Un ritratto dell'artista - Credits: Foto: Sebastiano Pellion di Persano
Veduta d’installazione Elisa Sighicelli Storie di Pietròfori e Rasomanti Museo Pignatelli, Napoli - Credits: Foto: Sebastiano Pellion di Persano
Veduta d’installazione Elisa Sighicelli Storie di Pietròfori e Rasomanti Museo Pignatelli, Napoli - Credits: Foto: Sebastiano Pellion di Persano
Veduta d’installazione Elisa Sighicelli Storie di Pietròfori e Rasomanti Museo Pignatelli, Napoli - Credits: Foto: Sebastiano Pellion di Persano
Veduta d’installazione Elisa Sighicelli Storie di Pietròfori e Rasomanti Museo Pignatelli, Napoli - Credits: Foto: Sebastiano Pellion di Persano
Veduta d’installazione Elisa Sighicelli Storie di Pietròfori e Rasomanti Museo Pignatelli, Napoli - Credits: Foto: Sebastiano Pellion di Persano
Veduta d’installazione Elisa Sighicelli Storie di Pietròfori e Rasomanti Museo Pignatelli, Napoli - Credits: Foto: Sebastiano Pellion di Persano
Untitled (9070), 2018 100 x 80 x 4 cm Fotografia stampata su marmo - Credits: Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Untitled (6967), 2018 92 x 68 x 4 cm stampa UV su travertino
Untitled (8966), 2019 184 x 136 x 4 cm stampa UV su travertino
Storytelling

Elisa Sighicelli: guardare per non vedere

La fotografia si fa sostanza, acquisisce nuovi spessori, cambia la forma di ogni immagine, assume i contorni della mente di chi guarda e stabilisce un rapporto di potere che, di riflesso, ci impressiona. Elisa Sighicelli (1968, Torino) quando lavora con la fotografia non riproduce la realtà, ma la osserva per includerla nella propria opera, affrontando distorsioni ottiche indotte, da sedimentare. Il tempo delle fotografie qui è indistinguibile, ma appare uguale a se stesso, giorno dopo giorno, fotografia dopo fotografia; così come i tempi imprecisati che determinano i suoi soggetti, datazioni il cui futuro coincide con l’eterno avanzare di un nuovo passato.

Fino al 22 settembre, a Napoli, negli spazi del Museo Pignatelli, le fotografie di Storie di Pietròfori e Rasomanti costituiscono il nuovo e secondo episodio della "trilogia sugli spazi" dopo Palazzo Madama a Torino e prima dell’intervento a Castello di Rivoli su Villa Cerruti. Un terzo capitolo che mira a pensare l’architettura come quarta parete della fotografia.

I trentacinque lavori, quasi interamente realizzati per l’occasione, si dispiegano lungo otto sale della villa, a sua volta immagine fotografica fotografata, intarsiata da un telo di raso scintillante e opaco, da travertino poroso e tridimensionale, oppure marmo profondo e luminescente. Questi nuovi lavori sembrano non essere esposti al processo di invecchiamento e più ci si avvicina alla superficie più l’oggetto rappresentato sembra farsi intoccabile, inafferrabile, richiedendo ancora più tempo a rimanere immobili di fronte, per non vedere.

Abbiamo incontrato Elisa Sighicelli in occasione dell'apertura della mostra.

Qual è stata la prima sensazione che hai avuto, entrando a Villa Pignatelli? Con quale spazio hai dovuto confrontarti?
Sorpassato il cancello mi sono addentrata in un magnifico giardino all’inglese da cui si intravede in fondo il colonnato neoclassico della Villa. L'entrata è nascosta sul retro dell’edificio, e ho avuto l’impressione di entrare in una casa privata dal tempo sospeso due secoli fa. Al pianterreno della Villa si trovano diverse sale con gli arredi e le decorazioni originali. Una grande sala da ballo perfetta e quasi perturbante. Al primo piano otto belle sale, dove al momento è installata la mia mostra Storie di Pietrofori e Rasomanti. Ho poi continuato la mia esplorazione in un altro edificio nel parco che ospita il museo delle carrozze. 

