Il workshop Design Through Awareness promosso da Milano Design Film Festival. Da sinistra, Caterina Micolano, consulente e ideatrice di Idigital 3.0; Ilaria Venturini Fendi, fondatrice di Carmina Campus; Silvia Robertazzi, ideatrice insieme ad Antonella Dendini del MDFF; Stefano Cardini, Caporedattore di Icon Design - Credits: Ph. Samantha Caligaris
Caterina Micolano, consulente e ideatrice di Idigital 3.0, e Ilaria Venturini Fendi, fondatrice di Carmina Campus - Credits: Ph. Samantha Caligaris
Daniela Fantini, Amministratore Delegato di Fantini Rubinetti - Credits: Ph. Samantha Caligaris
Caterina Micolano, consulente e ideatrice di Idigital 3.0; Ilaria Venturini Fendi, fondatrice di Carmina Campus; Silvia Robertazzi, ideatrice insieme ad Antonella Dendini del MDFF; Stefano Cardini, Caporedattore di Icon Design - Credits: Ph. Samantha Caligaris
Silvia Robertazzi, ideatrice insieme ad Antonella Dendini del MDFF - Credits: Ph. Annalisa Moschini
Ilaria Venturini Fendi, fondatrice di Carmina Campus - Credits: Ph. Annalisa Moschini
Caterina Micolano, consulente e ideatrice di Idigital 3.0, soluzioni di mobile marketing per il Terzo Settore, Istituzioni e servizi di pubblica utilità - Credits: Ph. Francesca Ciuffreda
Alberto Cannetta, fondatore dell'associazione Il Nodo - Credits: Ph. Annalisa Moschini
Patrizia Scarzella, architetto e giornalista, Vicepresidente dell’associazione DcomeDesign - Credits: Ph. Francesca Ciuffreda
Giulio Vinaccia, designer - Credits: Ph. Annalisa Moschini
Stefano Cardini, Caporedattore di Icon Design - Credits: Ph. Annalisa Moschini
Giulio Iacchetti, designer e fondatore di Internoitaliano - Credits: Ph. Annalisa Moschini
Vincenzo Linarello, Presidente di Cangiari - Credits: Ph. Annalisa Moschini
Storytelling

Ripensare il mondo: il design riscopre la sua vocazione sociale

Osserva la piccola polla d’acqua raccolta davanti a sé, il cucciolo d’uomo. E ride pieno di stupefazione mentre con la manina la fa schizzare fuori dal recipiente che parsimonioso la contiene. Un gesto semplice, a tutti familiare. Ma che nel piccolo villaggio africano dove è cresciuto è un prodigio gioioso, una magia buona che incanta.

Questa che vi raccontiamo è soltanto una delle sequenze che abbiamo commentato al Cinema Teatro Anteo lo scorso 7 ottobre, ospiti del workshop organizzato dal Milano Design Film Festival e dedicato al Design Through Awareness, che ha preceduto la proiezione del film One Water di Sanjeev Ai Habashi: un viaggio intercontinentale lungo le rotte della crisi idrica globale.

C’è una questione che potrebbe apparire nominale, ma non lo è. Può il design “non” essere sociale? Apparentemente no. Eppure esiste persino una sezione del Compasso d’Oro, il premio annualmente assegnato dall’Adi ai migliori creativi del settore, che si chiama così: “social design”. Quasi potesse esistere un design che progetta indipendente dal sociale o comunque senza aver come priorità il valore anzitutto sociale che ogni manufatto crea, altera o, al limite, distrugge. Tema ampio, quasi filosofico. Che nei racconti per parole e immagini dei partecipanti al workshop, moderato da Silvia Robertazzi, ideatrice con Antonella Dedini del Milano Design Film Festival, acquista una concretezza sorprendente, fatta di occhi che esplorano, mani che disegnano, intrecciano, intagliano, e di uomini e donne che insieme immaginano, discutono, costruiscono mondi, in una parola: progettano. Il design come è o come dovrebbe essere.

Il cucciolo d’uomo, nel filmato, gioca con l’acqua. Davanti a sé ha il volto sorridente di Daniela Fantini, Amministratore Delegato di Fantini Rubinetti e promotrice di 100 Fontane: Fantini for Africa, un progetto grazie al quale 25mila abitanti del Burundi oggi possono bere acqua potabile. Semplici fontane. Ma sono una rivoluzione, che salva centinaia di vite e muta il destino di decine di comunità, liberando donne e bambini da corvées massacranti, che sottraggono tempo alle cure familiari, al lavoro nel villaggio, alla scuola, alla felicità. «La prima volta che visitai il Burundi, mi sentii impotente. Che cosa potevo fare da sola?», racconta Fantini. Poi però, a poco a poco, un tarlo buono ha cominciato silenzioso a lavorare: «E alla fine mi sono detta: ma se anche uno solo di quei bambini, una di quelle donne, potesse grazie a noi bere e lavarsi con acqua non contaminata, non sarebbe già abbastanza?». È nato così il progetto 100 Fontane. Una scommessa vinta. E che ora apre le porte a nuove idee e raccolte fondi. Per una falegnameria. O una scuola, vorrebbe suor Agnese, che al Burundi ha dedicato la vita e ha seguito l’avventura di Daniela Fantini fin dall’inizio: «Perché se non c’è educazione non c’è futuro», dice.

