Dettaglio del primo prototipo di studio della sedia in carbonio (che pesa meno di un chilo) realizzata con stampi in alluminio monoscocca e con sezioni tubolari. - Credits: Ph. Valentina Sommariva
A sinistra, collezione Anonimo Contemporaneo per la Galleria Giustini / Stagetti di Roma. Sedie in frassino prima dell’intreccio nel laboratorio di Francesco Faccin. A destra, Il designer Francesco Faccin, mente e mano del progetto, nel suo studio a Milano. - Credits: Ph. Valentina Sommariva
Un'ex drogheria in zona Sarpi, nel cuore della Chinatown milanese, è oggi il laboratorio creativo di Francesco Faccin. - Credits: Ph. Valentina Sommariva
A sinistra, nello studio, il designer conserva un piccolo modello in legno realizzato anni fa per un altro progetto di seduta. A destra, dettaglio dei materiali e collage della sedia in carbonio monoscocca. - Credits: Ph. Valentina Sommariva
Nello studio di Francesco Faccin la sedia Anonimo Contemporaneo posa in tre versioni: wengé nero e frassino intrecciati in cuoio, alluminio intrecciato con cavo d’acciaio. - Credits: Ph. Valentina Sommariva
Storytelling

In conversazione con Francesco Faccin

In pieno sole o in ombra, chiuse o spalancate, in vicoli vuoti o sventolanti di bucati, a Roma il mestiere dell’artigiano pulsa nelle botteghe di restauratori, orafi, cappellai, mosaicisti, intarsiatori e ceramisti. «E poi intrecciatori, pellettai, tornitori, perdendosi in via dei Cestari o in via dei Sediari». Per la collezione Anonimo Contemporaneo, disegnata per la galleria di design Giustini / Stagetti, Francesco Faccin ha seguito una mappatura di antiche professioni del centro storico studiata a puntino. Classe 1977, carattere ostinato, spesso contrario e con un «sentore di follia», come lo descrive il suo maestro Enzo Mari, l’enfant prodige dell’autoprogettazione, che oggi insegna Product Design alla Libera Università di Bolzano, ha disegnato per l’inedita serie, dal titolo ossimorico, dodici sedie in materiali diversi: legno, alluminio e carbonio. Dopo l’estate ci sarà l’inaugurazione dell’omonima esposizione – Anonimo Contemporaneo appunto – nello spazio romano a due passi da Piazza di Spagna che, come successo per i fratelli Campana, Formafantasma e Konstantin Grcic, dal 2009 commissiona progetti fra arte e design legati alla città eterna.

«Sono partito da una tipologia di sedia anonima della tradizione popolare italiana: la Romanella. Un oggetto che in molte varianti è presente in Italia, sud della Francia, Spagna e Grecia. Con varianti e differenze è poi diventata un’icona mediterranea immortale, sempre esistita nelle trattorie e nelle piazze e che nel tempo si è evoluta fino ad arrivare alla massima efficienza di costo e produzione. Anonimo Contemporaneo è il tentativo di prendere una tipologia della memoria artigiana e renderla attuale». Dall’Antico impero alla Nasa della Brianza, dove si realizzano gli stampi del carbonio, dalla caciara dei viottoli capitolini al silenzio assordante dell’autoclave nel laboratorio 4.0. «Si vocifera che negli affreschi di Pompei sia raffigurata una Romanella», si stupisce il designer milanese, che per le sue ricerche, passioni e qualche ossessione, ha girato mezzo mondo. «Duemila anni dopo, ho ritrovato la Romanella in una fotografia dello studio di Cy Twombly, l’artista americano che negli anni 50 aveva il suo atelier di fianco a Palazzo Farnese. A 600 chilometri di distanza, e quasi 70 anni dopo, seguo la produzione dello stampo della mia versione in carbonio insieme a Furio Bellorofonte, un genio autodidatta che si spinge sempre oltre il limite della progettazione. Una metafora: dal primitivismo all’essenza». Un record tecnologico di leggerezza – meno di un chilo – alla ricerca platonica dell’idea di sedia. «In realtà è un metaprogetto, ovvero il pretesto per parlare di sedie, discutere di contaminazioni e di cultura del fare. Raccontare tutte le sedie e, quindi, nessuna».

Oltre alla versione in carbonio, le 12 sedute di Anonimo Contemporaneo – tra cui due poltroncine – sono prodotte in legno (laccato, frassino naturale e wengè scuro tropicale) e in alluminio, realizzate da una fonderia a nord di Milano. «È solo il primo passo di una collezione-matrice che con il tempo potrà crescere e arricchirsi di altri elementi, come tavoli o panche. Le proporzioni sono le stesse: le sedie, infatti, sono sovrapponibili, le inclinazioni delle gambe  sono identiche anche se le sezioni cambiano a seconda della tecnica: quelle in legno ne hanno una triangolare, quelle in carbonio tonda». Così come nella musica, le variazioni sul tema di Francesco Faccin offrono una chiave epica più metodologica: pescare un oggetto anonimo con una storia millenaria, inserirlo in un flusso, riappropriarsi di un pensiero, raccogliere il testimone e passarlo ad altri.

«La sedia ha una valenza speciale nel mondo del design, non rappresenta semplicemente un oggetto», prosegue interrogandosi i ricci neri, «è un luogo, è lo spazio minimo abitabile che l’essere umano occupa nel momento in cui si abbandona, riposa o si concentra, come un prolungamento del corpo. È come una stanza vuota, ci appartiene. E proprio quando è vuota ci lascia avvertire l’assenza».