Cody Hoyt nel suo laboratorio di Brooklyn, dove è approdato passando da Boston e Los Angeles, nel 2011 - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Storytelling

L’arte della ceramica secondo Cody Hoyt

Nasce pittore, illustratore e print-maker, Cody Hoyt. La passione per la ceramica lo coglie più tardi, quando la sua carriera è già cominciata. E lo fa in un modo non convenzionale. La ceramica lo ammalia, lo seduce. E lui se ne innamora, la ama. La accarezza, la tocca, la plasma. Ma a modo suo. A conquistarlo, però, non è tanto il mestiere di ceramista in sé, ma il potenziale della materia prima, l’argilla, come forma di espressione mutabile, elemento naturale in cui possono confluire altre forme d’arte. «Non mi definisco esattamente un ceramista, infatti. Non opero nel modo corretto, lo so. Non rispetto le regole, intendo, quelle che ti insegnano quando vai a scuola», confessa il newyorchese a Icon Design mentre prepara la sua colazione con una voce tranquilla, ancora assonnata.

Prima c’erano i disegni e i dipinti, la pittura e l’incisione. E prima ancora c’era la musica. Quella punk- rock, una passione che ha dato forma anche al suo stile (oltre che alla sua personalità), quello di una forma d’arte artigianale che viene sapientemente mascherata dietro un oggetto funzionale: il vaso.

Cody Hoyt cresce a Sarasota, sulla costa del golfo della Florida. Resiste lì fino ai diciott’anni, poi decolla. Atterra a Boston e frequenta il Massachusetts College of Art and Design, poi si trasferisce, a Los Angeles, dove affina le sue tecniche lavorando nel leggendario Gemini Gel, laboratorio artistico d’avanguardia in cui mette in pratica le sue materie di studio e si specializza nell’arte della stampa. Un background che gli sarà utile quando si trasferirà a Brooklyn, nel 2011. La sua arte, infatti, altrimenti non avrebbe lo stesso impatto spaziale, spingendosi ai limiti della forma e della legge di gravità. Il risultato del suo lavoro è un insieme di oggetti sfaccettati realizzati assemblando lastre di terracotta, finemente modellata, in cui quello che colpisce è un perfetto equilibrio tra l’architettura brutalista cui si ispira, e che gli dà forma, e la naturalezza dei materiali minerali e delle pietre che li compongono. Il tutto è in perfetta tensione strutturale, che si esprime in un tripudio di angoli e spigoli vivi, crepe e pieghe e linee che s’intersecano all’infinito. Così l’oggetto cambia forma, continuamente, al variare del punto di vista dell’osservatore. Semplicemente girandogli intorno.

lo studio di New York dell’artista, colmo di libri, vasi, piante e fogli di carta, il primo strumento del suo lavoro - Credits: Ph. Jeremy Liebman
A sinistra, in primo piano, le forme geometriche che Cody Hoyt utilizza per realizzare i pattern che decorano in modo originale le sue ceramiche. A destra, una serie di vasi realizzati dall’artista: pezzi unici e dinamici, che cambiano forma a seconda dell’angolatura da cui li si osserva - Credits: Ph. Jeremy Liebman

«Ogni oggetto così diventa unico. Non ne esiste uno uguale, infatti, né tantomeno simile. Ognuno deriva da una forma che si è evoluta singolarmente e inaspettatamente. È la parte bella del gioco: la variabilità della materia», spiega. Sì, perché di artista si tratta. Anche se non ama de nirsi designer, Cody Hoyt è passato dal 2D della serigra a su carta al 3D della lavorazione della materia, l’argilla. «Il passaggio alla ceramica è stata una naturale evoluzione. Un approccio laico in continuo divenire. È una pratica piuttosto nuova per me, la considero come un’esperienza non nita, ancora in evoluzione», sottolinea. Le ispirazioni arrivano dalle ceramiche giapponesi di Nerikomi e dalle sculture contemporanee di Ken Price, fino ai lavori più recenti di John Mason.

Il procedimento è complesso. Ha tutto inizio su carta, da uno schizzo, una linea tratteggiata da un gessetto su un foglio nero, una macchia di colore caduta su un cartoncino bianco. «Poi lavoro il modello in cartone o incidendo un pezzo di legno, che pian piano si avvicina sempre di più alla forma che ho immaginato. E quando lo vedo trasformarsi in una forma accattivante, allora arriva il momento di mettere le mani in pasta», racconta Hoyt.

Ecco così l’argilla nella sua forma più grezza. Lavorata e manipolata con forza. Poi tagliata, strati cata e trasformata in lastre che andranno a comporre l’opera. Quindi arrivano le decorazioni: ispirate alle venature del marmo, s’incrociano diventando pattern geometrici tridimensionali o diventano blocchi a contrasto come le superfici delle scacchiere. I pezzi sono assemblati attraverso un processo che Hoyt ha sviluppato in modo intuitivo, per prove ed errori. Dopo il montaggio delle lastre, l’argilla viene piegata come un origami e rinchiusa in fogli assorbenti che favoriscono e accelerano il processo di essicazione della materia. «Infine c’è la cottura. Il fuoco. È forse la parte più importante. E la più difficile. Perché la ceramica è imprevedibile. È il mio “momento zen”, quello in cui io non posso intervenire per modificare il processo in atto. E posso solo aspettare...».

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