Daria de Beauvais - Credits: Foto: Francois Bouchon
Sans Titre, di Nathalie du Pasquier (2018), visibile durante la mostra Futur, Ancien, Fugitif: une scéne francaise al Palais de Tokyo fino al 5 gennaio 2020.
In primo piano, Techpactia Tlen Quipanoz Ipan Milpa Alta? Do you like what is happening in Milpa Alta? (2011) Di Fernando Palma Rodriguez dalla mostra Prince.Sse des Villes appena conclusa al Palais de Tokyo; Sulla parete, Serie/Series Ibeji, di Stephen Tayo (2017 - 2019)
La mostra days are Dogs di Camille Henrot del 2018, la terza della serie Carte Blanche al Palais de Tokyo. - Credits: Foto: Aurelien Mole /Courtesy of the artist and Kamel Menhour
Untitled (scraps work) 2008 - 2019, Untitled (FA/MA.C.FA/MA.9711.01), 2019 e Untitled (FA/MA.C.FA/MA.9712.04) 2019, di Farrokh Mahdavi, dalla mostra Prince.Sse des Villes - Credits: Foto: Aurelien Mole
Storytelling

In conversazione con Daria de Beauvais, senior curator del Palais de Tokyo

Effervescente, sperimentale, capillare. Nella instancabile vivacità che anima la vita culturale a Parigi, l’arte contemporanea guadagna se possibile nuovi punti. Dagli spazi imponenti del Palais de Tokyo, Daria de Beauvais, senior curator del palazzo nonché curatrice indipendente, racconta le evoluzioni della scena artistica transalpina.

Quale passione l’ha spinta a diventare curatrice?

La scelta dell’arte contemporanea è arrivata in fretta, volevo lavorare con degli artisti viventi e occuparmi del mondo di oggi, delle sue riflessioni e della sua società: l’arte contemporanea permette di fare tutto ciò.

Lavora da anni al Palais de Tokyo, un luogo emblematico, di rottura, fin dalla sua inaugurazione nel 2002.

Si è trattato indubbiamente di un progetto capace di indicare una nuova rotta. A partire dagli orari di apertura, che vanno da mezzogiorno fino a mezzanotte. I fondatori, Nicolas Bourriaud e Jérôme Sans, sostenevano che il Palais dovesse essere un luogo di vita e avevano come modello la piazza Jemaa-El-Fna a Marrakech: non un luogo elitario, ma al contrario uno spazio animato dove la gente potesse vedere una mostra e allo stesso tempo bere un caffè, cenare, ascoltare una conferenza o vedere una performance. Una volontà rinnovata anche dai dirigenti successivi, Marc-Olivier Wahler e Jean de Loisy.

Aprirsi ad un pubblico vasto parte dal presupposto che questo non sia stupido; l’idea non è quella di semplificare le pratiche esposte, ma mantenere rigore e chiarezza. L’ampiezza del Palais de Tokyo, 22.000 mq, ci permette di affiancare più esposizioni allo stesso tempo, e quindi rivolgersi ad un pubblico più ampio. Del resto, è spesso impossibile prevedere cosa piace al grande pubblico. Nel 2014, la mostra Inside di cui ero co-curatrice con Jean de Loisy e Katell Jaffrès affrontava il tema dell’interiorità umana senza risparmiarne gli aspetti più oscuri: ebbene, è stato uno dei più grandi successi di pubblico. La “Carte Blanche” a Tomás Saraceno (a cura di Rebecca Lamarche-Vadel) nel 2018 è stato in assoluto il più grande successo del Palais, sebbene avrebbe potuto non esserlo. A quante persone i ragni fanno paura? Penso che in ogni mostra ciascuno vedrà qualcosa di differente: abbiamo tutti un vissuto e dei riferimenti diversi, e va bene così. Come curatori, possiamo dare delle chiavi di lettura ma mai pretendere di essere esaustivi. Viceversa, possiamo anche imparare dal pubblico.

Parafrasando il titolo dell’ultima Biennale di Venezia, sono “interesting times” a Parigi per l’arte contemporanea?

Parigi sta vivendo un momento di grande importanza - e posso dirlo anche perché l’aver vissuto a New York fa relativizzare l’importanza di Parigi. Sono molte le fondazioni che hanno aperto recentemente, come la Fondation Vuitton e la Fondation Lafayette, e quelle che apriranno presto, come la Fondation Pinault e la Fondation Emerige. Sono anche in grande crescita gli “artists run spaces”, spazi indipendenti condivisi dagli artisti. Non si tratta di una tradizione francese, visto che qui è sempre stato lo Stato a sovvenzionare la cultura. Questo però oggi non è più possibile: anche un’istituzione come il Palais de Tokyo fa ricorso a fondi privati per il 60% del suo budget.

La fruizione dell’arte contemporanea rientra nel costume, nelle abitudini dei parigini? In una città che ha abituato le persone a dare per scontata un’offerta culturale molto variegata, è ancora possibile “épater le bourgeois”?

