Felix Burrichter, fondatore e creative director di Pin-Up, davanti al suo archivio di riviste, nella conference room del magazine. - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
A sinistra, la redazione di Pin-Up; a destra, la scrivania di Burrichter. - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
L’art director Erin Knutson mentre seleziona i materiali da impaginare per The mental Issue, l’ultimo numero di Pin-Up - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
A sinistra, il poster di Pin-Up. A destra, Felix Burrichter ed Erin Knutson mentre controllano a video tutti gli impaginati di The Mental Issue. - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
Pin-Up Magazine - Credits: Ph. Sean Michael Beolchini
Storytelling

Felix Burrichter, ideatore e direttore della rivista Pin-Up

Se per il mondo del design è l’estroso inventore di Pin-Up, l’unico magazine di architectural entertainment, è dalle brulicanti vie di Chinatown che Felix Burricher trova il modo di stuzzicare e divertire i suoi lettori. Per raggiungere il suo ufficio di Canal Street si passa per mercati di pesce, venditori ambulanti, bancarelle di frutta, e il bello arriva salendo le scale del palazzo: nel pianerottolo prima di Pin-Up c’è una sala karaoke cinese. L’entertainment inizia prima di aprire la porta della redazione. Una volta dentro ci si ritrova invece in una stanza silenziosa, pareti immacolate e soffitti alti: «Ideali per riflettere e creare cortocircuiti per stimolare l’intelletto», spiega l’editore di origine tedesca. Nell’ultimo numero di Pin-Up, The Mental issue, Burrichter esplora e analizza il termine, e il concetto, di “mentale”: «Siamo partiti dalle più interessanti architetture di istituti psichiatrici del mondo, passando in rassegna i progetti rimasti nella mente di designer e architetti, mai realizzati». Il numero Mental alterna tematiche controverse, come l’aumento dei suicidi tra i marines che operano remotamente droni in Afghanistan dalle basi militari del Nevada, a servizi fotografici allegri e surreali, con modelle sonnambule che ballano con scolapasta in testa e guanti per lavare i piatti.

Pin-Up nasce nel 2006 da un bisogno personale. Che cosa ti mancava?

Mi ero appena laureato in architettura, lavoravo in uno studio dove passavo le giornate a disegnare mattonelle o rivestimenti per casinò. Mi mancava lo stimolo intellettuale; cercavo una rivista che potesse appagare la mente e stuzzicarla, ma non esisteva. C’erano quelle di settore che davano nozioni specifiche sulle ultime tecniche architettoniche, tipi di finestre, infissi, e poi c’erano quelle più frivole, di lifestyle o design, dove l’estetica prevaleva sul pensiero.

Come sei riuscito partire con il primo numero?

I soldi guadagnati come architetto li investivo nel progetto, ho messo insieme un piccolo team e creato il primo numero. Era sottile, ma denso: un’intervista con Zaha Hadid e un servizio fotografico con Jürgen Mayer mentre si cambiava in una camera d’albergo. Volevo rendere l’interazione più personale possibile, divertire con arguzia.

Per una rivista di architectural entertainment il titolo Pin-Up è ammiccante.

Il gioco di parole funziona, ma in realtà nel gergo degli architetti pin-up indica una presentazione informale da mostrare internamente con schizzi, note e commenti personali. In alcune immagini del primo numero ci sono i segni delle puntine, o pin- up, che fissano la carta sul muro.

Avresti mai pensato di essere qui dopo 12 anni a parlare del tuo magazine?

Non avrei mai pensato di poterci vivere e pagare lo staff. Pin-Up è ancora una rivista indipendente che non fa parte di nessun gruppo editoriale.

Come avete fatto a sopravvivere?

Essere un magazine di nicchia dentro la nicchia di architettura e design ci ha salvato. Non ho mai cercato grandi audience; penso che se ricevessimo milioni di clic ci perderemmo e lo spirito di Pin-Up non si distinguerebbe.

Quindi chi sono i vostri affezionati?

Architetti e designer che abbiamo intervistato, bilionari con magari uno yacht a Dubai genuinamente interessati all’architettura, non solo per questioni di status, ma anche curiosi, spesso dal mondo moda, alla ricerca di stimolazioni intellettive.

Le interviste su Pin-Up sono molto personali, quali sono gli incontri che ti hanno segnato?

Quelli con Julis Shulman, Ettore Sottsass e Paulo Mendes da Rocha, avevano più di 70 anni. Mi colpì l’incredibile integrità professionale. Flessibili, senza compromessi. Completamente a casa con se stessi.

Cosa ti ha dato Pin-Up in questi 12 anni?

Mi sono fatto una cultura sul design. All’inizio non ne sapevo nulla. Per il primo numero, sono andato a Central Park con foto di mobili che mi piacevano e ho chiesto a diversi caricaturisti di strada di farne delle illustrazioni. È grazie a Pin-Up che oggi posso dire di capire qualcosa di design.

Il prossimo numero sarà un’esplorazione mentale sul design, in che senso?

M’interessa capire cosa una sedia o una lampada dicono alla testa, non al corpo. Voglio investigare l’immenso archivio di dati dietro la funzionalità o non la funzionalità degli oggetti.

Che ruolo gioca la funzionalità nella divisione tra arte e design?

La separazione tra arte e design è sempre più sfocata. Mentre artisti come Jessi Reeves e Hanna Levy incorporano pezzi d’arredamento nelle loro opere, i designer creano narrazioni al posto di oggetti.

Chi sceglieresti come architetto per la tua casa?

Entrerei in crisi. Amerei l’estetica di Frida Escobedo con lo spirito di Arno Brandlhuber. Se potessi vorrei avere un enorme pezzo di terra dove, come la Glass House, farei costruire diverse parti della casa da differenti architetti.

Non ti mancherebbe New York?

Certo. C’è tanta New York in Pin-Up. Non penso avrei potuto crearlo da nessun’altra parte al mondo. A differenza di Germania, Francia e Italia, dove tutto sembra impossibile, i newyorkesi sono curiosi, la loro reazione alle novità – anche se a volte può irritare – è “Yes! Great, let’s do it!”.

 

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