Il designer francese François Azambourg mentre realizza la base di una delle eliche mobilier della serie, autoprodotta e in edizione limitata di cento, di À deux hélice (2012) - Credits: Ph. James Mollison
Storytelling

Il peso della leggerezza

François Azambourg si alterna nei due ateliers, uno a Clichy, in un quartiere popolare alle spalle del boulevard Péripherique che cinge Parigi, e in Bretagna, di fronte al mare, in uno spazio vasto, in cui colleziona oggetti e più di 300 prototipi. Entrambi gli spazi sono pensati come delle offcine, pieni di strumenti, macchine e utensili: dei “laboratori”, come li definisce il designer francese, classe 1963.

Vincitore di moltissimi premi e riconoscimenti, tra cui il Grand Prix du design de Paris (2004), Azambourg è definito da molti come un “inventore” per l’approccio sperimentale che caratterizza il suo design, nella sua indomita ricerca non solo sulle forme ma sui materiali e le loro proprietà. Ma quest’etichetta non gli piace. Come ci racconta: «La sperimentazione non è che un altro nome per il lavoro. Quando affronto un tema, inizio a farmi delle domande e non trovo sempre le risposte soddisfacenti, allora ritorno alle domande... la sperimentazione non è altro che questo vai-e-vieni del progetto, che parte da un’insoddisfazione». Un’insoddisfazione che, più che come una forma d’inquietudine, appare come una curiosità insaziabile, una tensione perenne verso il miglioramento.

Mosso da questa tensione, Azambourg non molla mai un progetto, i suoi oggetti si susseguono come declinazioni di una stessa idea fissa, dando origine a delle famiglie, in un processo che non si esaurisce mai. Come la sedia Pack, di cui ha depositato il primo brevetto nel 2000, che continua ad assillarlo, e di cui tenta ancora oggi di migliorare le prestazioni, cercando d’identi care dei nuovi assemblaggi di materiali più ecologici. O come il progetto che lo occupa da più di 12 anni: migliorare il rendimento acustico, l’ergonomia e la meccanica del sassofono. D’altronde il progettista francese considera il design come una sfida. Come ama raccontare ci è arrivato quasi par default, ovvero per difetto. Amante dell’arte e della tecnica, considera le di erenze tra le discipline come poco importanti. Definisce il design come quello “stato di felice confusione”, in cui arte e tecnica s’incrociano, come su un terreno di gioco. Nonostante la precisione e la tenacia con cui sviluppa dei procedimenti tecnici innovativi, o con cui testa associazioni di materiali inedite, Azambourg non perde quello sguardo incantato, sognante. I ricordi dell’infanzia sono un altro motore per le sue ricerche, delle immagini o delle sensazioni che persistono nella memoria, come un mondo dai colori vivaci «che è importante ritrovare nelle cose».

Per spiegare il suo modo di procedere, racconta di un progetto nato quasi per caso, da un ricordo infantile, di quando fabbricava degli aeroplani con degli elastici ed era a ascinato dalle eliche. Un giorno, riposando lo sguardo sul rossignol (espressione francese che indica un oggetto dimenticato su un armadio) gli viene la voglia di produrre un ventilatore a elastico e si mette al lavoro. Ma, alla fine, l’oggetto che ne risulta è privo di funzione: una sorta di scultura sospesa, come un mobile di Calder. «Non mi disturba il fatto che un oggetto abbia uno statuto indeterminato. Si può dire che si tratta di una farsa, di un giocattolo, o di un’opera d’arte. Mi piace l’idea che io possa decidere la traiettoria, il destino di un oggetto, decidere se è arte o design – e a che prezzo può essere messo in vendita. Ma prima di tutto, ciò che mi interessa, è di arrivare ad un oggetto, come un processo conduce ad una forma stabile». E aggiunge:« In fondo siamo tutti ancora dei bambini... non ho fatto un vero lavoro psicoanalitico per averne la certezza, ma mi rendo conto che per me è vitale fabbricare degli oggetti, più che una forma di creazione, è una ri-creazione».

Appesi alla parete del “laboratorio” di François Azambourg a Clichy, vicino Parigi, alcuni prototipi per il progetto, nato con Selmer e IRCAM, di un sassofono - Credits: Ph. James Mollison
A sinistra, il prototipo di un’elica; a destra, il disegno preparatorio per la lampada La Chapeliéres prodotta per Lignes de demarcation (2012). - Credits: Ph. James Mollison
François Azambourg intento a lavorare uno dei suoi numerosi lavori autoprodotti e in edizione limitata - Credits: Ph. James Mollison
In primo piano, attorno al tavolo della cucina del laboratorio, poltroncina e sedia della collezione Mister Bugatti o Mr. B (2006) disegnata per Cappellini - Credits: Ph. James Mollison
A sinistra, sui ripiani i vasi nero e silver della serie Douglas (2008) e il posa- cenere giallo Petit Indian (2011), in edizione limitata di dodici copie. A destra, il prototipo della lampada La Chapeliéres, nata, per forme e materiale, come omaggio al designer Serge Mouille, maestro di Azambourg. - Credits: Ph. James Mollison

Uno dei concetti chiave per Azambourg è la leggerezza. Come nella sfida che lancia ai grandi del design, cercando di battere le sedie superleggere di Giò Ponti e Riccardo Blumer. Con ammirazione e ironia, racconta di come Blumer sia riuscito con il primo prototipo per Alias a produrre una sedia che pesava solo 1100 gr, ma che l’editore ha deciso di appesantirla, perché i clienti avevano paura che si rompesse, mentre era già su cientemen- te solida. La sedia Gigue pesa solo 750 gr, è prodotta in legno di balsa e quercia e detiene oggi il record di leggerezza. E sorridendo, Azambourg aggiunge: «Ho un po’ imbrogliato, perché ha solo tre piedi: presto riuscirò a produrne una con quattro piedi». Ma la leggerezza non è un obiettivo in sé, quanto piuttosto, un’attitudine. Una forma di disinvoltura nei confronti dei progetti – come la leggerezza descritta da Italo Calvino nelle sue Lezioni  americane. «Si può essere molto seri eppure agire con le cose come se niente fosse. Lo stesso vale per gli oggetti. Quello che cerchiamo in un oggetto è che esso abbia un’esistenza naturale, non forzata». Perché la leggerezza è il risultato di un exploit tecnico, un’esplorazione delle potenzialità dei materiali e un principio di economia di mezzi. «Il segreto è la qualità dei componenti, come gli ingredienti di una ricetta. La leggerezza è una condizione trasversale, che attraversa tutti i miei progetti, è una forma di essibilità dello spirito, di vivacità». E aggiunge:« Mi sento più vicino al gatto che all’elefante!»

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