A Parigi l’offerta è pletorica, anch’io con il mestiere che faccio non riesco a vedere tutto. Allo stesso tempo, non possiamo pensare che il pubblico riesca ad avvicinarsi a tutto questo: sta a noi curatori tendere la mano. Al Palais de Tokyo il servizio educativo è molto attivo, non solo con le scuole ma anche con quello che noi chiamiamo il “public éloigné”, che proviene magari da un contesto socioeconomico svantaggiato. Quanto allo choc del pubblico, noi curatori non lo perseguiamo, ma è vero che ci dicono che il pubblico è spesso sorpreso al Palais de Tokyo. Anche la disponibilità di una grande metratura aiuta: ognuno di noi curatori cerca di far confluire i propri interessi, pur mantenendo coerenza e rigore. Inoltre, la maggior parte dei lavori che vediamo nelle mostre del Palais sono commissionati: questo permette un alto livello di sperimentazione.

Negli anni ha curato le mostre di molti nomi femminili. In tempi di Me Too, c’è un aspetto legato alla questione di genere nell’arte che trova distintivo?

Sostengo le artiste donne da ben prima che la questione esplodesse a livello mediatico. Molte personali che ho curato erano di artiste, come Angelica Mesiti, Laure Prouvost, Camille Henrot, Mika Rottenberg. Non lo definirei solo un gesto militante: mi interessa lavorare con dei grandi artisti ed è capitato che questi artisti fossero donne. Da questo punto di vista, però, viviamo certamente degli “interesting times”: sono felice di osservare quello che sta accadendo, l’era Me Too è storica.

Quanto è importante coltivare una relazione con gli artisti?

A livello generale, ritengo importante sostenere gli artisti nel tempo: per questo mantengo i contatti con molte delle persone con cui ho lavorato, al di là delle mostre in corso. Ad ottobre abbiamo inaugurato al Palais de Tokyo una mostra su “una” scena francese che si intitola “Futur, Ancien, Fugitif” (“Futuro, Antico, Fuggitivo”, da un romanzo di Olivier Cadiot). Gli artisti selezionati sono nati tra gli anni ’30 e i ’90 proprio per sottolineare come un linguaggio artistico si faccia nella durata. Si iscrivono nel mondo di oggi, pur sfuggendo alle imposizioni dell’epoca. Oggi essere un giovane artista è forse la cosa più facile, perché grazie a premi, residenze e programmi dedicati è più o meno facile emergere. Ma essere un artista “mid-career” o perseguire con successo una carriera per diversi decenni è spesso più complicato. La mostra fa dialogare personalità forti, traghettatori, individualità più segrete e artisti solo apparentemente ai margini, traiettorie dalla vita atipica e carriere non lineari. Inoltre, “Futur, Ancien, Fugitif” ci fa vedere come non tutto venga da Parigi: ci sono artisti provenienti da varie regioni della Francia, stranieri che vivono in Francia come anche francesi che vivono all’estero.

La coesione urbana e sociale tra Parigi e la sua imminente periferia rimane problematica. Qual è il ruolo che può giocare l’arte contemporanea?

Anche qui c’è una evoluzione. Già, ci sono centri d’arte molto attivi in periferia da anni. Poi, con il progetto Grand Paris, la distinzione tra Parigi intra e extra-muros è in corso di superamento grazie a delle nuove infrastrutture e anche grazie all’arte contemporanea. Ad esempio, le nuove stazioni di metro e tram della Grand Paris prevedono un’opera d’arte con la legge dell’1%. Anche i privati fanno la loro parte: con il progetto “1 immeuble, 1 œuvre”, i promotori immobiliari che hanno stretto un partenariato con il Ministero della Cultura possono inserire una commessa pubblica di arte contemporanea nei propri cantieri immobiliari. Questo è positivo, non solo ovviamente per i beneficiari dell’opera, ma anche perché l’artista viene integrato alla vita della città, dimostrando che l’arte fa parte del quotidiano.

Nuovi sentieri dell’arte a Parigi: quali indirizzi suggerirebbe?

Le zone storiche delle gallerie restano il Marais e St Germain, sebbene sia Belleville che bisogna tenere d’occhio per le giovani gallerie, come Marcelle Alix e Crèvecœur. Ci sono poi gallerie che operano da diversi anni con progetti molto forti, come Chantal Crousel. A livello istituzionale, la Fondation Lafayette ha un programma sperimentale di grande interesse. Una fondazione che sostiene moltissimo la creazione francese è la Fondation Ricard, mentre un altro polo di ricerca interessante è il Crédac a Ivry. Per quanto riguarda il circuito indipendente, le DOC è un artists run space e un luogo di produzione condiviso. È importante dire che non tutto è a Parigi: programmi di grande interesse si trovano ad esempio al Crac di Sète, al Triangle France di Marseille o al CAPC di Bordeaux.

Le affidiamo una carte blanche. Quale progetto audace le piacerebbe lanciare?

Uno è la Biennale di Lione (intitolata “Where Water Meets With Other Water”) che è stata appena inaugurata, un progetto collettivo della team curatoriale del Palais de Tokyo che ha coinvolto 55 artisti in una vecchia industria di 29.000 mq. 95% delle opere sono commissionate (sul modello dei circuiti corti), cosa che non succede quasi mai nelle Biennali. È un campo di sperimentazione fuori norma che si è offerto agli artisti, il teatro di un sistema di scambi politici, poetici, estetici ed ecologici.

E per i progetti futuri?

Mi auguro di mantenere la capacità di meravigliarmi.

La versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata sul numero di novembre di Icon Design.