Cristina Celestino ritratta nella sua casa milanese. Sullo sfondo, i due pattern di Plumage per BottegaNove (2016): mosaico in ceramica e porcellana Limoges. Camicia Fendi - Credits: Ph. James Mollison - Styling di Chiara Spennato - Make up: Chiara Guizzetti @Green Apple - Hair stylist: Nicholas James @Green Ap
Storytelling

In conversazione con Cristina Celestino

Il termine decorazione suscita solitamente un brivido, e un severo monito di rimprovero, nei progettisti che si ergono a intransigenti paladini del purismo, che antepongono il rigore durevole del disegno alla frivolezza mutevole di ciò che vibra sulle superfici e che, insomma, rifiutano tutto quanto non abbia un’immediata, per quanto astratta, funzione d’uso. Chiamatelo, se volete, conformismo: una visione che certo rassicura, ma che poco ha a che fare con lo slittamento di segni e parametri che caratterizza il contemporaneo.

Cristina Celestino, infatti, la pensa diversamente. Non si pone nemmeno il problema, immune al monito di Adolf Loos – ornamento come delitto – divenuto, malgrado l’autore, dogma castrante. Articolato attraverso una vasta serie di collaborazioni che vanno dagli oggetti ai rivestimenti, dalle lampade al mobilio, il lavoro della Celestino si caratterizza per un’essenzialità tersa e serena che non entra in conflitto, anzi si armonizza naturalmente, si espande e riverbera attraverso le modulazioni di una delicata verve decorativa. La ricerca dei materiali e la capacità di evocare forme archetipe per via di sintesi e sottrazione, e poi di trasfigurarle attraverso la scelta inattesa dei colori e il trattamento certosino delle superfici, scrivono una grammatica estetico-formale di grande originalità, insieme familiare e surreale.

«Il decoro è l’arricchimento e l’articolazione di un progetto», dice con calma olimpica la designer di origine friulana, milanese d’adozione. L’aggettivo “decorativo”, nel suo caso, è accolto come medaglia al valore, non come giudizio di valore. Cristina è atipica, in ogni senso, a partire dalla scelta di Carlo Scarpa e Le Corbusier come maestri putativi. Imprevedibile è pure il suo percorso. Al design, infatti, è arrivata nel 2010, provenendo dall’architettura, dopo gli studi presso il prestigioso Iuav di Venezia. È a Milano che Cristina Celestino ha stabilito la propria base professionale: qui ha fondato Attico, un piccolo marchio di ricerca e sperimentazione, con il quale nel 2012 partecipa al SaloneSatellite, facendosi notare. Da quel momento il percorso è in costante ascesa. Il suo lavoro attualmente spazia dalle edizioni limitate per gallerie di design e musei alle commissioni per clienti privati, dalla direzione creativa di marchi quali BottegaNove, ai progetti speciali per Durame, Flexform, Mogg, Seletti, Tonelli Design e Torremato, solo per citarne alcuni.

A sinistra, tra disegni e campioni di materiale spicca il Salone del Mobile.Milano Award, premio speciale della giuria vinto da Cristina lo scorso anno. A destra, il profumatore da tavola Atomizer di Attico (2012), limited edition. È in vetro borosilicato soffiato e lavorato a lume in diversi colori e texture. - Credits: Ph. James Mollison - Styling di Chiara Spennato
I tavolini bassi della collezione The Happy Room, per Fendi. La base ottone si ispira alla chiusura di un orecchino. Sui piani in traver- tino con intarsi in marmo e onice, scatole gift-away in metallo verniciato. - Credits: Ph. James Mollison - Styling di Chiara Spennato
Sul tavolo del soggiorno, due portacandele in vetro borosilicato soffiato per Attico: Perlage (2016), con gemme vitree colorate, e Luminarie, dalla superficie decorata con motivo a diamante (2016). - Credits: Ph. James Mollison - Styling di Chiara Spennato
Nel soggiorno, poltrona in velluto Rubelli con base rivestita in volpe, e lampada da terra con supporto a pandoro in marmo e cappello in pelle microforata, entrambi The Happy Room, insieme ad alcuni arredi di design da collezione e pezzi disegnati da Celestino: il cabinet Les Volieres in metallo per Seletti (2016) e l’espositore Florian per Attico (2011), in ferro laccato con teca in vetro. - Credits: Ph. James Mollison - Styling di Chiara Spennato

Parallelo al percorso professionale, ma ugualmente definente in termini di caratterizzazione estetica e di linguaggio, è il suo iter da collezionista. «Colleziono oggetti d’arredo, lampade in modo particolare», racconta. «La mia è una vera e propria vertigine dell’accumulo: amo circondarmi di ciò che per me è bello».

Abbiamo incontrato Cristina a Milano, nel suo appartamento nel quartiere Città Studi, pochi giorni prima della partenza per Miami dove, in occasione di Design Miami/, ha presentato la collezione The Happy Room, il progetto di VIP room itinerante sviluppato per Fendi. Da quasi dieci anni la maison romana, nota per le pellicce sperticatamente inventive e per il temerario motto “nulla è impossibile”, sviluppa un progetto ad hoc per la era di alto design. Oggi è strategia comune operare scelte del genere, ma Fendi ha avviato i lavori in tempi non sospetti, ben otto anni fa. Cristina è l’ultima collaborazione in ordine di tempo, con precedenti illustri quali Maria Pergay, Formafantasma e Dimorestudio. L’affinità tra la designer e la maison è evidente, e non solo per il gusto della sperimentazione materica – notevole l’invenzione di un procedimento che ingloba la pelliccia nella resina mantenendone l’aspetto tridimensionale e animale – unita alla classicità fuori registro del disegno. È lo sguardo femminile e deciso, intriso di storia ma non nostalgico, a unirle, e così il gusto per lo spiazzamento tattile e visivo. Niente è come sembra nel lavoro di Cristina, così come nel mondo di Fendi.

La compenetrazione di visioni è particolarmente rivelatrice, soprattutto per la designer. The Happy Room può essere letta, infatti, come un riassunto del suo lavoro e della sua poetica. Vi si ritrovano gli stilemi quali il paravento e la toeletta déco, la sottigliezza della ricerca cromatica, il virtuosismo senza sforzo dei materiali e poi quel senso di geometria avvolgente e seducente che antepone la curva sinuosa all’angolo acuto. «Mi piace lavorare con percezioni e scale, in modo da sorprendere chi guarda e chi usa i miei oggetti», spiega Cristina, indicando il suo pezzo preferito: due piccoli tavolini con il piano di marmo intarsiato che hanno la forma di enormi orecchini, con la vite che diventa base, insieme funzionale e decorativa. «È lo stesso principio dei miei Atomizers per Seletti: un set da tavola che echeggia le bottiglie della profumeria d’antan». L’aspetto che però più colpisce, e che risulta più evidente, è la calma assoluta: carattere insieme della persona e del lavoro. È la calma di oggetti il cui valore è scritto nel tempo richiesto per crearli, dai quali traspare una femminilità consapevole e senza sbavature. La stessa che coniuga rigore e decoro in un equilibrio a atto personale. «Il mio lavoro è complesso e articolato in vari ambiti, ma se dovessi riassumerlo in un aggettivo direi che è coerente», conclude Cristina.

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