David Rockwell nell’head­ quarter di Manhattan. Sui tavoli da disegno dello studio, ci sono circa 120 progetti in lavorazione in tutto il mondo - Credits: Jeremy Liebman
Storytelling

David Rockwell sull’importanza del teatro

Non ha la spocchia di certi architetti che in giro per il mondo segnano il territorio facendosi proteggere da una cerchia di proseliti, sempre indaffarati con tablet e cellulari, né ha il piglio dei maestri ossessionati dalla saggia pesantezza delle proprie soppesate parole.

Eppure David Rockwell, classe 1956, archistar lo è davvero: il suo studio, il Rockwell Group, fondato nel 1984, vanta la collaborazione di 250 persone ed è senza dubbio uno degli studi più potenti di New York, così come il suo fondatore è uno degli architetti simbolo della città.

Portano la sua firma, infatti, il Dolby Theatre di Los Angeles, i vari Nobu a New York, Hong Kong, Melbourne e Dubai, lussuosi hotel e ristoranti nel mondo. È suo il progetto della residenza miliardaria The Riverhouse, quella con appartamenti eco-lussuosi, dai 300 ai 1.500 metri quadrati, a Lower Manhattan, sulle rive del fiume Hudson, con vista aperta sull’Atlantico; una delle poche costruzioni a essersi aggiudicata l’ambita certificazione Gold della Leadership in Energy and Environmental Design.

E non è un caso che perfino un radicale dell’ecologia come Leonardo DiCaprio abbia voluto comprare un appartamento proprio al The Riverhouse. Per non parlare dell’Imagination Playground, il parco giochi, molto amato da Rockwell, a due passi da Wall Street, fortemente voluto dall’allora sindaco di New York Michael Bloomberg; del Walt Disney Family Museum di San Francisco e di un’infinità di progetti, tutti per lo più connotati da un anelito alla spettacolarizzazione quale cifra stilistica dello Studio.

Quando ha capito di voler fare l’architetto?

Quando ero piccolo amavo costruire mini oggetti con i quali giocare. Mentre tutti gli altri comunicavano con le parole oppure con i disegni, io lo facevo realizzando delle cose, tipo scatole oppure casette, o addirittura dei grattacieli di cartone. Quando mia madre, che era una ballerina e coreografa, ha cominciato a portarmi con sé in teatro e poi in giro con la sua compagnia, a volte preparavo piccole costruzioni da mettere sulla scena. Mi veniva istintivo farlo. A 12 anni, quando ci siamo trasferiti in Messico, invece, ho cominciato ad essere oggettivamente affascinato dall’architettura pubblica. I mercati, le piazze, gli stessi teatri catturavano la mia immaginazione di ragazzo più di ogni altra cosa, anche perché dove eravamo prima, in Illinois, gli spazi pubblici non avevano la stessa carica emotiva e la stessa fascinazione. È stato lì che ho capito che mi sarebbe piaciuto ideare e magari realizzare un teatro o un ristorante tutto mio.

Lei ritiene che il teatro, con i suoi spazi, i suoi backstage, abbia influenzato il suo modo di fare architettura?

Non ho dubbi su questo. Molti architetti e molti designer realizzano, senza saperlo, cose che rimandano alle loro vecchie passioni, oppure al loro trascorso culturale. Soltanto più tardi, quando si è più maturi, per età ed esperienza, si comprendono i perché di certe scelte e quindi si riscoprono le radici. Nel mio caso, il teatro mi ha aiutato a capire come lo spazio sia importante per creare relazioni tra le persone. La vita teatrale implica momenti comunitari e di complicità, ma anche altri di necessaria solitudine e concentrazione su se stessi e tutto avviene in uno stesso luogo circoscritto. Così, quando ho avuto l’opportunità di progettare scuole di cucina, aeroporti e ristoranti ho studiato non solo i materiali, le dimensioni e le proporzioni ma anche i movimenti che le persone avrebbero compiuto in quegli spazi. Credo che, in uno spazio pubblico, la coreografia dei flussi sia molto importante per stabilire l’armonia del luogo. E comunque, in generale, sono convinto che qualsiasi architettura racconti la storia del suo autore. Io, per esempio, potrei definirmi un progettista-coreografo e per capire quello che voglio dire basta guardare il JetBlue Terminal 5 Marketplace dell’aeroporto JFK.

