A sinistra, sulla libreria realizzata in QuaDror, giocattoli collezionati dal designer e modellini di studio, tra i quali quello di una Tron Chair per Walt Disney + Cappellini (2010); a destra Dror Benshetrit, nato a Tel Aviv nel 1977. Tra le sedute Pick Chair (2002, a sinistra) e Peacock Chair per Cappellini (2009, a destra), tavolino basso con un esemplare in porcellana nera di Vase of Phases, per Rosenthal (2005). - Credits: Ph. Francesco Lagnese
Lo studio newyorkese di Dror Benshetrit - Credits: Ph. Francesco Lagnese
A sinistra, un modulo QuaDror, costituito da 4 superfici a “L” che incrociate tridimensionalmente danno vita a un sistema costruttivo replicabile all’infinito. Usando materiali diversi, dal legno al Corian, all’acciaio, QuaDror può essere usato nel product e nel furniture design, come per ottenere sculture urbane (ne sono esempio il Brancott Estate e il MuBE di San Paolo) e scheletri strutturali per interi edifici. - Credits: Ph. Francesco Lagnese
«Uso il design per comunicare i miei stati d’animo. Mi piace essere libero nel pensiero, e sentire più che ragionare. Così ogni progetto rappresenta un pezzo della mia vita» - Credits: Ph. Francesco Lagnese
La libreria in QuaDror realizzata in tempo reale nell’ufficio di New York. Da questa primavera Studio Dror conta un nuovo spazio per la realizzazione di prototipi e grandi modelli presso il Mana Contemporary, a Jersey City. Tra i clienti dello studio, Alessi, Bentley, Horm.it, Swarovski, Louis Vuitton, Target, Puma, Franke, Nasa. - Credits: Ph. Francesco Lagnese
Storytelling

Dror Benshetrit: “Io, visionario, vi presento il mio mondo libero”

Mentre risponde alle domande, Dror Benshetrit compone un’intera parete-libreria di QuaDror, l’unità costruttiva che ha inventato e che concentra molta della sua ricerca sperimentale. La t-shirt nera scopre un tattoo colorato. «Ero un bambino molto creativo. Mi piaceva fare grandi disegni e finivo sempre per sporcarmi la faccia e le mani con i colori. È un ricordo che voglio tenere, i segni di quei momenti di creatività libera portati addosso», spiega con un sorriso. E forse è proprio quel disegno, apparentemente casuale, a condensare il significato profondo dell’arte di Dror: visionaria, istintiva, positiva. La sua sovranità di pensiero non pone limiti a un’indagine universale e distintiva, che spazia dal design di prodotto all’installazione, dall’interior e il retail alla progettazione di interi quartieri e pezzi di città. Una libertà indomita, che ha segnato tutta la sua carriera. «Ho ricevuto un’educazione artistica e quando sono arrivato a New York da Tel Aviv, a 21 anni, alla ricerca di scuole d’arte, ho finito per prendere in considerazione tutte le opportunità, anche fuori dell’America. E alla fine ho scelto il product design e la Design Academy Eindhoven. Ma ero troppo curioso per concentrarmi su una sola disciplina perciò, tornato a New York dopo il diploma, la sperimentazione si è ben presto mossa verso l’art e la creative direction, il packaging, gli interni, fino all’architettura. Finché ho capito che ciò che davvero mi interessava era l’intersezione tra le materie, la loro miscela. E oggi, dopo 16 anni a New York, penso sia questa l’essenza del mio metodo, che mi piace definire olistico».

Cosa porti con te d’Israele?

Lo stimolo intellettuale. La sua ricchezza di culture, che accoglie influenze da Europa, Asia e Medio Oriente, lo caratterizza come un luogo speciale. La sua gente porta dentro un’identità cosmopolita che la rende creativa e inventiva, interessata a prefigurare il benessere e a lavorare per il progresso. Oggi è ricca di start-up, c’è molta iniziativa e spinta all’innovazione.

E allora perché New York?

Mi affascinava la velocità e il mix di culture. La città è molto cambiata da quando sono arrivato ma è sempre un hub, un posto in cui le persone si fermano, ed è il motivo per cui la amo, perché è destinazione. New York è sorprendente: qui le cose succedono e si evolvono velocemente e io sono profondamente affascinato dalla trasformazione, una costante che si ritrova nel mio lavoro fin dagli inizi. Il motivo per cui penso che New York sia la mia città è perché puoi reinventarti tutti i giorni; una condizione che può essere anche molto straniante.

Tanto da volerne parlare attraverso un progetto, che è diventato uno dei più celebri: vasi mandati in frantumi e poi riassemblati. Per Rosenthal. C’era un atteggiamento ironico dietro o esprimevano genuinamente uno stato mentale?

La collezione Vase of Phases del 2005 è stata l’occasione per raccontare il mio impatto con New York; rappresentava metaforicamente le sfide di una condizione di prova, che se da una parte erano, appunto, ostacoli, dall’altra potevano essere prese come opportunità per costruire se stessi attraverso l’esperienza. I vasi esprimevano esattamente come mi sentivo.

Non molto bene...

Esatto. Mi sentivo in difficoltà; in un certo senso, rotto. Ma quel disagio è stato in realtà una fortuna; mi ha formato. Quando creo, parto sempre dai sentimenti, da cosa provoca la mia immaginazione. Cerco sempre di richiamare alla mente la prima sensazione provata riguardo a una certa situazione. Ciò si collega al mio concetto di design, in cui mi muovo a mio agio e in piena libertà. Il design per me non si identifica solo con le forme, le proporzioni, i materiali: è l’insieme degli aspetti emozionali che riguardano il nostro essere e le relazioni con gli altri; ha a che fare con una sfera intangibile ma fondamentale, che coinvolge ciò che ci appartiene e identifica.

