Opera work in progress di Kerstin Brätsch
Opera work in progress di Kerstin Brätsch
Opera work in progress di Kerstin Brätsch
Il curatore Francesco Stocchi
Kerstin Brätsch e Walter Cipriani - Credits: Ph. Daniele Molajoli
Il collettivo collettivo KAYA costituito da Kerstin Brätsch e Debo Eilers
Storytelling

Francesco Stocchi sulla pittura contemporanea

Dal 4 maggio all'11 novembre la Fondazione Memmo a Roma presenta Ruine, la mostra personale dell’artista tedesca Kerstin Brätsch (Amburgo, 1976) e KOVO, un progetto del collettivo KAYA costituito dalla stessa Kerstin Brätsch e Debo Eilers. Entrambe le mostre sono curate da Francesco Stocchi col quale abbiamo scambiato qualche domanda e che ci illustra le specificità dei progetti e il loro collocarsi all’interno del dibattitto sullo ”stato” della pittura contemporanea.

Le mostre ospitate dalla Fondazione Memmo, in particolare Ruine, nascono dall’invito fatto a Kerstin Brätsch, come artista in residenza, di collaborare con l’esperto artigiano dello stucco-marmo Walter Cipriani. Il risultato di questo dialogo, e non solo, è dunque oggetto d’esposizione. Come nasce l’idea di mettere in relazione due figure all’apparenza così lontane fra loro e qual è l’interesse che invece scaturisce da questo dialogo inaspettato tra figurativo e astratto?

Alla base della missione della Fondazione Memmo c’è l’incontro con la città di Roma, suo luogo proprio, dal quale partire per sviluppare e proporre agli artisti dei nuovi stimoli, soluzioni inesplorate. La residenza inizia con l’arrivo in città e non ha scadenza fissa, ciò che vogliamo proporre è una struttura elastica nella costruzione del rapporto, Kerstin Brätsch per esempio è venuta a Roma varie volte nel corso di due anni. Ho ritenuto opportuno individuare un artista che fosse in un periodo di svolta del proprio percorso e mostrare questo momento di cambiamento, mi è sembrato interessante invitare Kerstin che avrebbe da poco concluso un’importante personale presso il Museum Brandhorst a Monaco. L’idea della collaborazione con Walter Cipriani era all’interno di un ventaglio di proposte che le abbiamo fatto, tutte legate all’artigianato, perché volevo che ci fosse un superamento della barriera tra l’idea dell’artigianato come qualcosa di antico e obsoleto e l’arte che porta una connotazione inversa. Kerstin è sembrata perfetta perché da sempre ragiona sulle possibilità di trasformazione della pittura e sulla sua spersonalizzazione. Con piglio contemporaneo e ironia abbandona l’immagine dell’artista – soprattutto del pittore – come quella di un genio solitario per abbracciare una dimensione di condivisione, di scambio, di pittura condivisa. Qui si unisce l’esperienza della seconda mostra col collettivo KAYA. Partendo quindi da un interesse di un ibrido figurativo e astratto, la collaborazione con Cipriani e la realizzazione degli stucco-marmo è sembrata importante una prosecuzione logica del suo percorso avviato con i papermarbling. I due proseguiranno a collaborare anche dopo la mostra.

Il titolo della mostra di Kerstin Brätsch è Ruine, tradotto dal tedesco all’italiano “rovine”. Il riferimento, oltre che alla città di Roma, è diretto alla società o alla pittura?

Il titolo è sia un commento sul luogo in cui la mostra è stata generata e presentata e un’allegoria dell’idea di ricerca. È un’istantanea della modalità in cui l’artista è andata alla scoperta di un tesoro nelle profondità delle catacombe, di come ha scavato nelle viscere della pittura per cercare nuove soluzioni e appigli. Le reliquie, le rovine appunto, prendono così un’apparenza futuristica e non antica o romantica. Decisamente uno sguardo nuovo su Roma.

Le lastre di pietra artificiali che presenta Kerstin Brätsch imitano l’oggetto che rappresentano ma solo in superficie, causando proprio questo cortocircuito temporale, che potremmo anche intendere in relazione alle dinamiche dell’informazione digitale…

Questo cortocircuito è in atto in entrambe le mostre ed è dato, per esempio, dall’uso congiunto di colori artificiali e immagini materializzate dallo stucco-marmo. In queste opere c’è uno sguardo diretto al futuro ma generato dal passato, che diventa qui elemento fondante. L’uso della storia non è più verticale, col digitale il processo avviene su livelli diversi di simultaneità e che spesso si sovrappongono.

Potremmo pensare che stiamo vivendo una sorta di “ritorno” della pittura, soprattutto figurativa, e che questo fenomeno abbia a che fare, in qualche misura e paradossalmente, col flusso costante d’immagini sui diversi schermi?

Sì, sono d’accordo, ma non credo sia possibile identificare un fenomeno diretto di azione/reazione tra le due cose. Non credo che la pittura contemporanea debba necessariamente essere un commento al fenomeno ma che semplicemente gli artisti, che vivono nel mondo e sono animali sociali, assorbano e trasmutano tutto ciò che recepiscono. Non sono certo ci sia un vero “ritorno” della pittura perché c’è sempre stato un interesse, a volte è latente ma comunque presente. Nello specifico Kerstin Brätsch si è sempre servita della pittura ed è stata sempre interessata alla forma che può assumere.

Nella riproduzione di motivi, forme e colori, sembra che l’artista si appropri in parte del linguaggio del design, in che modo questo rientra nel lavoro di Kerstin Brätsch?

Il suo sguardo non è retorico ma cerca nuove possibilità nel mondo della pittura. Non ci sono limiti dell’opera, una tela può essere anche indossata, potrebbe non esserci più differenza tra una tenda o un arazzo, un dipinto può non essere incorniciato ma appeso, un quadro può essere una finestra come uno sguardo verso qualcosa… Kerstin dimostra di non sentirsi soggiogata da ciò che la pittura è e dalle sue definizioni ma piuttosto desidera creare nuove possibilità, risolvendo la storica e infinita relazione tra design e arte in un terzo stato.

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