Come ti sei mossa negli archivi e quali tipi di ricerche hai svolto all'interno?
Ho lavorato sull’osservazione degli interni della Villa e della collezione del Museo delle Carrozze basandomi sulle mie reazioni e interessi immediati e spontanei, non ho studiato archivi. Ho fotografato alcuni dettagli dell’architettura della Villa, ad esempio la sala da ballo con i lampadari accesi attraverso le specchiere ossidate. L’ossidazione dello specchio destabilizza e dissolve l’immagine e mi ha fornito una specie di filtro attraverso il quale osservare l’architettura della Villa in modo inedito e pittorico. Nel Museo delle Carrozze ho scelto i fanali delle carrozze, particolari che potrebbero facilmente passare inosservati. Sono dispositivi ottici per la moltiplicazione della luce il cui metallo convesso funziona da specchio e riflette capovolta e distorta l’immagine dello spazio circostante. In questo aspetto potrebbero ricordare una macchina fotografica. Entrambe le serie di fotografie sono stampate su raso lasciato libero di muoversi per rendere al meglio l’impressione di fluidità dei riflessi del metallo e del vetro e la loro brillantezza. Una delle chiavi di lettura del mio lavoro è infatti la corrispondenza tra il soggetto delle fotografie e il supporto su cui sono stampate. In un mondo contemporaneo saturo di immagini virtuali, mi interessata restituire la materialità delle immagini e la loro tangibilità in uno spazio reale. In mostra ci sono anche delle altre serie di lavori con soggetti napoletani, fotografie di dettagli di antichità romane del MANN, di vetri della collezione di Villa Floridiana e della facciata della chiesa del Gesù Nuovo.

Come definiresti il rapporto, il legame che unisce Storie di Pietrofori e Rasomanti con Doppio Sogno (1 novembre 2017 - 29 gennaio 2018, Palazzo Madama, Torino)?
Questi due progetti sono accomunati dal ruolo della fotografia come materiale e dalla trasformazione dell’immagine in oggetto. Per entrambi mi sono presa molto tempo per sperimentare, pensare e ho creato le opere appositamente per i rispettivi spazi, fotografando dettagli della loro architettura e nel caso di Villa Pignatelli anche delle collezioni. Le dimensioni, il numero e la disposizione dei lavori è specifica per gli spazi dei due musei. Entrambi sono palazzi storici molto belli ed è stata una sfida trovare al loro interno dei soggetti da fotografare e in questo atto di selezione trasformare. Ho decontestualizzato dei dettagli, e li ho poi riproposti trasformati esponendoli nello stesso luogo e contesto da cui provenivano. Lo spazio espositivo di Villa Pignatelli è grande, otto sale, e ho potuto allargare il campo esponendo anche altre serie di opere fotografate in ulteriori musei napoletani. A Palazzo Madama i miei lavori erano esposti nelle sale della pittura barocca e sostituivano alcuni quadri della collezione (due stampe su raso erano appese sopra le specchiere) mentre a Villa Pignatelli ho potuto utilizzare il piano di sopra dedicato esclusivamente alle mostre temporanee. A Palazzo Madama ho incentrato la mia attenzione su una finestra il cui vetro soffiato a mano mi è servito come se fosse un filtro attraverso il quale fotografare lo spazio del museo distorto e fluido. Similmente, in alcuni lavori di Villa Pignatelli, ho utilizzato le specchiere ossidate per fotografare lo spazio della sala da ballo e trasformarlo da neoclassico, chiaro, ordinato in un’immagine fantasmatica e misteriosa coperta e disturbata dalla patina nera dell’ossidazione degli specchi. 

A tuo modo di vedere lo stato d'animo di Torino, rispetto a quello di Napoli (dunque quel che circonda e sostiene la fotografia site specific) come hanno influito sui due progetti espositivi?
Palazzo Madama e Villa Pignatelli mi sembrano delle oasi magiche così intense da essere quasi a se stanti rispetto al contesto delle città in cui si trovano. Ma Napoli ha un patrimonio artistico ricchissimo ed è stato molto interessante esplorare i suoi musei. Riflessi, riverberi e rifrazioni sono fenomeni della luce che tu incameri e incorpori, attraverso l'obiettivo, così come attraverso i supporti di stampa.

