Balancing Act, Reddish. - Credits: Image Credit - Elad Sarig
Balancing Act, Reddish. - Credits: Image Credit - Elad Sarig
Dune, Zaven. - Credits: Image Credit - Elad Sarig
Hall of Broken Mirrors, Snarkitecture in collab with Gufram - Credits: Image Credit - Elad Sarig
Hall of Broken Mirrors, Snarkitecture in collab with Gufram - Credits: Image Credit - Elad Sarig
Reciprocal Syntax, BCXSY - Credits: Image Credit - Elad Sarig
Coalesque, misher'traxler - Credits: Image Credit - Elad Sarig
Storytelling

The Conversation Show al Design Museum di Holon

Per sei mesi, nel Design Museum della città di Holon, a mezz’ora di macchina da Tel Aviv e meno di un’ora da Gerusalemme, si è parlato di comunicazione, scambio e reciprocità come elementi imprescindibili per la creatività. Ora che manca poco alle fine di The Conversation Show, la mostra curata da Maria Cristina Didero, editor-at-large di ICON DESIGN, è il momento di fare una riflessione su quello che ha significato lavorare a un progetto di questo genere (presentato in un luogo quale Israele), che si è concentrato sulle persone più che sugli oggetti - fino a suggerire la possibilità di un linguaggio condiviso, comune a tutti, come elemento fondante per un futuro migliore.

Dopo aver lavorato tre anni fa alla prima mostra museale dedicata allo studio Nendo e al suo fondatore Oki Sato, Didero si concentra su una modalità completamente diversa, e passa da un solo-show a un progetto che vede cinque studi di design internazionali, composti da due o più persone, invitati a riflettere in maniera profonda e analitica sui propri processi creativi. BCXSY, mischer'traxler, Reddish, Snarkitecture e Zaven hanno risposto con altrettanti progetti site-specific, rappresentativi di pratiche e linguaggi molto diversi tra loro, unici nel loro genere.

Il risultato è una collettiva che trasmette ottimismo, e fa venire voglia di impegnarsi per comunicare in un modo diverso tramite lo strumento della progettazione. «Questa mostra parte da più livelli di scambio, interazioni e emozioni, si concentra sull’idea di reciprocità nel design che si traduce in una singola espressione creativa capace di sintetizzare tutto questo», spiega il curatore. «Lavorare in gruppo richiede rispetto e fiducia. Ma in mostra non ci sono solo i risultati creativi dei dialoghi tra progettisti, c’è anche la sfida nel cercare di trasmetterli al pubblico».

Le conversazioni sollecitate dall’esposizione si moltiplicano: tra i designer, con il curatore, con i visitatori e il museo stesso. Anche per questo, al posto di un semplice catalogo, Maria Cristina Didero ha voluto sviluppare insieme a Francesca Molteni una serie di video che raccontassero in presa diretta il processo creativo e lo sviluppo delle idee dei progettisti, andando a intervistarli nelle loro case e studi in giro per il mondo. Ne emerge un progetto nel progetto, in cui le diversità di linguaggi e modalità si rivelano in tutta la loro ricchezza e molteplicità, senza tralasciare dettagli che spesso sono una sorpresa per gli stessi soggetti. Stralci di altri dialoghi sono riportati anche sui muri del museo, in un gioco di rimandi che coinvolge il pubblico su diversi livelli - a partire da quello dell’interazione diretta con gli oggetti.

Dal piano terra del museo disegnato da Ron Arad una decina di anni fa, si accede direttamente a The Hall of Broken Mirrors, il progetto dello studio newyorkese Snarkitecture realizzato in collaborazione con il brand italiano Gufram. Lo spazio è suddiviso in tre aree monocromatiche che vanno, avanzando nel percorso, dal bianco al grigio fino al nero. Varchi aperti si alternano a superfici riflettenti dalla stessa forma, in un gioco che disorienta. «Gli Snarkitecture sono maestri nel modificare la percezione della realtà», dice Maria Cristina Didero mentre i visitatori si muovono, aumentando lo straniamento come in un labirinto di specchi - metafora di uno scambio verbale, dell’acuire i sensi per raggiungere un linguaggio comune. Mentre il passaggio dal bianco al nero attraverso il grigio, inusuale per uno studio famoso per il suo lavoro total white, rappresenta il processo creativo dei tre soci Alex Mustonen, Daniel Arsham e Ben Porto nella fase di approfondimento di un’idea: un’altra forma ancora di conversazione.



Al piano superiore, suddiviso in quattro ambienti identici, la prima esposizione è quella dello studio Reddish, intitolata Balancing Act. Una raccolta di oggetti appesi che vibrano a ogni passaggio oppure allestiti in teche da archivio spingono a interrogarsi sul tema dell’equilibrio, aspetto indispensabile per un dialogo efficace. «È una mostra nella mostra», prosegue il curatore, «sembra il dipartimento di ricerca di un museo di scienze naturali». Per Naama Steinbock e Idan Friedman, che sono una coppia sul lavoro e nella vita, il bilanciamento è un elemento chiave della creatività e dello scambio fitto che ha luogo nella loro casa-studio di Jaffa. Ma in questo progetto anche i visitatori giocano un ruolo attivo. È il caso delle ali d’argento che hanno come contrappeso un semplice piombo da pesca o delle grandi piume in legno, che rispondono ai movimenti impercettibili delle persone che si avvicinano. E forse il pezzo più significativo: un mazzo di farfalle di carta diventa nell’ombra riflessa uno stormo di jet da guerra in volo, ben noti nel paese. Un’immagine naturale delicata e fragile diventa la risposta alla propaganda militaristica quotidiana.



