Alberto Meda
Francisco Gomez Paz
Radiatore step-by-step di Alberto Meda per Tubes: i moduli in alluminio sono a effetto plissettato.
Sedia Eutopia di Francisco Gomez Paz, un intarsio tridimensionale di legno massello e multi laminato.
Storytelling

Francisco Gomez Paz e Alberto Meda sulla sostenibilità

ICON DESIGN ha incontrato Alberto Meda e Francisco Gomez Paz. Due generazioni e due storie accomunate da un’etica del lavoro tesa al rispetto dell’utente, alla ricerca di materiali e processi come frontiere di continuo miglioramento.

Come declinate il concetto di sostenibilità?
AM: Per prima cosa quando si ha un’idea esiste sempre una tavolozza di possibilità per realizzarla. Io scelgo materiali e tecnologie che integrano funzioni e riducono il numero dei componenti come i termoplastici e l’alluminio che permettono di essere riutilizzati a fine vita del prodotto. Ciò mi aiuta a raggiungere una semplicità che determina un’identità meno soggetta alle mode, più durevole.

FGP: Per me è la capacità di risolvere problemi. Non mi piace l’idea della sostenibilità come punizione, negazione del progetto, come spinta a fermarsi per non compiere più alcuna azione che potrebbe distruggere il pianeta. La mia idea di sostenibilità è positiva, costruttiva. Tento di risolvere un problema in modo più onesto, economico, sintetico, con meno materiali, smontabili, che durino nel tempo, riciclabili in altro modo. Dobbiamo creare nuovi parametri di vita.

AM: Ciò a cui ti riferisci deve essere autentico. Nel mondo del design c’è un gran da fare che produce inutilità e copie. Non dobbiamo cadere nella trappola dell’offerta di certa imprenditorialità che chiede di realizzare prodotti che debbano solo generare affari. Il designer deve porsi come una coscienza critica.

FGP: Il fare futile in natura sparisce. La natura non agisce senza ricadute di sopravvivenza. Questo nel mercato non esiste e pertanto il designer e il consumatore devono intervenire. Qui ritorna la consapevolezza, la cultura e quella che io chiamo una struttura di misura.
Sì, giusto. Dobbiamo essere un filtro al non-sense. Senza moralismi. Questo è il senso profondo di un agire sostenibile per un designer industriale.

Autenticità e misura. Cos’altro occorre nel ripensare gli oggetti?
AM: La logica del riparare e non buttare va recuperata. C’è bisogno di ingegno. Il progetto deve tenere conto di questo aspetto anche in società oramai abituate alla pigrizia, allo spreco; occorre progettare pensando alla trasparenza del funzionamento. Ciò aiuta il cliente, significa dargli accesso alla complessità.

FGP: Questa differenza è molto marcata tra Argentina e Italia. La condizione quasi autarchica che vive il mio paese ha fatto sì che si sia diffusa una cultura del riparare.

Cosa ha dato il via alla vostra personale consapevolezza verso l’ambiente?
FGP: Il buon senso. Con il tempo si affina grazie agli strumenti che acquisisci. La natura può essere distrutta molto velocemente dalla cattiva politica, dalla cattiva cultura, dalla cattiva architettura. Dobbiamo dare la responsabilità al fine vita dei progetti.

AM: Il buon senso di cui parla Francisco deve essere influenzato dal contesto in cui si vive. La consapevolezza ambientale nasce per effetto di mille ragioni che agiscono sulla coscienza. 30 anni fa la plastica usa-e-getta che veniva dagli Stati Uniti era considerata un mito, oggi è responsabile di disastri. Mentre prendersela con una sedia in plastica caricata vetro non ha senso perché è durevole e impatta meno di un cucchiaino per il caffè. C’è poi una riflessione da fare sulla sostituzione dei materiali. Questo processo di conversione penalizzerà interi settori industriali: sono trasformazioni che avranno ricadute sociali difficili da assorbire.

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Articolo pubblicato sul numero di marzo di ICON DESIGN