Uno scorcio della produzione di Crea a Darfo Boario Terme (BS) dove vengono realizzate le Aplomb, lampade a sospensione in cemento disegnate da Lucidi - Pevere. - Credits: Ph. Gianluca Vassallo
Il libro Maestrie che accompagna in un viaggio all’interno delle aziende e dei laboratori dove prendono vita i prodotti Foscarini.
Un mastro vetraio in azione alla Vetrofond di Casale sul Sile (TV), dove viene soffiato il vetro per le lampade Rituals e Tartan di Ludovica+Roberto Palomba, e per la Lumiere di Rodolfo Dordoni. - Credits: Ph. Gianluca Vassallo
Un tecnico all’interno della Faps, azienda di Fiume Veneto (PN) specializzata nella lavorazione della fibra di carbonio: qui nascono le lampade Mite, Tress e Twiggy, disegnate da Marc Sadler.
Un tecnico all’interno della Faps, azienda di Fiume Veneto (PN) specializzata nella lavorazione della fibra di carbonio: qui nascono le lampade Mite, Tress e Twiggy, disegnate da Marc Sadler. - Credits: Ph. Gianluca Vassallo
"Ritratti” di lampade Foscarini firmati da Massimo Gardone che ha utilizzato il banco ottico proprio per sottolineare l’aspetto “artigianale” anche del lavoro fotografico. Da sinista: Aplomb e Aplomb Large di LucidiPevere; Buds di Rodolfo Dordoni e Rituals di Ludovica+Roberto Palomba; Tress e Twiggy di Marc Sadler. - Credits: Ph. Massimo Gardone
Storytelling

Foscarini: sogni illuminati

A chi gli chiede quale sia il suo prodotto migliore, lui risponde senza esitazione: il prossimo. Non è una battuta. È uno stile di pensiero e un metodo di lavoro. Perché Carlo Urbinati, presidente e co-fondatore di Foscarini, uno dei marchi-simbolo della luce italiana nel mondo, è un uomo abituato a guardare oltre. Sempre.

«Il design è una questione di scelte», mette in chiaro lui, che all’azienda muranese approda nei primi anni 80 insieme ad Alessandro Vecchiato. «Noi per esempio abbiamo scelto di essere editori di lampade, senza una nostra fabbrica. Così ci siamo affiancati a una rete di imprese e di laboratori che ci hanno permesso di accedere al meglio della ricerca e dell’artigianato italiano d’alta gamma». Per raccontare questo speciale rapporto di scambio di saperi è nato Maestrie, il progetto presentato a fine 2017 a Spazio Brera a Milano, che comprende un libro-catalogo con foto di Gianluca Vassallo e Massimo Gardone e contributi di Stefano Micelli e Manolo De Giorgi, e un’installazione dello scenografo Peter Bottazzi, con un maxi schermo dove venivano proiettate immagini di momenti di lavoro e di fabbriche e officine piene di colori, attrezzi, materiali.

«Noi tutti viviamo in modo distratto, non c’è più il tempo per pensare a cosa c’è dietro ogni singolo oggetto», osserva Urbinati. «E invece la  conoscenza del gesto è fondamentale. Lampade, come le Twiggy di Marc Sadler, vanno verniciate per sei volte, ed è chi stende il colore che fa la differenza. Abbiamo artigiani come la mitica signora Fausta, e altre come lei, che sono imbattibili quando stirano il tessuto di fibra di vetro da applicare allo stampo... In quest’arte del fare noi italiani siamo ancora dei fuoriclasse: sarebbe un delitto perdere il primato». Ecco perché, quando cerca nuovi designer, Foscarini si concentra su creativi «Che siano capaci di maneggiare la luce con un occhio alla pratica e un altro alla poesia». A volte si fa scouting anche nelle accademie e nelle università: «Per il Salone del Mobile presenteremo a Palazzo Litta a Milano una mostra di giovani progettisti organizzata con l’Ecal, la scuola cantonale d’arte di Losanna», annuncia Urbinati. «L’obiettivo è quello di creare prodotti coerenti con la nostra identità di marchio, e che siano in sintonia con quella che io chiamo la Foscarinitudine, un mix di creatività e di magia che parla prima al cuore e poi al cervello». Una scommessa non da poco di fronte a un mercato saturo come quello dell’illuminazione, che è particolarmente «Danneggiato dalle politiche aggressive dei ribassi e delle copie, spesso brutte o bruttissime. E che soffre anche per le notevoli difformità di specifiche tecniche».

Eppure il presidente non si perde d’animo. Foscarini oggi vanta un parterre di 34 designer, 21 materiali, 48 finiture, 19 tecnologie, 32 colori, 59 famiglie di lampade, 213 modelli. Con una quota export che supera l’83%. «Siamo presenti all’estero in un’ottantina di Paesi e la distribuzione internazionale ci dà la libertà di testare gusti e tendenze emergenti, anche elaborando modelli preesistenti». Sono nati così alcuni bestseller, come la Caboche di Patricia Urquiola ed Eliana Gerotto, e le varianti della Lumiere di Rodolfo Dordoni o della Mite di Marc Sadler, Compasso d’Oro nel 2001. E poi, nel tempo, sono arrivate nuove famiglie di oggetti in vetro ma anche in legno, carbonio, polietilene, carta giapponese, addirittura in cemento. «Immagino le nostre lampade come un guardaroba senza stagioni composto da tanti abiti, capaci di mescolarsi fra di loro e di dialogare con la sensibilità dell’utente finale», dice Urbinati. Ed è come se si accendesse un filo di luce che collega il design alla moda, oggi sempre più attenta a dare rilievo a chi – concretamente – opera dietro le quinte degli atelier. «Fin dal Rinascimento», conferma, «È questo il segreto del buon made in Italy: la persona sempre al centro del mondo. Con il cuore, la testa. E con le sue mani».

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