Federico Campagna durante una conferenza al Winzavod Center for Contemporary Art di Mosca
Storytelling

Federico Campagna e l’ingegneria della realtà

A Londra tiene conferenze alla Tate, al Design Museum e alla Royal Academy of Arts, e ha presentato il suo lavoro alla Biennale di Venezia, a Documenta 13 di Kassel e al Winzavod Center for Contemporary Art di Mosca.

Federico Campagna è uno dei filosofi più brillanti e riconosciuti della sua generazione. Classe 1984, è nato a Milano ma dal 2007 vive a Londra, dove sta conseguendo un dottorato presso il Royal College of Art. La sua ultima pubblicazione, Technic and Magic: the reconstruction of reality (edito da Bloomsbury London, 2018) ha ricevuto il plauso di scrittori, poeti, artisti e direttori di musei internazionali come Adam Zagajewski, James Bridle e Hans Ulrich Obrist, direttore artistico delle Serpentine Galleries di Londra. Inoltre, ha collaborato con designer e artisti del calibro di Philippe Parreno.

La sua ricerca si muove soprattutto sull'analisi della riconfigurazione della realtà e sulle sue basi metafisiche, un tema che si presta a interessanti considerazioni sulle interconnessioni tra filosofia e design. Ne parliamo in occasione del Verbier Art Summit, convegno internazionale che ogni anno fa incontrare nella cittadina Svizzera di Verbier artisti, curatori, pensatori e attivisti da tutto il mondo. A fare da fil rouge tra gli interventi che si sono succeduti durante la terza edizione del summit, tenutosi l'1 e il 2 febbraio, è stata una riflessione sulle responsabilità dell'arte – e della creatività in generale – nel fornire gli strumenti per interpretare la realtà e i cambiamenti sociali e politici che stanno avvenendo nel mondo. Federico Campagna è uno degli ospiti chiamati a intervenire sul palco. Lo intervistiamo.

Qual è l'urgenza del mondo contemporaneo?

Il problema cruciale, secondo la mia visione, è come si costruisce la realtà. Potrà suonare strano, ma la realtà non è qualcosa a cui abbiamo accesso diretto: le cose non stanno mai ‘nude’ di fronte a noi, ma ci arrivano sempre filtrate dal nostro apparato percettivo. Lo aveva capito già Kant. E questo significa che la realtà con cui noi ci interfacciamo dipende essenzialmente dal filtro, dagli “occhiali” che indossiamo tutti i giorni per vederla. Non esiste, dunque, una realtà puramente fattuale che coincida con quello che viene detto attorno a noi. Un esempio: oggi il consenso su cosa sia la realtà è di tipo tecnico-scientifico, mentre ieri era teologico e dogmatico. La realtà è cambiata, ed è cambiata sul serio. Il fatto più interessante è che noi possiamo cambiare il filtro con cui vediamo le cose. Il contesto sociale lo influenza profondamente, ma sta a noi cambiarlo. Il mio lavoro consiste nel trovare soluzioni estetiche, filosofiche e narrative con cui creare cornici di senso all'interno delle quali sia possibile vivere, sia individualmente che collettivamente.

E come si può cambiare il filtro attraverso cui osserviamo la realtà?

Bisogna intervenire sul significato che diamo alle cose. La fattualità delle cose è fragile: se io e te abbiamo gli stessi “occhiali” e adottiamo dunque lo stesso linguaggio, ecco che le stesse cose diventano reali per entrambi. Ma basta che uno dei due indossi degli “occhiali” diversi, per far sì che la realtà condivisa si sgretoli. Questo non significa che la verità sia falsa, ma che possiamo negoziare il gioco di linguaggio che vogliamo scegliere. Tutti i sistemi di linguaggio sono ugualmente legittimi, proprio perché ciascuno di essi è totalmente arbitrario e soggettivo. In tutto questo, però, la scelta di un sistema di realtà piuttosto che un altro porta con sé conseguenze oggettive: il mondo stesso ci appare diversamente, e diverse cose diventano possibili o impossibili. Possiamo dunque scegliere che “occhiali” metafisici indossare sulle base delle conseguenze che porteranno. Ma come scegliere? Attraverso l'estetica. Sembra forse una soluzione più debole rispetto all'etica, ma non è così. Dire che una cosa è orrenda rappresenta un assoluto estetico, molto più forte che dire semplicemente che è “sbagliata”. Se vogliamo fondare una nuova etica dobbiamo partire dall'estetica. L'estetica dà le basi di un nuovo linguaggio condiviso.

Come si inserisce, nel contesto della rifondazione della realtà, il ruolo di designer e architetti?

