Il Cielo - Francesco Librizzi. «Un monumento deve essere riconoscibile e per esserlo deve appartenere all’esperienza di chi lo visita. Per questo la pergola, pur essendo sciolta nell’impianto, è assolutamente identificabile come tale». Il Cielo sublima il significato sacrale del focolare e ne rievoca il potere di richiamo attraverso una struttura leggera e simbolica. La griglia di alluminio, lasciando intravedere il cielo ma proiettando un’ombra a terra, funziona da filtro tra infinito e spazio domestico, e introduce un grado di rigidità, mitigato dalla libertà e informalità dei pilastri di diverse forme e materiali (dal legno, più naturale, al marmo). - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Il Cielo - Francesco Librizzi. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Monument Number One - Guillermo Santomà. Un armadio freestanding. Un elemento divisorio. Oppure un manufatto scultoreo. Senza il laccio della funzione, l’oggettocontenitore diventa espressione libera, evocazione, memoria. «Costruisco da solo i miei pezzi e stavo lavorando a un divano quando è arrivato il brief. Girandolo su un fianco, in verticale, sono stati quel sofa, e le curve morbide dei suoi cuscini, la giusta ispirazione per il progetto. Così l’ho perfezionato, lavorando sui materiali, disegnando le ante e giocando con colori accesi per renderlo monumentale. Pop». - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Monument Number One - Guillermo Santomà - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Numen - Michael Schoner. Una tavola rotonda, inclusiva, con una panca disegnata come un nastro fluido, per accogliere annullando le diversità. E un blend di materiali (l’acciaio, il rovere verniciato, il linoleum) a sancire il potere dell’incontro nel segno del colore. «In lingua tedesca l’aggettivo “gesellig” significa socievole ma anche piacevole, allegro. Un termine che allude alla sensazione di benessere del condividere. Così la tavola da arredo funzionale diventa luogo, occasione». - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Numen - Michael Schoner. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
A slant of light - Germans Ermičs. «Ho sempre lavorato con il vetro e il colore, cercando di rimuovere il segno della mano dell’artista e lasciando all’immaginazione la magia. Questa è stata una sfida. Ho creato un oggetto che fosse il più invisibile possibile, focalizzandomi sulle possibilità di controllo della luce». Se illuminare è addomesticare qualcosa che non ha sostanza, è l’ambiguità tra ciò che è fisico e ciò che è apparenza a diventare tema di progetto: in questo modo, la superficie metallica riflette sì l’ambiente ma, pure, lo assorbe; e così la luce, per natura diffusa, può assottigliarsi in una linea netta, se irradiata da una semplice fessura in un disco di acciaio inox lucidato a specchio. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
A slant of light - Germans Ermičs. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Cabinet - Point Supreme. «Come architetti, e come persone, siamo affascinati dagli oggetti». Cabinet nasce da un bisogno naturale di raccogliere memorie ed è prezioso come ciò che contiene, grazie ai materiali – il marmo di Carrara, il vetro, l’alluminio, la ceramica – e ai dettagli curati. «Amiamo celebrare l’arte manuale e la cultura dell’uomo, e tracciare sempre un legame tra presente e passato. Abbiamo concepito l’oggetto come un edificio, suddividendolo in parti, con diverse logiche di apertura e lavorazioni. Ma potremmo ampliare la scala fino alla città, e riconoscere in quelle sezioni altrettanti quartieri...». - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Cabinet - Point Supreme. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Tasmania - Leopold Banchini. Una riflessione ampia sulla gestualità e le declinazioni culturali del sedersi dà vita a un oggetto complesso, prismatico, aperto. «In quanto architetto, è stato naturale pensare in tre dimensioni. Ho immaginato un paesaggio sospeso e insulare, da personalizzare nella seduta secondo l’esperienza. Una griglia di piccole croci consente di disporre a piacimento gli elementi (il cuscino in legno massello, la scala di terracotta, il frammento di lava, il cuneo-poggiaschiena in castagno siciliano, tutte presenze evocative) e quindi di disegnare una mappa individuale». Anche i piedi di appoggio sono oggetti “abitanti” questo ambiente. In acciaio cromato, con forme diverse e astratte, e stesso sistema di ancoraggio. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Tasmania - Leopold Banchini. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Groom - OS Δ OOS. «L’ossimoro domestico-monumentale è espresso dal gradiente di apertura delle ali di alluminio anodizzato. In base alla loro posizione, e quindi alla libertà con cui vogliamo svelarci al mondo, l’apparenza cambia. Perché questo cabinet parla di noi attraverso ciò che contiene. Può celare o mostrare, senza essere mai completamente chiuso né totalmente aperto. È questo il paradosso di Groom». Un progetto che sintetizza bene il metodo di ricerca dello studio; il suo desiderio di creare oggetti ispirati da idee forti, razionalizzate per mezzo di una funzione. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Groom - OS Δ OOS. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Delos Bed - Arquitectura-G. «Volevamo rievocare il rito del riposo non disegnando un oggetto dove dormire ma elevando la riflessione alla scala dello spazio dove si riposa. Siamo un collettivo di architetti e abbiamo impresso in questo progetto molte delle nostre ossessioni». In Delos Bed la piastra di metacrilato, trasparente e astratta, richiama un’ideale luogo in cui celebrare il momento del sonno (secondo usi e tradizioni differenti), mentre i sostegni in ebano, dalle geometrie irregolari, rievocano il ricordo di una vacanza in Grecia e le rovine di ciò che, un tempo, è stato monumentale. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Delos Bed - Arquitectura-G. - Credits: Foto: Alessandro Saletta e Mattia Caprara
Storytelling

Domestic Monuments

Nelle stanze del palazzo si celebra una festa. Gli stucchi e gli affreschi di un tardo barocco incorniciano l’atmosfera vivace; le boiserie di legni intarsiati si moltiplicano attraverso gli specchi alle pareti e conversano con i pavimenti di marmi lucidi. L’aria primaverile rende Catania ancor più piacevole, partecipando dell’entusiasmo che vive sui volti di tutti; si condivide un traguardo, la gioia è grande.