Educazione. Educazione anzitutto all’eccellenza nella bellezza. Ne è convinto il designer Fernando Campana. È nato in Brasile, il Paese con i più vasti giacimenti d’acqua del Pianeta. Nel quale, tuttavia, povertà e siccità spesso si danno la mano. Insieme al fratello Humberto, Fernando ha creato pezzi esposti al MoMA di New York e al museo Des Arts Décoratifs di Parigi. Ma la loro impresa più importante è stata aprire un laboratorio/scuola di design in una delle favelas di San Paolo, loro città natale: «La creatività non nasce dalla nostra testa, ma dalle nostre mani quando imparano a esplorare i materiali, piegando le tecniche tradizionali di manifattura a nuovi usi, a nuovi oggetti, a nuove possibilità». È la vocazione anche di Carmina Campus, il marchio di accessori moda e oggetti d’arredo creato nel 2006 da Ilaria Venturini Fendi: figlia di Anna, una delle cinque sorelle Fendi, e sorella di Silvia Venturini Fendi, Presidente di Altaroma e direttore creativo con Karl Lagerfeld della storica maison. Ilaria dopo aver prestato la propria creatività all’impresa di famiglia, ha deciso di trasferirsi in un’azienda agricola alle porte di Roma: «Non ne potevo più di disegnare una collezione dopo l’altra seguendo i ritmi incessanti del mercato. Avevo bisogno di restituire al mio lavoro un senso più esteso, più profondo». Così, nel 2006, ha creato Carmina Campus, un progetto di creatività sostenibile e di ethical fashion, nel quale, come nelle periferie di San Paolo, manualità ed eccellenza artigianale, unite a una cultura del riutilizzo, sono diventati fattori generatori di sempre nuova bellezza, oltre che un veicolo potentissimo di riscatto sociale. Lo racconta, seduta al suo fianco, Caterina Micolano. È consulente e ideatrice di Idigital 3.0, soluzioni di mobile marketing per il Terzo Settore, Istituzioni e servizi di pubblica utilità. In collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha avviato Sociallymadeinitaly, un network nato per incoraggiare le aziende a reinventare i loro marchi come “social brands”. E con Carmina Campus, per il Milano Design Film Festival 2016, ha realizzato una collezione di borse con le detenute delle carceri di Bollate e San Vittore: «Sposare materiali poveri e design di qualità è il solo modo per ottenere prodotti di successo che, insieme, incarnino un valore sociale anzitutto per coloro che hanno concorso a realizzarli». È la strada per riconquistare autostima e futuro battuta da decine di detenute.

Nessuno dei protagonisti di questi progetti vuole parlare di charity, d’altronde. Il social design non fa altro, per loro, che riportare il design alle sue radici, al suo nucleo vitale. Senza andare necessariamente contro le logiche del mercato. Ma ricorrendovi in vista di uno scopo più radicale rispetto alla pura e semplice vendita di prodotti.

È quanto sta a cuore a Patrizia Scarzella, architetto e giornalista, Vicepresidente dell’associazione DcomeDesign per la promozione della creatività femminile e lo sviluppo progetti di design per il sociale in Asia, Africa, Italia. E ad Alberto Cannetta, che con l’associazione Il Nodo, insieme alla figlia Martina, ha creato una Bottega dell’arte in Cambogia i cui gioielli sono il frutto delle menti e delle mani di apprendisti artigiani locali: «Per creare devi avere un bagaglio d’immagini in testa», spiega Cannetta, «Immagini belle, materia e modello per la fantasia. La bellezza, però, devi imparare a vederla. È il presupposto della creatività. Quando ci siamo resi conto che esso mancava, abbiamo chiesto ai nostri ragazzi di fotografare con i loro smartphone tutto quello che li colpiva del loro mondo circostante: sui muri delle case, tra le palafitte delle periferie, nei vicoli dei suburbi. Tutto ciò che trovavano interessante, stimolante o bello. Ne sono venute fuori forme e suggestioni straordinarie, che hanno poi preso corpo nei gioielli».

Imparare a vedere per imparare a creare. Nei suburbi del Sud-Est Asiatico come nel turbolento Vicino Oriente. Lo racconta Giulio Vinaccia, Compasso d’oro 2016 per il social design con il fratello Valerio. Vinaccia racconta come, all’interno dei programmi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale, abbiano sviluppato una metodologia d’intervento che crea sviluppo economico e sociale tramite il design che muova dalle esistenti risorse umane, culturali e territoriali senza stravolgere il mondo cui è destinato. Oggi coordina Creative Med, per lo sviluppo di 14 cluster di industrie creative in sette Paesi del Mediterraneo. E per lui parlano le immagini dei giovani fashion designer al lavoro in Giordania, un Paese di sei milioni di abitanti che da solo accoglie oltre 800mila profughi dai Paesi circostanti.