Il design si occupa sempre più spesso della progettazione di mondi e di processi inclusivi. Ed è esattamente quello che fa anche un metafisico. In questa definizione espansa del design, io collaboro con progettisti e artisti che si occupano della creazione di tecnologie e mondi digitali. Quando vogliamo creare mondi virtuali o installazioni immersive, è necessario decidere cosa includere ed escludere, quali categorie metafisiche utilizzare e che campo del possibile desideriamo far emergere. In questo contesto, dobbiamo chiederci: chi è vivo e parla in questo mondo? Che ruolo hanno gli oggetti? E le persone? In una su opera recente, per esempio, Philippe Parreno ha lavorato sul rapporto tra la luce e i batteri. Un'opera del genere è possibile soltanto su particolari basi metafisiche, ovvero su un’idea della realtà nella quale i batteri non solo esistono, ma sono vivi e hanno una soggettività propria. Soltanto sulla base di queste credenze metafisiche, quell'opera poteva realizzarsi. È così che la metafisica va a modificare direttamente l’arte e il design.

Perché è importante che i designer collaborino con un filosofo?

Rispetto al passato, oggi è molto più importante. E questo per due motivi: il primo perché è cambiato il design, l'altro perché è cambiato il mondo. Il design ha ambizioni molto più grandi, di world building. Se un designer si vuole occupare di questo, allora siamo colleghi. E come colleghi è importante che collaboriamo. Il designer, per formazione, ha una destrezza tecnica più accentuata del filosofo, mentre il filosofo ha una maggiore facilità concettuale. Questa collaborazione rafforza entrambi: dà la possibilità al filosofo di concretizzare le sue idee in corpi fisici, e al designer di non dover brancolare nel buio. Insieme, un designer e un filosofo creano un'ingegneria della realtà. O meglio: un'ingegneria della realtà metafisica ed estetica. Potremmo dire che la sfida principale sia quella di creare un ambiente all'interno del quale sia possibile vivere. La filosofia è stata inventata per aiutare le persone a vivere e a morire. Detto così sembra banale, ma essere in grado di vivere è estremamente complesso, così come essere capaci di morire. Ed è proprio questo, se vogliamo, il più importante elemento di crisi del mondo contemporaneo. Se i designer vogliono intervenire nella realtà attuale, si devono occupare anche di questo, di ricostruire gli spazi mentali. Si può fare in mille modi diversi e i filosofi sono sicuramente degli alleati preziosi. I designer invece collaborano più volentieri con gli scienziati, che a volte invece si rivelano essere una cattiva compagnia.

In che senso?

Perché lo scienziato, in genere, è libero da obblighi etici, mentre il filosofo no. Il mondo contemporaneo è sempre più articolato e complesso, e la crisi che stiamo affrontando è globale: richiede quindi soluzioni sistemiche. Ma richiede anche una tensione etica capace di dare una bussola al nostro agire. È necessario, dunque, che a designer e scienziati siano affiancati i filosofi. La filosofia è la scienza di tutte le scienze, è di sua natura sistemica. Questo aiuta il designer a guardare alla realtà con sguardo più ampio, senza perdersi negli specialismi. Alcuni designer stanno abbracciando questo approccio, penso soprattutto allo Speculative design, che unisce design, filosofia, ingegneria, tecnologia e science fiction. Ne parlano Anthony Dunne e Fiona Raby nel loro saggio Speculative Everything, pubblicato dalla MIT press.

Di che si tratta?

Si tratta di un approccio che vede nel design un mezzo per disegnare le idee che plasmeranno il futuro. Anthony Dunne e Fiona Raby, che erano i miei supervisori alla Royal College of Art di Londra, sono sostenitori dello "speculative design". La loro preoccupazione non è quella di progettare prodotti per lanciarli in un futuro incerto, piuttosto di immaginare che forma avrà quel futuro, e quali oggetti lo abiteranno. Il risultato è una serie di scenari che aiutano a far riflettere sui problemi morali, etici, politici ed estetici che si prospetteranno nel futuro. Ne nascono progetti che sperimentano mondi diversi da quelli che abbiamo conosciuto, che ribaltano il nostro concetto di possibile e che sfidano idee radicate nello stereotipo.

Come cambierà, in questo senso, il concetto di casa?

Su questo punto, cito Ugo di San Vittore, mistico cristiano del dodicesimo secondo, che diceva: "la persona che si sente a casa soltanto nella sua dimora è un tenero principiante, la persona che si trova a casa in tutto il mondo è già un po' meglio, ma l'uomo perfetto è quello che si sente straniero ovunque". Questo per dire che la casa è solo un'attitudine. Casa mia non esiste, è solo qui dentro di me, dove ciascuno di noi ha la propria. In Italia abbiamo un po' l'ossessione della casa e dei suoi confini, ma è tutta una questione metafisica. Basta cambiare il modo di guardare le cose, per capire che la casa non esiste.

Federico Campagna al Verbier Art Summit - Credits: ©ALPIMAGES-FLEUR GERRITSEN
Federico Campagna - Credits: ©FREDERIK JACOBOVITS PHOTOGRAPHY
Federico Campagna durante una conferenza al Winzavod Center for Contemporary Art di Mosca