Fabio Cherstich. Dietro di lui sul tavolo d’epoca, lampada Snoopy dei Fratelli Castiglioni per Flos e un vaso di Ettore Sottsass per Bitossi Ceramiche. Sullo sfondo, tempera di Patrick Angus e opera di Santo Tolone. - Credits: Foto: Alessandra Ianniello
Fotografia di Pierre Molinier, lavoro di Marcel Marien, scultura di Bruno Munari e un anti-collage di Goshka Macuga. - Credits: Foto: Alessandra Ianniello
La zona living. Da sinistra, lampada Sanremo di Archizoom per Poltronova. Ai lati della portafinestra, pouf di Gaetano Pesce per Meritalia e sedia di Charles e Ray Eames per Vitra. - Credits: Foto: Alessandra Ianniello
Sul mobile bar, lampada Tizio di Richard Sapper per Artemide. Alle pareti, da sinistra a destra, olio su tela di Larry Stanton, acquerello di Patrick Angus e disegno di Duncan Grant. Sopra il divano, due tele di Angus. Davanti alla pila di libri, seduta di Charles e Ray Eames per Vitra. - Credits: Foto: Alessandra Ianniello
Olio di Larry Stanton e disegno di Patrick Angus. la scultura rettangolare è di Jannis Kounellis. Sopra l’ingresso della cucina, quadro di Stefano Benedetti degli anni 70. - Credits: Foto: Alessandra Ianniello
Storytelling

La casa di Fabio Cherstich

Il tema della casa galleria è un classico della tradizione d’interni. Per volere di chi la abita lo spazio abdica alle sue funzioni fondamentali, lascia libero il campo all’esposizione e al racconto. La sfera domestica non si riduce, si trasforma. Quando poi il padrone di casa è un registra teatrale e un collezionista d’arte contemporanea l’applicazione del tema progettuale non teme l’iperbole.

Accumulo, stratificazione e messa in scena sono le pratiche informali che definiscono questo interno. La casa milanese di Fabio Cherstich, un appartamento di 130 metri quadrati, è prima di tutto una galleria contemplativa, poi una biblioteca, uno studio e infine un’abitazione vissuta di rado.

I teatri, i treni e gli aerei sono il suo vero domicilio. «Non vivo la mia casa. La polvere se la gode di più perché sono sempre in giro. Qui ci sono spazi, oggetti e cose, immagini, forme e storie che abito poco ma che amo ritrovare quando passo per Milano. Quella esposta è solo una minima parte della mia collezione. Il resto è sparso tra casa dei miei genitori a Udine, alcuni faldoni pieni di disegni e un sottotetto». Opere d’arte (molte di Patrick Angus e Larry Stanton) e pezzi di design convivono. Molti degli arredi sono stati scelti per la loro presenza scultorea, per «il peso della componente estetica. Trovo che siano oggetti che rispondono a una mia idea di bello. Sono legati a personaggi precisi, che mi hanno affascinato per studi e letture. M’interessa l’oggetto e l’idea che ne sta alla base, insomma torna sempre l’idea di collezionare storie».

Ecco che nel soggiorno si confondono icone gaudenti: la lampada da tavolo Snoopy dei Castiglioni per Flos, il puff zoomorfo di Gaetano Pesce dalla collezione Amici per Meritalia, il tavolo colonna Ivory di Ettore Sottsass per Memphis che accoglie una scultura di Bruno Munari. Sicuramente esprimono una funzione anche la LCW Ash lounge chair degli Eames per Herman Miller o la lampada Sanremo di Archizoom per Poltronova ma è un dettaglio. Come in studio dove sotto il lampadario di Gino Sarfatti c’è un ex tavolo da pranzo circondato da sedute Spaghetti di Luigi Belotti per Alias.

Le regie teatrali di Cherstich sono note per l’abilità con cui innovano le tradizioni. Al Massimo di Palermo e al Comunale di Bologna ha inaugurato la stagione con una Turandot di Puccini dove costumi e scene sono stati immaginati dai video artisti russi AES+F. A Roma e Milano ha dato vita a OperaCamion, una produzione che ha ambientato l’opera in periferia con un dispositivo scenico efficace – un tir scoperto parcheggiato in piazza – che il New York Times ha esaltato perché “capace di riportare l’opera alle sue origini”. Dal 2012 collabora con Andrée Ruth Shammah e il teatro Franco Parenti di Milano, insegna alla scuola d’arte drammatica Grassi, alla Scuola di Cinema e alla IULM, ragioni per cui ha messo radici a Milano utilizzando la casa come deposito e rifugio.

Qui regna quella che gli studiosi di Carlo Scarpa chiamerebbero l’ambiguità del display, fenomeno per cui chi guarda è distratto e poi aiutato a comprendere l’opera d’arte da una trovata allestitiva, un piedistallo, una tinteggiatura, una cornice. La cornice è metafora, condanna e eredità per Cherstich. «Nonno era corniciaio a Udine. Le case della mia famiglia sono sempre state piene di quadri, di incisioni, di mobili fatti su misura. Bruno Ferraboschi fu corniciaio e falegname di gran gusto. Questo ha influenzato la mia idea di ambiente domestico. Ho vissuto circondato da immagini spesso non memorabili ma sicuramente ben incorniciate. A casa di mio nonno ogni oggetto, ogni mobile aveva una storia nata dal rapporto personale con gli artisti o col committente. Anche per me la componente narrativa, biografica e personale è fondamentale. Ogni pezzo, ogni quadro, ogni scultura della mia collezione ha una storia che conosco e che amo condividere. È tutto un depositato di incontri e di innamoramenti».