Si continua con Coalesque, la grande installazione cinetica dello studio viennese mischer'traxler, che rappresenta il dialogo tra i due designer; «funziona come il ping pong», spiegano i due austriaci. In una stanza buia, un pendolo luminoso si attiva grazie alla presenza dei visitatori, muovendosi verso di loro e cambiando colore a seconda della posizione in cui si trovano. È la rappresentazione di un discorso collettivo, dove lo scambio di idee può avvenire anche tra due soli individui ma diventa più interessante se le persone coinvolte sono in numero maggiore. Per qualche momento, dei perfetti sconosciuti interagiscono tra loro provando a spostarsi per modificare la tonalità della sfera luminosa, come ipnotizzati dalla sfera luminosa a sua volta attratta dai nuovi arrivati. Un gioco incantevole. Colpisce la trasformazione repentina dal linguaggio analogico della stanza precedente di studio Reddish a questo sistema high-tech carezzevole eppure di grande precisione. «Katharina Mischer e Thomas Traxler sanno trasformare la tecnologia in pura poesia», dice Didero. «E viceversa». Sui muri dipinti di nero, dove è riportato un dialogo del duo, piccole animazioni video raccontano alcuni dei progetti più significativi della carriera della giovane coppia.



Nel terzo ambiente della Upper Gallery del museo, lo studio BCXSY di Amsterdam presenta Reciprocal Syntax, un’animazione digitale che tocca diversi aspetti della conversazione creativa, come la necessità di una base comune, la ricerca di un equilibrio, la comprensione delle diverse prospettive. Per Boaz Cohen (originario di Tel Aviv) e Sayaka Yamamoto (proveniente da un piccolo paese vicino a Osaka), il dialogo è uno scambio intimo a due, e funziona solo nel momento in cui entrambi i soggetti sono presenti e intendono attivarlo. Allo stesso modo, in un ambiente semi-trasparente, un’altalena con movimento basculante (come quelle per il gioco dei bimbi) si attiva solo quanto entrambi i posti sono occupati, e dà il via a una serie di proiezioni e suoni che immergono lo spazio in un paesaggio di codici - il linguaggio dei computer - sviluppato da BCXSY in collaborazione con XORXOR, collettivo di artisti digitali di Budapest. Da una griglia neutra si sviluppano nuvole, onde, colori, un’orografia caleidoscopica, seguendo il ritmo dei rimbalzi dei visitatori sul dondolo e i loro punti di vista contrapposti. Ancora una volta è il curatore a fornire una ulteriore chiave di lettura, evidenziando come “un gioco da bambini che prevede una spontanea reciprocità sia trasformato nella rappresentazione di un fitto scambio surreale, qui inteso in qualità di un dialogo professionale; si parte da un oggetto della nostra infanzia, quindi noto e riconoscibile, per esplorare mondi sconosciuti e non codificabili grazie all’aiuto del computer”.



L’ultima installazione di The Conversation Show indaga un ulteriore aspetto dello scambio creativo: la possibilità di aggiungere e sovrapporre al dialogo strati di significato diversi provenienti dai vari interlocutori. La collezione di lampade Dune dello studio veneziano Zaven è sviluppata con la tecnica dell’incalmo, che consiste nell’unire elementi in vetro soffiato quando sono ancora roventi. In genere, questo procedimento complicato viene utilizzato per avere più colori in un unico oggetto, ma i due designer italiani hanno sperimentato soluzioni nuove per questa lavorazione tradizionale, realizzata a Murano in collaborazione con la fornace di Wonderglass. Le stratificazioni del vetro sono l’elemento chiave del progetto e allo stesso tempo equivalgono al lavoro di Enrica Cavarzan e Marco Zavagno, che consiste nel partire da punti di vista separati che si uniscono aggiungendo idee e disegni, ispirazioni e informazioni. Un processo creativo di sovrapposizione evidenziato dai disegni e dipinti in mostra, che spiegano come da un’idea 2D si passi allo sviluppo in 3D per tornare ancora a elaborare l’idea sul piano della bidimensionalità. Nel disegno essenziale delle lampade Dune (il titolo è un omaggio al deserto israeliano), oltre agli strati di vetro soffiato, spiccano le cinghie tecniche disegnate ad hoc per un sistema di sospensione di evocazione industriale, oltre alla tasca (ricavata sempre in vetro) in cui è inserita la luce a LED. «In questo caso la conversazione non è stata solo tra i designer», racconta Didero. «Anche le comunicazioni con gli artigiani, che in fornace devono avvenire nei modi e nei tempi giusti, sono state fondamentali. Questo è il nostro esempio di product design all’interno della mostra»



Per 6 mesi i visitatori del Design Museum di Holon, capitanato da Maya Dvash, hanno provato direttamente cosa significhi aprirsi al dialogo, mettersi in modalità di ascolto e comunicazione. Hanno interagito senza filtri con oggetti frutto di scambi tra designer/persone, raccontati nei video di Molteni e Didero anche attraverso le difficoltà che la conversazione stessa tra persone che parlano la stessa lingua può comportare. In questo e in altri luoghi del mondo ragionare di un linguaggio universale, sperimentare l’impegno necessario per capire e farsi capire, è un ottimo modo per preparare la strada a un futuro migliore.

Crediti video:
Un progetto di: Maria Cristina Didero e Francesca Molteni
Diretto da: Francesca Molteni
Cinematographers: Eugenio Pizzorno, Alvise Tedesco, Marco Vitale
Producer: Claudia Adragna
Editing: Veronica Scotti
Prodotto da: Muse Factory of Projects, 2019