dalla moda all’arte, passando per la fotografia e l’innovazione. Di contro, questa vetrina porta inevitabilmente a un’omologazione dei contenuti. Come un frullatore dove le diverse competenze si confondono.

Secondo te, come sta influenzando il design contemporaneo?
Noto una forma di bulimia per cui si cerca senza sosta di giustificare cosa si fa e chi si è. Un designer solido e competente che resta dietro le quinte rischia di essere notato molto meno di un abile storyteller che ben conosce le dinamiche dei social, ma un po’ meno quelle del design. La credibilità viene opacizzata. Quello che si mostra sui social non sempre corrisponde alla realtà.

C’è un modo per evitare di inciampare nelle tendenze passeggere?
Avere un proprio stile, una visione, ma soprattutto il saper giudicare con lucidità ciò che si ha di fronte al naso. Avere uno spirito critico è fondamentale per non rischiare di scivolare in quelle tendenze che si bruciano nel giro di un mese. Preferisco un progetto non capito nell’immediato ma che col tempo ottiene riconoscimento perché valido.

Durare nel tempo è probabilmente la sfida del design, oggi che si fa un gran parlare di sostenibilità dentro e fuori dalle aziende. È stato il tema caldo del 2019 e continua a esserlo nel 2020. Cos’è secondo te il design sostenibile?
Tocca ammettere che il comparto del design inquina. Le aziende sono nell’occhio del mirino, e quindi necessitano un ripensamento in termini di materiali e processi di produzione. Dovremmo fermarci un attimo e fare una riflessione allargata sul concetto di tempo, concentrandoci sul nostro impatto ambientale per scoprire nuovi modi di fare design. È per questo che mi piace esplorare i progetti artigianali, dove il saper fare viene tramandato di generazione in generazione: rappresentano un’occasione per riscoprire materiali come la ceramica refrattaria, l’argilla, la paglia per legarli al mondo del progetto.

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Intervista pubblicata sul numero di aprile/maggio di ICON DESIGN, disponibile anche nella versione digitale.