Il “magazzino”: a terra, tre sculture di Enzo Cucchi, come le opere a carboncino; al centro, quadro di Schifano. - Credits: Ph. Gianni Basso
la libreria. A terra, da sinistra: Bacio rosso di Sandro Chia; Si...siamo in Italia e Per ora...Basta entrambi olio su tela di Enzo Cucchi. Appeso sulla colonna, Madonna del gambero di Sandro Chia. - Credits: Ph. Gianni Basso
Ritratto di Emilio Mazzoli all’interno del magazzino dei quadri; a sinistra, erma in ceramica ErmEstEtica: TassoDel noRatto di Luigi Ontani (2013); dietro, il grande quadro a parete è Song di Alex Katz (2004). - Credits: Ph. Gianni Basso
Scultura in ceramica di Luigi Ontani; a sinistra, l’opera 43 pittori italiani di Salvo (2015). - Credits: Ph. Gianni Basso
Scultura in bronzo Percorso amoroso di Giuseppe Gallo (2004). - Credits: Ph. Gianni Basso
Scultura degli anni 90 di Mimmo Paladino. - Credits: Ph. Gianni Basso
Scultura in bronzo Le bagnanti di Sandro Chia (2006). - Credits: Ph. Gianni Basso
A sinistra, una scultura in bronzo Senza Titolo di Mimmo Paladino (2002). A destra, angoli all’interno della quadreria: opera con veliero White Cloud di Malcolm Morley (1997); quella subito dietro è The Season di David Salle (2003). - Credits: Ph. Gianni Basso
In primo piano, tavolo con lastra serigrafata da Alessandro Mendini; sullo sfondo, mobile di Mimmo Paladino. Entrambi sono prodotti da Cleto Munari. - Credits: Ph. Gianni Basso
Storytelling

Emilio Mazzoli: cronaca dalla casa delle meraviglie

Solo in Italia una galleria di provincia è la capitale dell’arte. Nello stivale l’apparente marginalità ha generato la grande poesia, da Leopardi in poi, e non a caso Emilio Mazzoli conserva nella sua casa in campagna fuori Modena una delle più belle collezioni di poesia italiana del Novecento, con molti pezzi rari e plaquette per bibliofili – si dice addirittura le poesie giovanili di Ungaretti stampate ad Alessandria d’Egitto, ma non abbiamo osato chiedere.

Potrebbe sembrare strano trovare un così forte lato poetico in una personalità piuttosto massiccia, a tratti monumentale, che fa un mestiere considerato impoetico dai più. Tutto ciò che ha a che fare con il denaro, sterco del demonio, in Italia ha una connotazione negativa. Eppure artisti bohémien come Mario Schifano, Alighiero Boetti, Luigi Ontani e poi tutti quelli della Transavanguardia (Chia, Cucchi, Clemente, Paladino, De Maria) senza le sollecitazioni di Mazzoli avrebbero prodotto molto meno, ricavandone non solo denaro, ma lavoro, convivialità e conoscenza tramutate poi in riconoscenza.

Un esempio plastico lo troviamo in una recente intervista di Carlos D’Ercole, dove Mazzoli ricorda Schifano nel lontano 1970: «Gli avevo commissionato delle opere e gli avevo dato otto milioni di lire di allora. Mario viene improvvisamente arrestato e gli smontano i quadri. Nel giorno di Natale viene rimesso in libertà, mi telefona dall’autostrada dicendo che sta venendo a Modena a ripagarmi i quadri. Lo sistemo in un appartamento e lui in pochi giorni mi consegna il doppio dei quadri concordati». Nello stesso anno, fu lui a finanziare il primo viaggio di Alighiero Boetti in Afghanistan, quello in cui l’artista torinese scoprì la poetica del tappeto orientale non soltanto come tessuto decorato, bensì opera d’arte che rende intuibile nella sua struttura l’interrelazione tra le dimensioni fondamentali della vita: lo spazio, che è il tappeto stesso, con la sua cornice e la sua trama; e il tempo, che è scandito dai disegni intesi come “segni” dello stesso. Ecco perché Mazzoli compare spesso nei quadri dei suoi artisti, perché fa parte del loro paesaggio domestico, familiare come un oggetto d’affezione.

