Scorcio dei locali dell’archivio: sulla cassettiera metallica il busto dedicato a Mollino da alcuni suoi studenti nel 1969 e la riproduzione di un ritratto fotografico eseguito da Riccardo Moncalvo nel 1948. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
Una serie di stampe fotografiche originali in bianco e nero e le prime Polaroid a colori, tutte ritraenti Lina Suwarowski, musa e modella di Mollino negli anni 30. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
Alcuni schizzi di studio, materiali di progetto e fotografie della Nube d’argento, veicolo espositivo ideato da Mollino nel 1954 per l’Agipgas di Roma. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
Una Polaroid degli anni 60 in cui il corpo della modella è, in alcune parti, ritoccato a mano da Mollino mediante il ricorso a colore a tempera bianca. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
Due libretti di volo di Mollino rilasciati dall’Aviazione Civile italiana e contenenti le precise registrazioni di tutte le sue attività di pilota civile. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
Fotomontaggi di presentazione dell’architettura per la Società Ippica torinese risalenti al 1940; le fi- gure dei cavalli, ricavate da fotografie tratte da pubblicazioni, sono ritagliate e inserite sulle stampe. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
Due delle scatole contenenti le Polaroid scattate dal 1960 in avanti con i soggetti di nudo femminile; alcune delle istantanee sono ritoccate da Mollino con tratti a china o tempera. - Credits: Ph. Fabrizio Vatieri
Storytelling

Scrigno Mollino

Un padiglione in muratura, parte del complesso di costruzioni comprese nell’area del Castello del Valentino, antica villa fluviale dei Savoia affacciata su un tratto del Po che scorre nei pressi del centro città; dominio del Politecnico di Torino, la sezione archivi della biblioteca dedicata a Roberto Gabetti ha sede in questo luogo e include un considerevole corpo di memorie materiali del lavoro di alcuni tra i protagonisti più talentuosi dell’architettura Moderna torinese. Fanno parte di questo contingente di progettisti – solo per citarne alcuni – Gino Salvestrini, Sergio Hutter e Domenico Soldiero Morelli, autori di opere raffinate e intriganti che oggi sono studiate con rinnovata ammirazione e attenzione.

Il “Fondo Mollino”, raccolta dei documenti professionali e personali dell’ingegner Eugenio e del figlio Carlo, architetto, occupa un posto importante di questa collezione, anche in virtù del rapporto continuativo e speciale che Carlo intrattiene con la Facoltà di Architettura torinese, prima come docente e poi come direttore dell’Istituto. La sala che ospita gli archivi è ampia e costellata da arredi-contenitori; su una fila di cassettiere Synthesis grigie disegnate per Olivetti da Ettore Sottsass Jr. spiccano due presenze: la riproduzione di un ritratto fotografico in bianco e nero di Mollino eseguito da Riccardo Moncalvo nel 1948 e un busto in creta dell’architetto, opera che alcuni suoi studenti affiliati a Potere Operaio gli donano – ironico ma rispettoso tributo – al termine di un esame di gruppo dedicato al senso dell’utopia nell’architettura; sul fronte la scultura porta l’incisione “Pensò Scrisse Costrusse - Gli allievi devoti MCMLXIX” che, di quel periodo di turbolenti confronti e contestazioni, conserva il tono provocatorio. Il fondo cataloga e custodisce una mole consistente e preziosa di documenti in tre insiemi archivistici, rispettivamente dedicati ai progetti, alla corrispondenza e alla fotografia. All’apertura delle cassettiere e degli schedari, i tesori vengono alla luce: contenute in cartelline di cartoncino seppia, ecco la successione di veline leggere solcate da segni rapidi e le carte con i disegni affilati di un’architettura idealmente collocata sulla collina torinese, un alto edificio – visionaria “eresia” apparentemente fuori contesto – che Mollino escogita in risposta a una chiamata di Gio Ponti sul tema della casa ideale per un approfondimento di Domus pubblicato nel febbraio del 1943: «Per me la casa deve avere un carattere di chiuso, indipendente, ma anche di provvisorio. Ho bisogno di una conchiglia armonica – sta bene – ma non deve dare il senso di definitivo e di bloccato a una posizione mentale – questo il contenuto da risolvere in fatto plastico». Il concetto di continua trasformazione potenziale è, per l’autore, un nodo cruciale: «Il linguaggio dell’architettura, così come di ogni arte, diviene continuamente; in ogni opera autentica ogni volta il linguaggio è ricreato».

Essere in transizione, sotto la spinta di forze attive; ambire alla mobilità, alla variazione, produrre forme scattanti che incorporano l’energia latente delle balestre, delle molle. Anche la staticità del costruito cede alla necessaria leggerezza di ciò che si rivela in mutazione: le immagini di presentazione dell’edificio per la Società Ippica del 1940 sono un capolavoro di convergenza tra l’arte del collage e il ritocco pittorico eseguito a mano, che modificano i contorni del costruito e il suo contesto per immergerlo in una metafisica sospensione transitoria.

