Credits: Ph. Catherine Leutenegger
Storytelling

François Junod: il poeta dei robot

Un uomo di metallo piantato in un prato fino alla vita, con giacca blu e occhiali da sole che puntano il cielo, interrompe il paesaggio svizzero di giardini immacolati e case silenziose. Sopra il portone, un’insegna in giapponese e una parete di vetro. Dentro, s’intravede la silhouette alta due metri di un usignolo azzurro, manichini uttuanti, creazioni dadaiste. Il concierge dell’hotel mi aveva avvisato: «L’atelier di François Junod si riconosce subito». E poi mi aveva anche rivolto alcune domande per chiarire il mistero di uno straniero fuori stagione turistica a Sainte-Croix, piccolo comune tra Losanna e il con ne con la Francia. Forse sono un artista anch’io? O mi ha spedito qualche ricco collezionista interessato a comprare un’opera di Junod? Sbagliato? Allora non posso che lavorare per una maison di orologeria di lusso...

La casa-laboratorio in cui Junod mi accoglie è un labirinto di scale, corridoi, porte. Dal sofftto, come stalattiti, pendono gambe, braccia e semilune di legno o ceramica. Teste di umanoidi e di animali sono disposte in sequenza negli sca ali. Macchinari di precisione per lavorare il  metallo ronzano controllati dai collaboratori dello strano designer. Parti di automi aspettano sui tavoli. È come se in questo posto fossero stati mescolati insieme un negozio di giocattoli, una sala d’anatomia, la tana di uno scienziato pazzo.

François Junod, 57 anni, si de nisce scultore e automatier: «Costruisco automi, macchine semoventi che funzionano senza elettricità», dice. «Il mio maestro è stato l’inventore parigino Michel Bertrand, che ho incontrato nel 1971». Così funziona per questo tipo di arte: non esiste una scuola (Junod comunque si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Losanna), bisogna essere scelti. E l’apprendistato è lungo.
Lo era anche quando, nel XIX° secolo, gli automi erano richiestissimi: da Parigi tante piccole imprese familiari li esportavano in tutto il mondo, e il prestigiatore Jean Eugène Robert-Houdin li costruiva per i suoi spettacoli. Ma oggi la competizione dell’elettronica e dell’informatica li hanno resi prossimi all’estinzione. O quasi: perché rimangono il desiderio proibito di ogni collezionista, come quello che interpreta Geoffrey Rush nel film di Giuseppe Torna
tore La migliore offerta: qui a innescare il plot c’è un automa, costruito da Jacques de Vaucanson, l’inventore del XVIII secolo che sbalordiva i francesi con i suoi robot.

Le creazioni di Junod sono in mostra nei musei e in edifici pubblici. Il Turco che beve caffè sul tappeto volante è stato appena acquisito dal Musée International d’Horlogerie (La Chaux-de-Fonds, Svizzera); a Kyoto la sua orchestra di animali occupa un’intera sala, mentre nella Plaza Mayor di Leganés, in Spagna, ogni giorno l’orologio che ha realizzato dà vita a un carillon gigantesco con cavalli e uomini meccanici. In questi mesi sta lavorando a Il giocatore, un automa che muove le braccia e che nasconde un dado sotto ciascuna mano. Ogni volta che le solleva il numero sui dadi è diverso, «Decide il caso, che è il tiranno che schiavizza ogni giocatore». Incastonato nel basamento, c’è un orologio, Bulgari. Per la maison produrrà cinque esemplari di questi automi, che insieme a un esclusivo orologio da polso, verranno venduti, ognuno, a 800mila euro.

Credits: Ph. Catherine Leutenegger
Angolo dedicato allo studio degli automi con bozzetti e sculture preparatorie. A sinistra, il bozzetto plastico di studio per costruire l’“involucro” dell’automa dedicato a Leonardo da Vinci - Credits: Ph. Catherine Leutenegger
L’ingresso della casa-laboratorio dove vengono realizzate le creature semoventi che funzionano senza elettricità - Credits: Ph. Catherine Leutenegger

Per Jaquet Droz, invece, ha cesellato un minuscolo uccellino che canta, muove le ali e la coda: un’opera d’arte in miniatura che entra nel quadrante di un orologio da polso. E ancora per Vacheron Constantin ha realizzato un meccanismo che proietta una sequenza di fotogrammi – un cavallo in movimento come ai primi passi del cinema. «Possibile?», gli chiedo. E lui mi porta in una mansarda strapiena di macchine di ogni tipo. «Guarda». Indica un proiettore anni 40, alto quanto un uomo, marca Prevost di Milano. Poi apre una scatola: «Questo meccanismo interno è perfetto: l’ho riprodotto e miniaturizzato per metterlo dentro un Vacheron Constantin». Uno dei primi automi che Junod ha costruito negli anni 80 è un essere con la testa a forma di Luna, un personaggio che ricorda la locandina di Le Voyage dans la Lune, antesignano dei lm fantascienti ci di Georges Méliès del 1902. Questo regista pioniere è da sempre una fonte d’ispirazione per l’artista. Mi chiedo se anche Martin Scorsese non sia uno dei collezionisti che ha bussato alla porta di Junod. Nel suo lm del 2011 Hugo Cabret, vincitore di cinque Oscar, un automa è il migliore amico del bambino protagonista che, per ripararlo, ruba dal chiosco di giocattoli della stazione alcuni pezzi meccanici.

A gestire il negozietto, c’è proprio Georges Méliès. «Dare corpo ai sogni, creare nuovi mondi, stupire», dice Junod, «Ma la cosa più importante è vedere la macchina che si anima, il robot che vive, senza alcuna fonte di energia se non quella che arriva da un cuore fatto di rotelle e ingranaggi». Oltre al cinema l’amore più grande di Junod sono le macchine vintage. Tra quelle che ha raccolto nel suo atelier, c’è una slot machine degli anni 30: «Il suo meccanismo mi ha ispirato per quello che considero il mio pezzo più pregiato, Puškin». Fa riferimento all’opera Ragazzo che scrive che ora si trova a Palo Alto, in California, in una collezione privata. È la Gioconda degli automi, per bellezza e complessità di meccanismo: «Ci ho messo sette anni per realizzarlo. Nel suo corpo si muovono 57 cilindri che gli permettono di scrivere 1458 diverse piccole poesie, come gli haiku giapponesi, dove però sostantivi e aggettivi sono quelli più rappresentati nei versi del poeta russo».

Il prossimo progetto di Junod è persino più grandioso. La testa è quasi pronta, muove gli occhi ogni sette secondi, li ruota, li apre. È inconfondibile: ha il viso di Leonardo da Vinci. La conferma arriva da una scultura che lo rappresenta. Junod mi mostra alcuni dei disegni che il suo robot sarà in grado di fare, rievoca- no le illustrazioni dei Codici. D’altronde, perché stupirsi? Nel Codice Atlantico e nei taccuini del 1495 Leonardo aveva proget- tato proprio un cavaliere meccanico che nelle sue intenzioni sarebbe stato in grado di muoversi. Un genio, precursore di un’arte che sfiora la poesia.

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