«Per essere siciliani bisogna essere diversi»: le parole di Vitaliano Brancati riecheggiano nella mente e sembrano voler testimoniare l’unicità e il carattere tutto speciale di questa storia a lieto fine. Fatta di sentimento, ardore, rispetto, pensiero e pratica, teste e mani sapienti. Nel palazzo c’è odore di legno e lacca. La curiosità si scioglie alla vista di otto presenze, che appaiono nuove tra le architetture grandiose. Otto sintesi di accurato artigianato italiano combinato con la sensibilità e l’estro di talenti internazionali, delineano insieme un arcipelago di memorie autentiche, dando vita a un’opera corale, ricca, profondamente umana. Domestic Monuments.

Il progetto di una famiglia di pezzi, realizzati a mano in Sicilia insieme a designer e architetti di paesi diversi, nasce due anni fa da un fortunato incontro tra Francesco Moncada e Mafalda Rangel, architetti con un portfolio di collaborazioni in Italia e all’estero, e DiSé, realtà siciliana che, nel suo laboratorio creativo di Grammichele, vicino Catania, produce raffinati mobili su misura, opere d’arte e collezioni in edizione limitata. Nello spirito dell’azienda – 50 anni di storia appassionata e visionaria – ci sono la tradizione dell’artigianato locale combinata con l’innovazione tecnologica, una curiosità e una ricerca continua sui materiali più disparati (in primis il legno, e poi i metalli, le plastiche), alcuni anche di propria invenzione, e il culto del dettaglio ben confezionato.

«Abbiamo chiesto a otto designer emergenti, con background, ispirazioni e approcci alla progettazione molto diversi, di lavorare sulla scala domestica per indagare il rapporto tra individuo e spazio, tra ambiente costruito e funzione, usando il disegno come strumento di sintesi critica. Li abbiamo esortati a riflettere sul presente della quotidianità con lo scopo di trarre dalla normalità lo stimolo creativo per intervenire sul contesto, e non solo subirlo», ricostruiscono Moncada e Rangel, curatori della collezione Domestic Monuments, attualmente direttori del programma di architettura al MADE Program di Siracusa e co-curatori di MADE Labs. «I monumenti sono testamenti di qualcosa di straordinario. L’etimologia della parola deriva dal latino “monere”, che significa ricordare, ma anche avvertire, mettere in guardia: in questo senso il monumento può servire anche per prefigurare il futuro attraverso la presa coscienza di ciò che è passato. Con un ossimoro, abbiamo voluto stimolare il pensiero dei progettisti sia, quindi, sulla relazione tra il manufatto e il tempo, sia sul significato di “monumentalità” applicato alla vita di ogni giorno», continuano. «Scegliendo un tema che potesse esaltare il Dna di qualità ed esperienza di DiSé, abbiamo invitato designer e architetti a celebrare la domesticità attraverso alcuni comuni riti, trasformandoli in qualcosa di eroico e memorabile».

Così Arquitectura-G, Leopold Banchini, Germans Ermičs, Francesco Librizzi, OS Δ OOS, Point Supreme, Guillermo Santomà, Michael Schoner hanno interpretato altrettante azioni del quotidiano: il riposare è sintetizzato da una superficie trasparente e astratta poggiata su basi irregolari (Delos Bed); il sedersi diventa gesto libero ed esperienza individuale (Tasmania); l’illuminare disegna la luce in una lama sottile (A Slant of Light); il focolare domestico è soglia, centro, baldacchino, tra archetipo e stereotipo (Il Cielo); il prendersi cura di sé è il segreto celato all’interno di un piccolo cabinet de curiosités (Groom); il custodire è affidato ad arredi concepiti come architetture in miniatura (Cabinet) o a strutture pensate come divisori freestanding (Monument Number One); il condividere si compie seduti attorno a una tavola ospitale (Numen).

«Il rapporto con i progettisti è stato l’aspetto più sorprendente e gratificante di questa avventura, in cui il design contemporaneo ha mostrato ricchezza ed energia nelle idee e nella realizzazione», racconta Giancarlo Leggio, direttore creativo di DiSé. «Ci sono state interpretazioni più astratte, concept più formali e composizioni sperimentali: una varietà che ha accolto le sfumature e non le rigide definizioni. Abbiamo annullato le distanze con un dialogo continuo, lavorando con impegno sulle sfide: ingegnerizzando soluzioni – ad esempio il sistema di chiusura
nel progetto di OS Δ OOS o il funzionamento della lampada di Germans Ermičs – e impiegando tutti i materiali, e le loro finiture, come le vernici
da automobile del cabinet di Guillermo Santomà. Oggi gli otto pezzi, curati e definiti al dettaglio, testimoniano questo lavoro collettivo, e per la loro presentazione ufficiale è stato scelto Palazzo Biscari, nel centro storico della città di Catania, sia per richiamare la sicilianità dell’azienda DiSé, sia per onorare questa terra e le tue potenzialità, dimostrandone la capacità di confrontarsi in modo peculiare con il mondo del progetto, anche a livello internazionale. E anche per la bellezza di questa architettura, essa stessa monumento domestico».

Una festa si è celebrata nelle stanze del palazzo. «Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia?», scriveva Leonardo Sciascia. «Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando».