Filippo Andreatta - Credits: ph. Dido Fontana
Storytelling

Filippo Andreatta, tra teatro e architettura

Ha trasformato il saggio di Rem Koolhaas, Delirious New York, in una piccola rivelazione teatrale che ha fatto il giro di diversi musei e teatri italiani, tra cui il CRT – Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, il Castello di Rivoli a Torino, il MAXXI di Roma.

Prima di essere un regista però, Filippo Andreatta è innanzitutto un lettore. Visionario. «Quando leggo un libro o un testo di architettura penso sempre a come trascriverlo sul palcoscenico, a come renderlo tangibile». Proprio dalla volontà di concretizzare l'astratto è nata OHT – Office for a Human Theatre, compagnia teatrale fondata a Rovereto nel 2008, di cui è l'ideatore.

Formazione da architetto e specializzazione in arti performative, Filippo Andreatta congiunge due mondi, quello del teatro e dell'architettura, attraverso spettacoli in cui la rappresentazione dello spazio è centrale, a volte unico elemento di connessione con il pubblico.

Abbiamo chiesto a Filippo com'è nata OHT e in che modo architettura e teatro possono dialogare oggi.

Architettura prima, arti performative poi. Come ti sei avvicinato al teatro?

La prima scintilla nacque durante il corso di studi al Politecnico di Milano, mentre preparavo un esame in progettazione teatrale. Iniziai a pensare che la professione di architetto non mi si addicesse, seppur la materia mi interessasse enormemente, ma che esisteva un altro mondo a cui sentivo di appartenere. Poi un corso di recitazione diede il colpo di grazia: il passo successivo fu quello di iscrivermi allo IUAV di Venezia, alla facoltà di Arti visive e performative.

Un bagaglio, quello degli studi in architettura, che hai deciso di portare con te nel tuo nuovo percorso…

Sì. A Venezia mi capitò un episodio singolare. Il mio coinquilino mi fece scoprire il testo Delirious New York di Koolhaas. Strano, pensai, non ne avevo mai sentito parlare quando studiavo architettura. Lo trovai illuminante. Decisi quindi di trasformarlo in spettacolo teatrale, portandolo come tesi di laurea. Il progetto riscosse fin da subito un successo enorme, anche tra gli altri studenti, che facevano a gara per recitare! Oltre a Delirious New York, anche gli spettacoli successivi sono nati da una mia esigenza di narrare in modo fisico, tridimensionale, alcuni libri e opere per me importanti.

E OHT come nacque?

OHT nacque in occasione del concorso Nuove Sensibilità a cui ho partecipato nel 2008 (e di cui Filippo è stato il vincitore, ndr). La compagnia è composta da persone che ho incontrato in diversi momenti della mia vita e che hanno differenti background e nazionalità. C'è Patric Schott, tedesco, che prima di diventare attore faceva il set-designer, c'è Paola Villani, la scenografa-maga della compagnia, Charles Adrian Gillot, attore e drammaturgo inglese, l'attrice catalana Sara Rosa Losilla e infine molti altri collaboratori a seconda dei vari progetti. Quello che fin da subito ci ha caratterizzati è la mancanza di una chiarezza formale e la libertà autoriale. Ogni nostro spettacolo è diverso dall'altro e ci impegniamo a fare qualcosa di inaspettato, come appunto trasportare nella realtà un testo, una frase, un concetto e farli diventare un'opera teatrale.

Nei vostri spettacoli la dimensione dello spazio è dominante, tanto da fare a meno degli attori a volte, come in Squares do not (normally) appear in nature, ispirato al lavoro dell'artista ed esponente della Bauhaus Josef Albers.

In Squares ho voluto fare un esperimento, realizzando uno spettacolo senza la presenza degli attori in scena, in cui ricreare elementi naturali e paesaggistici che stimolassero l'emotività del pubblico. L'impatto emotivo è fondamentale per me, non amo l'estrema razionalità teatrale e credo per coinvolgere il pubblico uno spettacolo debba sapere essere prima di tutto emotivo. Non è una teoria nuova, ma abbiamo provato a realizzarla in un modo inusuale, non attraverso l'intensità degli attori, ma attraverso l'intensità dello spazio. In questo senso, secondo me, l'architettura può trovare un dialogo profondo con il teatro.

Puoi anticipare qualcosa su Project Mercury, il nuovo spettacolo di OHT che verrà presentato a fine novembre?

Nasce dagli studi del sociologo Richard Sennett, che ha elaborato alcune teorie sugli effetti del precariato sulla personalità e l'emotività delle persone. Il tema centrale è quello dell’impossibilità di fare il lavoro dei propri sogni, una tematica molto attuale oggi, dato il periodo di crisi economica e instabilità lavorativa che stiamo vivendo. Mercury 13 era il progetto della NASA che negli anni 50 doveva portare nello spazio 13 donne americane, che però non partirono mai. Da qui inizia lo spettacolo: le protagoniste di Project Mercury sono appunto due donne che vorrebbero diventare astronaute ma non possono farlo. Lo spettacolo è l'ultimo di una serie di rappresentazioni che analizza la corrosione della personalità provocata dalll'impossibilità di realizzare il proprio sogno. Anche qui l'elemento dello spazio è centrale, ognuno dei tre spettacoli inizia nel luogo che viene citato alla fine dello spettacolo precedente.

(Project Mercury verrà presentato il 26 novembre al Teatro Cantiere Florida di Firenze)

Delirious New York - Credits: © OHT, ph Milo Adami
Delirious New York - Credits: © OHT, ph Filippo Andreatta
Delirious New York: set series - Credits: © OHT, disegno Filippo Andreatta
Squares do not (normally) appear in nature - Credits: © OHT, ph Fabio Cella, courtesy museo MART
Squares do not (normally) appear in nature - Credits: ph Fabio Cella, courtesy MART museum
Squares do not (normally) appear in nature - Credits: © OHT, ph Fabio Cella, courtesy museo MART
Squares do not (normally) appear in nature - Credits: © OHT, ph Fabio Cella, courtesy museo MART
Squares do not (normally) appear in nature - set series - Credits: © OHT, disegno Filippo Andreatta
Project Mercury - Credits: ph Andrea Pizzalis, courtesy Centrale Fies
Project Mercury - Credits: ph Andrea Pizzalis, courtesy Centrale Fies
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