Un angolo dello studio Rockwell Group. Tra i principali progetti in corso, il Culture Shed, uno spazio multifunzionale lungo la High Line, a New York, disegnato in collaborazione con Diller Scofidio + Renfro - Credits: Jeremy Liebman

In questo momento di violenza e di paure collettive, ritiene che soprattutto gli spazi pubblici debbano essere ripensati secondo criteri costruttivi diversi?

I nostri uffci non sono distanti da Ground Zero e quando successe la tragedia, come studio di progettazione, ci siamo posti il problema della sicurezza. In quell’occasione ci fu chiesto di realizzare una scuola temporanea, ovvero una struttura pubblica, e mera. Da quel progetto abbiamo imparato molto, non solo sui materiali, ma anche sulla struttura: la mancanza di fondamenta e l’agilità delle costruzioni temporanee sono importanti anche per stabilire un nuovo concetto dell’abitare. Dovremmo forse immaginare architetture più snelle, trasparenti e transitorie. Transitorio è un termine che mi piace perché mi slega dall’idea di possesso. Gli spazi di coworking, secondo me, incarnano un po’ questo concetto: sono luoghi di passaggio, dove la gente condivide esperienze ed è pronta a cambiare.

Qual è la sua poetica?

I nostri progetti si riflettono in risultati che coniugano alta tecnologia, oggetti realizzati a mano ed effetti speciali, che emozionano. Ovvero che creano empatia. La mia poetica, pertanto, è volta a catturare lo spirito non meno dell’occhio, perché ritengo che l’architettura abbia il compito di migliorare la vita di tutti.

Qual è il suo progetto utopico?

Utopia è una parola estremamente potente. Direi che il parco è probabilmente il mio progetto utopico: un luogo piacevole, di scambio, di relax, di benessere, di meditazione, ma anche di lavoro. Il parco si può riempire di piccole scuole, di caffè, di teatri. Mi piace pensare all’idea di una mini città in un grande parco.

Oltre a New York ha studi a Madrid e Shanghai. Conosce tutti coloro che lavorano per lei?

Certo, li ho incontrati tutti personalmente. Magari solo per una o due volte, ma sono molto attento agli input che vengono da coloro che lavorano per me.

Preferisce il lavoro individuale o di gruppo?

Mi piacciono entrambi. In fase ideativa, tendo a stare da solo, per pensare in solitudine, ma poi preferisco confrontarmi e portare avanti la progettazione con gli altri. In team le idee si arricchiscono e si concretizzano meglio.

A Milano, in occasione del Fuorisalone 2016, ha presentato la Valet Collection. Ce ne può parlare?

È stata la mia prima collezione di oggetti d’arredo. Il nome Valet sta a indicare il valletto [quello che noi chiamiamo servo muto n.d.r.] ovvero un oggetto utile, dove appendere abiti, senza occupare tanto spazio. L’intera collezione studiata con il brand asiatico Stellar Works è fatta di pezzi leggeri, poco ingombranti, polivalenti, che coniugano l’eleganza occidentale con la raffinatezza artigianale orientale.

Meglio il design o l’architettura?

Preferisco l’architettura.

Ha dei maestri di riferimento?

Sono due italiani: Aldo Rossi e Tobia Scarpa. Ho pensato a loro anche per la Valet Collection.

Quali sono le sue priorità nella vita?

I miei due gli di 16 e 13 anni, con i quali amo trascorrere il tempo libero: a loro insegno il rigore dell’architetto e da loro imparo il caos creativo. Un’iniezione di entusiasmo adolescenziale.

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