E gli altri progetti importanti della tua carriera?

Sicuramente la Peacock Chair. È nata in seguito a una rottura, da una riflessione sul significato degli opposti. Come il pavone fa la ruota sia per vanità che per proteggersi dagli altri animali, la Peacock può respingere per le sue dimensioni ma anche accogliere tra le sue morbide pieghe. Poi l’invenzione del QuaDror, un modulo geometrico su cui sto ancora lavorando che può essere utilizzato per costruire una libreria come per realizzare un edificio. Un sistema facile da usare e veloce, che consente di coprire tutte le scale di progetto, conciliando fisica e poesia. Quindi aggiungerei il progetto Nurai ad Abu Dhabi, il mio esordio nell’architettura: un villaggio di case tra terra e mare, che mi ha aperto gli occhi su come la conoscenza spesso blocchi una visione più ampia delle cose e su quanto la creatività possa andare ben oltre la specializzazione. Il Parkoman a Istanbul, poi: è stato il mio primo progetto di landscape design... E ancora, l’Havvada project, l’estensione della città di Istanbul: l’esempio di come, a volte, enormi problemi possano essere semplificati in punti elementari ed emozionali. È un progetto che parla di armonia tra tutti gli ingredienti di una città (il costruito, le infrastrutture, i servizi), e anche se sembra nato come una fantasia, un’utopia urbana, possiede spunti interessanti, che possono essere mutuati anche in altri contesti. E per finire, l’ultimo lavoro che stiamo facendo a Istanbul, il Galataport: qui ho imparato come le problematiche debbano essere affrontate non per segmenti asettici ma ponendosi le domande meno scontate.

È un progetto molto ambizioso: portare sotto il livello del mare tutte le funzioni specifiche del porto e la circolazione dei mezzi, per lasciare sulla costa i percorsi pedonali e gli spazi a vocazione pubblica.

È il più grande lavoro fatto finora. Abbiamo disegnato il masterplan di un’area di circa 350.000 mq, coinvolgendo altre expertise, come Gensler, Norm Architects, Bea per le barriere galleggianti antinquinamento, Jcfo per il landscape design. Al momento tutte le demolizioni sono state completate e sono state realizzate le barriere. Ci vorrà ancora un anno e mezzo per la conclusione dei lavori. Galataport è un progetto complesso, che mostra come la scala del design sia in grado di interagire con quella della pianificazione urbana e come un approccio collaborativo possa risultare vincente contro ogni riduttiva definizione.

Ma toccare diverse discipline e scale di progetto non rischia di esporti a critiche da parte degli altri?

Assolutamente sì. Viviamo in un mondo in cui la qualificazione è un requisito e in questo studio andiamo esattamente nella direzione opposta; in un certo senso, specializziamo il sogno. La mia competenza è saper gestire l’identità del progetto e coinvolgere persone capaci che possano rendere una visione realtà. Non sono un architetto, né un urbanista ma lavoro con professionisti unendo le loro conoscenze alle mie. Ho passato giornate intere a spiegare come il mio poteva essere un contributo molto particolare a chi mi diceva “Ma se non hai mai lavorato in questo campo prima d’ora?” Ripetevo: “Non ho lavorato in molti campi prima di adesso! Eppure per ciascun ambito posso mostrare qual è stato il mio valore aggiunto”. Come ho già detto, credo profondamente nell’approccio pluridisciplinare alle cose, alla Buckminster Fuller. E migliore sarà il team, maggior successo avrà il progetto.

Parli di valore aggiunto. Come nasce? Dove hanno origine le idee migliori?

Mi piacerebbe saperlo. Di sicuro la natura aiuta a connettersi con se stessi e a vedere gli elementi essenziali. È una fonte preziosa d’ispirazione.

La natura è stato un riferimento anche per la collezione Franke presentata allo scorso Salone del Mobile.

Vero. La domanda da cui siamo partiti è stata: “Quale sarà il futuro della vita in cucina, alla luce di un legame più stretto con la natura?” Abbiamo cercato allora di liberare alcune tradizionali rigidità concentrandoci sul feedback emozionale del cucinare, sul piacere, il comfort e la voglia di sperimentare. L’abbiamo chiamata Maris Free perché volevamo che i suoi elementi sfidassero le consuete gerarchie di “nascosto” o “a vista”, rinunciassero un po’ all’angolo di 90° e alle linee rette.

Oltre a questo, quali sono i progetti in cantiere?

C’è design di prodotto, certo, e architettura: edifici in Brasile e un quartiere, il primo al mondo, disegnato secondo i principi della guida autonoma, a London, in Ontario. E soprattutto il Supernature Labs, il workshop di ricerca di Studio Dror, che ha sede nel nuovo ufficio in New Jersey ma che presto avrà satelliti in Israele, Porto Rico, Brasile. Il suo scopo è analizzare alcuni luoghi specifici nel mondo per cercare di potenziarne il costruito e i modelli urbanistici, e studiare delle condizioni di vita migliori. Ancora una volta, la soluzione è stringere il legame tra progettazione e natura attraverso una collaborazione produttiva che punti a una condizione di benessere. Del resto il design è significato, sentimento; per questo tende al miglioramento delle condizioni di vita. Naturalmente.

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