Entrare nella Galleria Mazzoli sotto i portici, pertanto, significa entrare in una scuola di vita, aperta dal lunedì al sabato, con orario d’uffcio: «L’arte bisogna viverla intensamente, non bisogna correre dietro ai nomi o ai cognomi come fanno i cicisbei, il pubblico da aste televisive che incontri alle fiere. Bisogna guardare l’opera prima che l’artista, se la trovi hai vinto, è come un gioco. Anche se poi la verità è che alla fine i quadri sanno sempre dove devono andare», racconta Mazzoli.

Gli chiediamo come va oggi il mercato dell’arte contemporanea. E lui, mentre ammiriamo i libri d’artista pubblicati dalla sua galleria e messi in vetrina, uno diverso dall’altro, risponde: «Va benissimo, ma all’estero. Da noi il sistema è penalizzato da tasse e imposte tali che chi ha due soldi da spendere li spende fuori. Il risultato è che sono rimaste due o tre gallerie internazionali. Vent’anni fa, poco prima di morire, Gino De Dominicis mi diceva che siamo in pieno “Kali Yuga”: un periodo nero secondo la tradizione indiana, speriamo finisca. Poi ci sono in giro troppi affaristi, quelli che pensano di essere veloci ma che invece sono lenti, in molti vogliono prendere il treno quando è già passato. In fondo le cose belle son sempre costate da che mondo è mondo».

Mazzoli, insomma, nietzschianamente parlando, è stato un aratro dal 1970 a oggi e come un aratro ha scavato le sue passioni, le proposte, le virtù che son diventate col tempo delle vere e proprie roccaforti. Se n’era già accorto Goffredo Parise, descrivendolo come “Un involucro umano, misterioso, connubio di frate cinquecentesco e capitano di schooner alla Conrad, con la bombetta [...] Ma non lo si creda così pirata: l’uomo è certamente avventuroso ma come avviene per gli indimenticabili personaggi di Conrad o per certi frati spagnoli barbuti quanto lui, la merce è sempre e comunque amata quanto la sua illusione valutaria, al tempo stesso teologica e peregrina”. Non resta dunque che accompagnare il nostro capitano nel suo porto più sicuro, la sua casa di campagna, sconosciuta ai più, ma sbrigandosi: «Facciamo in fretta perché devo andare in Toscana da Sandro Chia», ci ammonisce Mazzoli.

La sua abitazione extra moenia è come una villa romana d’epoca imperiale: non è solo un luogo di soggiorno ben attrezzato, bensì la disposizione controllata di molti padiglioni, tante quante le passioni del padrone di casa. Gli edi ci sono trascurabili in quanto architetture, ma amabili per la loro dimessa estrazione vernacolare; sono soprattutto degli scrigni meravigliosamente logori, consumati dall’uso quotidiano, da una consultazione costante, vissuta appunto, spesso condivisa con altri artisti, parenti, critici, amici.

Nella casa gialla a tre livelli vicina all’ingresso stanno l’acetaia, all’ultimo piano come ogni famiglia modenese che si rispetti; poi il magazzino delle opere più grandi (Alex Katz, William Anastasi, Gregory Crewdson, Amedeo Martegani, Stefano Graziani) i libri sulle arti e, nel seminterrato, la sua raccolta di vini, grappe, liquori che non beve più dal capodanno del 1980, gli unici oggetti di puro collezionismo che conserva. Poi c’è la biblioteca, davvero unica e del tutto personale che mescola la poesia a rare prime edizioni novecentesche (stupende quelle delle avanguardie russe e cubane) a edizioni tascabili con le pagine arricciate perché troppo lette, ai fumetti d’anteguerra, per non parlare dell’insostenibile mole di libri d’artista, mentre alle pareti sono appese piccole opere di grandi maestri come un delizioso Ritratto di Emilio a occhi chiusi di Gino De Dominicis. Quindi c’è il parco tutto intorno che si confonde con gli alberi da frutto, il susino, il pero, l’albicocco, le vigne e i campi di grano, dove gironzolano i cani e qualche gallina.

Qua e là però, improvvise e misteriose, spuntano le sculture in bronzo di Cucchi, Paladino, Chia, di soppiatto come ombre. In un altro articolo, Transavanguardia a quattro mani, Parise plaudiva all’idea del gallerista modenese di obbligare Chia e Cucchi a collaborare per una scultura legata all’acqua, in quello che chiamava un “tafferuglio compositivo”: «Di tutto ciò, che lo voglia o no, Emilio Mazzoli è coautore. Un coautore, ripetiamo, assolutamente inconscio, ma il cui subconscio ha eruttato la sua parte di lava quanto basta per lasciarvi impressa anche la sua parte di pollice».

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