A tirare le fila del workshop pensa Giulio Iachetti, vincitore di due Compassi d’Oro e fondatore di Internoitaliano, una “fabbrica diffusa” fatta di laboratori artigiani con i quali firma e produce arredi e complementi ispirati al fare e al modo di abitare italiani.

Iachetti, dopo avere a lungo ascoltato in assoluto silenzio, trova le parole giuste per stringere le esperienze presentate in un unico nodo. Sono parole che richiamano alla centralità della “persona”: «Il design è social quando rimette al centro del progetto le persone, i loro desideri, le loro idee, le loro capacità». Perché è la qualità del processo creativo a garantire che anche il risultato del processo acquisisca valore. Un manufatto, infatti, non è mai un mero oggetto, ma un sistema di relazioni, che lega tra loro donne e uomini, vecchi e giovani, il passato con il futuro. È la storia di Cangiari, il cui video chiude il dibattito prima che inizi la proiezione di One water. Mani di donne, antichi telai, frammenti di antiche e misteriose melodie grecaniche e bizantine. Raccontano di un viaggio nel tempo, in Calabria, dove secondo tradizione le donne per secoli hanno intessuto in casa mirabili arabeschi su imponenti telai in legno, capaci di intrecciare migliaia di fili.

Racconta Vincenzo Linarello, Presidente della società, parte di un arcipelago di cooperative sociali calabresi: «Era un sapere perduto. Fino a quando non abbiamo scoperto come queste donne si trasmettevano lungo le generazioni i preziosi schemi di filatura corrispondenti all’infinità di disegni da realizzare sulle stoffe. Trattandosi di una cultura orale, all’interno di comunità sostanzialmente analfabete, a ogni pattern era stata fatta corrispondere, da tempo immemore, una nenia dialettale, ipnotica come un mantra, che rappresentava anche un modo per proteggere un segreto artigiano. Siano andate a cercare le ultime donne alle quelle canzoni in codice erano state insegnate, anche se ormai avevano abbandonato l’arte delle loro madri e delle loro nonne. E così siamo potuti risalire ai disegni, che abbiamo poi adottato nelle nostre collezioni».

Così, la collezione PE di Cangiari, dal 21 settembre al 13 ottobre scorso, è stata tra i protagonisti di Crafting the Future: storie di artigianalità e innovazione, una mostra curata da Franca Sozzani, realizzata da Camera Nazionale della Moda Italiana con il supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e dell’Ice. Una esposizione che ha aperto la Milano Moda Donna PE 2017. Cangiari, in dialetto calabrese, sta per “cambiare”, ovvero, mutare il senso delle cose passate in quello delle cose future. Un modo, in fondo, per dire “design”.

FANTINI FOR AFRICA CONTINUA
Chi volesse contribuire a un nuovo crowfunding per la popolazione del Burundi, con l'obiettivo di costruire una falegnameria in Masango, questi sono gli estremi bancari:

Onlus delle Suore della Carità di Novara
IBAN: IT50 W 05034 10100 000000026693

News
Il Bauhaus è in mostra a Parigi
Places
Green Rooms: a Londra il primo hotel per artisti
You may also like
Think Next: la creatività che innova il futuro

Think Next: la creatività che innova il futuro

Un incontro sui trend del cooking nella Svizzera di Franke: ospiti di fama internazionale, idee e creatività per inventare il mondo del food di domani
Essere e tempo

Essere e tempo

Trasparenze evanescenti, sfumature naturali e pensieri fluttuanti scanditi da orologi e accessori importanti. Sono attimi sospesi per giocare con i dettagli preziosi del momento
I quadri di Marc Chagall a Mantova

I quadri di Marc Chagall a Mantova

In concomitanza con il Festivaletteratura, dal 5 settembre, Palazzo della Ragione ospita oltre 130 opere tra cui il ciclo completo dei 7 teleri dipinti da Chagall nel 1920
Una notte al Joshua Tree, in California

Una notte al Joshua Tree, in California

Un’oasi di pace dove godere di uno scenario mozzafiato nel bel mezzo del deserto, tra rocce scolpite e cieli stellati. Ecco Folly dello studio Cohesion
Itinerari enoartistici: Art of the Treasure Hunt

Itinerari enoartistici: Art of the Treasure Hunt

Nel Chianti, sei cantine vinicole ospitano dipinti, sculture e installazioni site-specific. Un percorso suggestivo alla scoperta delle eccellenze della regione e dei nuovi interpreti dell'arte
Sulla torre di Gio Ponti

Sulla torre di Gio Ponti

Sobrio, elegante. Innovativo, ma in armonia con il contesto. A Milano, il primo grattacielo italiano ha un’anima swing e segna l’ultima collaborazione tra Lancia e Ponti