Come hai lavorato per Storie di Pietrofòri e Rasomanti? Quali processi visivi hai coinvolto?
In mostra ci sono due sale di fotografie che esplorano i fenomeni della luce, dei riflessi, della trasparenza e dell’offuscamento. Sono fotografie di dettagli di vetri di Murano antichi nella collezione di Villa Floridiana, anch’esse stampate su raso. La morbidezza e lucentezza del tessuto creano un effetto di liquidità che richiama proprio le caratteristiche di riflessione e la viscosità del vetro, evocando una dimensione sensoriale e pittorica. Queste opere, partendo dalla tradizione della natura morta, suggeriscono la profondità attraverso la relazione degli oggetti nello spazio ma ne confondono anche i piani spaziali e di realtà. Alcuni oggetti sono così ravvicinati da sfuocare e nascondere la vista di altri oggetti. 

L'infinitamente piccolo di fronte all'infinitamente grande, i rapporti scalari tra quel che sembra vicino e la dimensione della lontananza, come sono stati resi nei trentacinque scatti che stai esponendo a Villa Pignatelli?
Mi è sempre interessato molto lavorare sui rapporti di scala. Ad esempio nella fotografia Untitled (8966), 2019 della facciata della chiesa del Gesù Nuovo di Napoli ho fotografato con una prospettiva dal basso in modo da avere le piramidi del bugnato che si ripetono rimpicciolendosi man mano verso l’alto e suggeriscono una profondità che si perde all’infinito.

Quale definizione assume l'immagine in Storie di Pietrofori e Rasomanti e Doppio Sogno? E come è cambiata nei tuoi ultimi dieci anni di attività?
Negli ormai ultimi vent’anni di attività i miei lavori potrebbero sembrare diversi tra loro, ma in realtà la mia pratica è sempre stata una riflessione sull’atto del vedere, sul ruolo e sulle possibilità della fotografia nella relazione tra rappresentazione e realtà, tra virtuale e fisico.

Come conciliare la percezione aptica, tangibile che cerchi di imprimere e, invece, gli slittamenti temporali, le sovrapposizioni storiche con le quali ti sei confrontata?
Mi interessa rivedere con occhi contemporanei la scultura antica, opere anche molto conosciute che vorrei riportare alla nostra attenzione tramite la selezione di dettagli e la trasformazione della loro immagine in materia. Le foto sono infatti stampate direttamente su travertino o marmo per restituirne la fisicità e creare un cortocircuito tra le due e le tre dimensioni. Le venature del marmo si fondono con l’immagine rendendo indistinguibile il supporto dall’immagine, confondendo le venature reali della pietra con quelle fotografate. La fotografia non è più l’immagine di un oggetto di marmo ma diventa marmo essa stessa, come se la pietra si organizzasse in immagine. A Villa Pignatelli ho presentato dei frammenti delle statue antiche dei Tirannicidi, delle Afroditi e del Toro Farnese per porre questioni contemporanee sulla rappresentazione del corpo e della violenza e sulla relazione tra l’oggettivazione del corpo e desiderio. Ho cercato nella scultura antica degli antecedenti all’arte contemporanea. Ad esempio, la fotografia dei testicoli di toro che adornano l’Artemide Efesia, ricorda alcune opere di Louise Bourgeois e il biomorfismo di Yayoi Kusama. I due dettagli di un sarcofago strigilato rimandano all’optical art e presentano una cornice che parrebbe quella di un quadro moderno.

Potresti esprimere un augurio, un pensiero che accompagni questo nuovo camminamento attraverso la fotografia?
Mi auguro che la spettatrice/spettatore si perda in queste immagini. Da una parte sono molto presenti, fisiche, materiche, reali, dall’altra i loro soggetti sono trasformati in illusioni che spero trasportino altrove, non in una mancanza di qui e ora ma in un dove diverso.

  • Dove: Napoli, Museo Pignatelli, fino al 22 settembre 2019.