L’architetto Marco Albini nella Fondazione Albini, che ha sede nello storico studio del Maestro. Dietro, ritratto di Franco Albini a opera di Roberto Sambonet, 1963 - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, Marco Albini racconta, disegnando, gli errori della prima Veliero, risolti nel 2011 quando fu prodotta da Cassina. A destra, prototipo della libreria Veliero presente in casa Albini in via Aristide de Togni a Milano, 1938/1940. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Un angolo della Fondazione Albini: libreria LB10, fine anni Cinquanta, dondolo in metallo, fine anni Trenta; lampada Mitragliera, fine anni Trenta. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, fotografie di elementi architettonici e paesaggi, scattate da Franco Albini durante i suoi viaggi. A destra, disegni per la tesi di laurea di Franco Albini, 1929. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, sopra, Albini e Franca Helg al lavoro nello studio. Sotto, la casa del designer con la libreria Veliero ancora integra. A destra, tavola di una esercitazione svolta al Politecnico di Milano, fine anni Venti. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

Dialogo su Franco Albini con il figlio Marco

“È più dalle nostre opere che diffondiamo le nostre idee che non attraverso noi stessi”, sosteneva Franco Albini. E forse, proprio per questo, lui parlava poco, anzi pochissimo. «C’erano dei grandi silenzi. Lasciava che fossero i suoi progetti a parlare», racconta il figlio Marco, che lo ha affiancato nella professione per una decina d’anni.

Una figura schiva e rigorosa che perseguiva la cura ossessiva del dettaglio e il continuo perfezionamento di un’idea. «La forma per lui nasceva da una ricerca e da un metodo. Ma mio padre non seguiva affatto la formula modernista: Form Follows Function di Louis H. Sullivan. Molti mobili, come le poltrone in vimini, per esempio Margherita disegnata nel 1950 per Bonacina, non sono certo funzionali: hanno un afflato poetico», sottolinea. Franco Albini aveva certo l’ossessione del metodo, come tutti i razionalisti, ma aveva un modo di procedere tutto suo. «Non partiva mai da una forma precostituita. “Quando hai un progetto spesso la tentazione è quello di vederlo prima: questo è un errore”, ci diceva spesso. Lui procedeva a disegnare singolarmente le parti che lo costituivano, sia che fosse un’architettura o un mobile. E poi le montava insieme. Le faccio un esempio, negli anni 70 avevamo avuto un incarico importante in Arabia Saudita: un centro direzionale dei ministeri a Riad. Lui ha incominciato con il disegnare un lucernario. Lo perfezionava, lo studiava, lo accoppiava con gli altri. Alla fine è uscito un progetto con una forma che aveva in sé tratti che richiamavano l’architettura tradizionale araba, come i tetti crenellati. Ma tutti i riferimenti non erano dichiarati, restavano dentro di lui. Com’era nel suo stile», spiega l’architetto. Dunque il principio del metodo di Albini era quello di scoprire una forma che fosse l’essenza dell’oggetto, la sua anima, partendo dai dettagli.

Ed era un rigoroso e un perfezionista, non faceva mai nulla di affrettato: i lavori prendevano vita solo nel momento in cui lui era soddisfatto del risultato. «Diceva sempre che amava tenere un progetto sulle ginocchia come fosse un bambino. Perché questo gli consentiva di pensare continuamente a quello che stava facendo: poteva osservarlo, migliorarlo. Per questo nel suo studio non si affrontava mai più di un lavoro per volta». Non solo, il rigore veniva applicato anche nella quotidianità: «Tutti noi lavoravamo con il camice bianco. Era una questione pratica, perché allora si disegnava con la matita e con la china, ma anche una questione di ordine visivo», racconta Albini. Un regola di autodisciplina che esisteva anche nel disegno. «Prima di iniziare a progettare, si doveva decidere il formato del foglio e il layout di quello che avremmo disegnato: pianta, sezioni ecc. Questo layout veniva discusso in studio: volevamo dare un’idea completa del progetto possibilmente in un’unica tavola», dice Albini. «Da qui iniziavamo a schizzare le idee. Una volta passati al disegno tecnico, gli schizzi venivano buttati. Non si dava al disegno a mano libera un valore artistico, estetico. È una deformazione moderna».

In Franco Albini c’era anche il rapporto ironico che aveva nei riguardi del mondo e delle cose che esprimeva, per esempio, in arredi come il Veliero: un segno poetico ma anche un messaggio di speranza. «È un progetto del 1938, anni bui in cui si pensava che l’Europa sarebbe stata dominata dalla Germania. Proprio in quel momento lui progetta questa libreria: un mobile fatto di aria e di luce, luminoso ed etereo». Legato proprio a questa libreria, disegnata dal Maestro per casa sua, Marco Albini ricorda un episodio: «Mio padre, nella sua ricerca, spingeva gli oggetti al limite della sostenibilità, gli piaceva sperimentare. Veliero, conteneva alcuni errori di progettazione nella sua prima realizzazione, come l’utilizzo dei vetri temperati – non c’erano quelli stratificati come oggi. Quindi non flettevano» e continua: «Io ero in soggiorno e stavo ascoltando della musica. A un certo punto la libreria è esplosa, come fosse una bomba, per le vibrazioni. Nel 2011, prima di metterla in produzione con Cassina, abbiamo dovuto ingegnerizzarla di nuovo, rivedendo tutti i vari componenti per ridistribuire lo sforzo». Durante la guerra Franco Albini continuava a progettare e a fare ricerca, anche in assenza di committenza «Era un’espressione di fiducia nel proprio lavoro. Il professionista lavorava per piacere. Forse è per questo che mio padre aveva problemi economici, almeno fino all’arrivo di Franca Helg, nel 1952: da buona tedesca stava attenta ai contratti e ad amministare lo studio», rivela sorridendo l’architetto.

Franco Albini aveva poi una sua filosofia di vita che si applicava a ogni sua azione «Diceva sempre: “La proprietà non rende liberi”, perché vincola i comportamenti e limita la curiosità verso il mondo. Se si ha una proprietà (seconda casa) alla fine si è vincolati a quella. Lui non andava mai in vacanza in uno stesso luogo: ogni anno sceglieva un posto diverso». Così come non apprezzava il collezionismo: «Andava a vedere diverse mostre d’arte, ma non comprava nulla. Il collezionista per lui era una figura deteriore. Si deve apprezzare il bello: ma non c’è bisogno di possederlo. Il senso del possesso, in un’ideologia sociale, non era una buona cosa», sottolinea l’architetto Marco Albini. 

Ma c’era qualcosa che Albini detestava? «Non sopportava le persone senza sostanza che vivevano sulla propria immagine e che la ostentavano. Le racconto un episodio: quando lavorava al progetto de La Rinascente, c’era un architetto incaricato di realizzare gli interni: lui non lo apprezzava. Un giorno, eravamo in vacanza all’Elba con il nostro canottino. Approdati in un porto, ci affiancò uno yacht enorme, dal quale sbucò proprio quell’architetto, sbracciandosi con enfasi per salutare mio padre. Lui si arrabbiò moltissimo: non perché non fosse sullo yacht, ovviamente, ma per il fatto che questo personaggio, di cui non aveva stima, avesse uno yacht del genere e che ne fosse fiero. Era l’immagine dell’uomo che detestava. D’altronde, spesso non nascondeva i suoi sentimenti. Quando s’arrabbiava gridava: “Lei è un cretino!”. E, siccome aveva la erre moscia, sembrava che l’insulto si moltiplicasse».