Un ritratto di Faye Toogood - Credits: Foto: Omar Sartor
La collezione Doodles - Credits: Foto: Omar Sartor
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Storytelling

Faye Toogood e la collezione di tappeti per cc-tapis

Ricordano paesaggi lunari, dipinti astratti, disegni infantili di forme archetipiche - con suture. Il mondo di Faye Toogood incontra il tappeto e genera una collezione poetica e originale per cc-tapis: Doodles. La serie ha debuttato a Milano nello showroom del brand (Piazza Santo Stefano 10) e rimarrà in mostra assieme agli artwork della designer inglese fino al 30 ottobre.

Un incontro avvenuto, spiega Daniele Lora - art director di cc-tapis - «per affinità elettiva» e che ha prodotto un risultato di grande ricchezza visiva e sensuale anche grazie al dialogo che si è instaurato tra l’approccio “artigianale” della designer e l’atelier dell’azienda in Nepal. «Quel Paese è la Brianza del telaio: perché quando porti un progetto ti chiedono come lo vuoi e non quanti ne vuoi». Si è trattato di procedere per prove ed errori, per replicare quel che era contenuto nelle opere originali di Toogood. «Lavorare con le sue maquette composte da tessuti diversi e poterle portare nel nostro atelier è stato fondamentale», spiega ancora Lora. «Avevamo in mano quello che lei aveva in testa: ciò ha permesso di accedere a una grande ricchezza di informazioni tattili, che con un file digitale non avremmo avuto, e le abbiamo trasferite nella tessitura usando il filato non solo a diverse altezze, ma anche inserendo filati diversi, più soft o più grezzi, in modo da replicare le sensazioni che questi ci davano».

Nata in Inghilterra, nella più piccola contea del regno, Toogood è cresciuta in campagna e la visione del paesaggio campestre ha dato un imprint al suo immaginario che si è espresso attraverso una varietà di discipline e un approccio distintamente multidisciplinare. «Non ho frequentato una scuola di design, ma credo che il mio lavoro sia stata la mia scuola», commenta Toogood. «Non ho mai smesso di sperimentare, di fare errori e di vedere le cose da una prospettiva diversa: alla fine credo che questa sia stata la mia fortuna».

Come descriverebbe il suo stato mentale in questo momento?

Irrequieto e senza sosta. Proprio così, anche se ora so che è importante rallentare, so allo stesso tempo che non è da me. Il fatto è che appartengo alla “seconda ondata” del femminismo: donne convinte che ogni cosa sia possibile. Che si possa essere madri, avere un lavoro full time, senza rinunciare a nulla. In realtà non è così. E penso che la nuova generazione abbia finalmente imparato la lezione e cominci ad apprezzare le differenze tra i sessi. Il tempo è il nostro limite. Lavoro a cavallo di diverse discipline e vorrei fare tutto, ma a dispetto di una continua frustrazione comincio ad accettare il fatto che si può anche fare meno, per poterlo fare meglio.

Come è nato il progetto con cc-tapis?

Sono venuti a trovarmi in studio dove, negli ultimi anni, mentre mi concentravo sui miei progetti legati alla moda, abbiamo continuato a creare maquette, lavori tessili e altri artwork senza uno scopo specifico. Sarebbero stati “nutrimento” per i tempi a venire. La collezione di tappeti si chiama Doodles proprio perché viene dalla trasposizione di alcuni di questi lavori. Il termine in inglese significa infatti “scarabocchi”: quelli che fanno in bambini. E rappresentano una forma di pensiero primordiale: sono cose che escono quando sono rilassata o distratta. Per cc-tapis volevo che il risultato finale si mantenesse fedele a questo primo stadio della creazione.

Cioè istintivo e in un certo senso subconscio?

Sì, credo che la stessa cosa sia accaduta anni fa quando avevo creato la prima sedia Roly Poly - da cui è nata poi tutta una famiglia – che privilegia le forme curve e una morbidezza infantile. È nata modellando la creta in un momento in cui ero totalmente distaccata da uno scopo. Ora forse quel tipo di morfologia può essere di tendenza, ma allora era qualcosa di totalmente alieno. Però credo che un simile grado di spontaneità - di naïveté - sia ciò che più parla al pubblico. Il rischio è invece di perdere nelle fasi successive questo tipo di contatto. È anche per questo motivo che, da un paio di anni a questa parte, ho smesso di frequentare il Salone del Mobile: vedere quel che altri stanno facendo mi fa pensare che non c’è più bisogno di creare un altro oggetto, perché ce ne sono già troppi, e diluisce la mia visione.

Pensa che per la stessa ragione sia utile evitare di frequentare troppo i circoli del design?

Io vengo da una situazione ibrida, avendo studiato arte e lavorando nell’ambito del design. Frequento egualmente persone dal mondo dell’arte e da quello del design, sentendomi comunque sempre una outsider. Ma alla fine questa è la zona franca in cui mi trovo a mio agio, anche se ci ho messo un po’ ad abituarmici. Forse il mio sogno è quello di vivere su un’isola e uscirne solo quando mi sento pronta.

Il suo uso dei colori è molto significativo e sembra evolvere assieme a lei. Com’è il suo rapporto con il colore?

È vero che il colore per me è fondamentale, anche quando non lo uso. Agli inizi della mia carriera, al tempo in cui lavoravo come set designer, prediligevo una palette molto specifica. Più tardi, quando ho iniziato a disegnare mobili, ho deciso di escluderlo perché avevo bisogno di concentrami su geometrie e forme per sviluppare un mio linguaggio. Con la collezione di abbigliamento, successivamente, ho iniziato dal bianco per poi inserire piano piano altre tonalità. I colori che compaiono nei miei tappeti cc-tapis sono tonalità che mi appartengono da sempre. Sono i colori del paesaggio, della campagna inglese in cui sono cresciuta. I colori morbidi della natura. Mentre i colori accesi e artificiali dell’era digitale mi sono totalmente estranei.

Il tappeto è un oggetto d’arredo che era stato in qualche modo dimenticato nella casa moderna. Ma l’oblio ha rappresentato anche la possibilità della sua rinascita, e se vogliamo l’ingresso nel mondo del design. Cosa ne pensa?

È assolutamente così. La cosa per me fondamentale era che questi tappeti non fossero dei rettangoli. Non volevo ricadere nell’idea più convenzionale che lo relega ad accessorio, ma penso che il tappeto debba informare lo spazio: determinare la disposizione degli altri oggetti nella stanza, i rapporti tra le persone, essere in qualche modo più organico al progetto.

Il suo primo pezzo di design se lo ricorda?

Il primo ufficiale è datato 2010, ma di certo i primi pezzi risalgono all’infanzia. C’è una creatività in quegli anni che poi si perde, e che solo alcuni trattengono. Forse, in un certo senso, siamo nati tutti designer.