L’interesse appassionato per la leggerezza e la velocità è implicito nel suo tratto grafico, che scintilla dinamico – anzi, aerodinamico – nelle sagome dei suoi tanti progetti di veicoli: da un faldone emergono i materiali di progetto di un padiglione pubblicitario itinerante realizzato nel 1954 per Agipgas, l’autobus Nube d’argento con il grande oblò ellittico del parabrezza e i montanti delle vetrate laterali inclinati, come tesi in procinto dello scatto; in un’altra cartella i disegni del non convenzionale Bisiluro che gareggia alla 24 Ore di Le Mans del 1955; su un ripiano il modello in gesso originale dell’auto concepita negli anni 50 per il record dell’ora, oggetto inafferrabile, scheggia venuta dal futuro che incorpora l’amore incondizionato di Mollino per l’aviazione, per il volo e per la poetica magia implicita nell’atto di staccare l’ombra da terra. L’istintivo gusto per una fluida continuità delle linee, coniugato allo spiccato intuito con cui definisce l’intelligente ergonomia di una sagoma è pervasivo, informando l’intero registro delle sue intuizioni, indipendentemente dalla scala di realizzazione. Nel carteggio con Gio Ponti, che suggerisce all’azienda di argenterie statunitense Reed & Barton di ingaggiarlo per il disegno di un nuovo servizio di posate, Mollino scrive con grafia inappuntabile, tagliente e dinamica come i suoi disegni, che l’idea per questa categoria di oggetti deve nascere da un amalgama necessario tra l’esigenza funzionale e l’espressione stilistica, ricercando un’armonia che deve essere verificata dall’intendere quell’utensile come una protesi “naturale” suggerita dalla meccanica della gestualità corporea. Anche la sua scrittura, nei contenuti, è dinamica, fluida: lo è quella dei tanti carteggi privati – con Gio Ponti, come ricordato, con la famiglia del campione di sci Leo Gasperi, con l’aviatore acrobatico Albert Ruesch, solo per limitarci ad alcuni – così come quella dei manoscritti autografi poi pubblicati, come Il messaggio della camera oscura, tutti conservati in questo archivio.

La scrittura molliniana è immaginifica, con una capacità descrittiva e una qualità espressiva d’ispirazione quasi fotografica. La fotografia, altra sublime ossessione: l’archivio custodisce negativi su lastra e su pellicola, oltre a molte stampe. Da alcune semplici, minute scatole in cartone, prudentemente conservate a temperature adeguate, emergono le Polaroid a soggetto femminile che per Mollino erano – e in qualche modo restano – scatti privati, effetti personali e segreti di una propria indagine monotematica condotta lungo un periodo temporale di poco superiore al decennio: dal 1960 in avanti, la raffinata e approfondita esperienza tecnica accumulata nel corso di un’intera vita di appassionata pratica fotografica, trova soluzione nella decisione inderogabile di ricorrere in modo esclusivo all’uso della fotocamera istantanea con pellicole autosviluppanti, strumento con il quale Mollino conduce un metodico lavoro di reiterazione rituale a soggetto unico. Le centinaia di donne nude o seminude ritratte in queste Polaroid – oggi diventate oggetto di un crescente, ossessivo culto – sono presenze incoscienti di una programmatica sequenza di impressioni visive, di un sofisticato atlante di corpi: non c’è in questa narrazione per singole unità fotografiche in formato standard l’intenzione di esercitare un voyeurismo fine a sé stesso, perché l’acuta tensione erotica di ogni scatto è incanalata in un sentire che, come scriveva Giovanni Arpino a proposito di questi materiali molliniani, “tradisce sempre una ripetitività che naufraga alla lunga nella nausea” e rende i sublimi soggetti femminili, protagonisti di ogni immagine in esemplare unico, “accessori del buio” e “contenitori metafisici”, figure multiple utili a mettere in atto un unico, utopico quanto straordinario tentativo di captare e collezionare indizi utili a decifrare il grande e conturbante enigma della bellezza femminile.

Questi “frammenti di una grande confessione” personale, espressione di Goethe che Carlo Mollino ama ripetere, rappresentano forse il tassello più appassionato – e per questo segreto – del suo personale tributo al modello di pura, esoterica perfezione prodotto dalla Natura, madre e matrigna misteriosa che ci incanta ed emoziona con vertiginosi arcani che abbiamo il compito di decodificare, perché, come scrive Mollino, «Tutte le vie possono condurre alla commozione estetica. Per vedere, ciò che importa è appunto di caratterizzare questa via che può essere la più insospettata».

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