I fratelli Campana (da sinistra, Fernando e Humberto). Sono sul Terazzo Italia nel cuore di San Paolo, situato nell’Edificio Italia, un grattacielo di 168 metri e 46 piani - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
Humberto nell’angolo dello studio che si affaccia sulla serra. La natura svolge un ruolo importante per la progettazione dei loro pezzi, che siano opere d’arte, installazioni o arredi - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
A sinistra, Fernando Campana, avvocato di formazione, mostra una delle sue ultime sculture: un oggetto che il designer considera “emozionale”. A destra, mattoni da costruzione diventano materiale d’ispirazione. E, trattati attraverso procedimenti artigianali, si trasformano in vasi o centrotavola - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
La sala riunioni all’interno dello studio con diverse creazioni dei fratelli Campana che spaziano dall’arredo alle opere d’arte. Alcuni mobili, in edizione limitata, sono stati prodotti da loro stessi. Al centro, la poltrona in legno Favela Chair di Edra - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
A sinistra, alcuni oggetti d’arte povera, artigianato locale o di semplice recupero trovati nelle botteghe di San Paolo dove i fratelli Campana vanno abitualmente alla ricerca di ispirazione. A destra, Humberto impegnato a ideare nuovi pezzi per la Galleria Friedman Benda in filo di metallo. Materiale usato nel 2007 per la scenografia di Metamorphose Show (Ballet National de Marseille). - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
i Campana all’interno del negozio che tratta oggetti di candoblè: religione che consiste nel culto degli Orixa, che non sono divinità, ma spiriti, emanazioni del Dio unico, Olorun - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
Storytelling

Ritratto dei Fratelli Campana

«Quando giocavamo, da bambini, io volevo essere un astronauta; mio fratello voleva essere un indio».
La frase è di Fernando Campana. Racconta, in pochissime parole, qualcosa di molto rilevante per comprendere un straordinario viaggio simbiotico. Due fratelli, due aspirazioni opposte eppure complementari. Spazio e tecnologia che porta verso il futuro, per “l’astronauta” Fernando; terra, tradizione e rispetto del passato, per “l’indio” Humberto.

Otto anni di differenza, annullati da un comune desiderio di corrispondere l’altro; un’infanzia trascorsa a Brotas, piccola cittadina nell’entroterra di San Paolo, dove condividere una dimensione ludica, dove viaggiare con la fantasia, sfruttando gli unici due stimoli possibili: cinema e ferrovia. «Erano le sole connessioni con il mondo, i diversivi di una vita rurale, silente e noiosa. Abbastanza per alimentare la fantasia, costruendo giocattoli con le mani. Credo che la nostra sia stata l’ultima generazione ad avere una visione poetica della scienza. Spazzata via da un altro film, non a caso, Blade Runner».

Osservare oggi le stupefacenti creazioni di questa coppia di designer, attiva dal 1983, ammirata e consacrata in ogni parte del mondo, significa avere a che fare proprio con quella dimensione prima e precoce, profondamente radicata nella cultura brasiliana. Vale a dire una miscela unica, fatta di razze e radici mischiate e connesse. Un costante fermento popolare che genera curiose elaborazioni della materia disponibile come frutti  di una particolare condizione di povertà. Divertimento e fatalismo per dare tocchi tipici al quotidiano.

Humberto: «Sono stato molto influenzato dal lavoro di Lina Bo Bardi, architetto di origini italiane, trasferita in Brasile nel ’46. Ero attratto dalle mostre organizzate al Museo di Arte Moderna di San Paolo sulla cultura popolare di questo Paese. Un’esperienza decisiva perché si tratta per noi, da sempre, di apprendere da una tradizione arcaica che resiste e che, spero, non venga toccata da alcuna forma di globalizzazione. È questo ambito particolare che mi permette di uscire dal mio guscio, da una zona di conforto, per ottenere stimoli e suggestioni fondamentali. Un viaggio lungo il Rio San Francisco, il grande fiume che da sud percorre quasi interamente il Brasile, porta ad avere a che fare con una quantità di artigiani apparentemente sopravvissuti a un tempo finito. Eppure così originali, preziosi, capaci di innescare un afflato di modernità».

Fernando: «Stiamo parlando di una vocazione semplice, in n dei conti. Rielaborare lo spazio, ricollocare, riprodurre, se possibile, con la stessa intensità di luce presente nelle creazioni che ci ispirano. Di fatto utilizziamo la realtà come una banca di immagini, allo scopo di elaborare un sogno, con tutti i suoi difetti, conservando la meraviglia e il piacere di sognare. Questo cerchiamo di trasferire in un oggetto. A costo di preservare qualche imperfezione riguardo la praticità o la funzionalità».

Humberto: «La sfida sta nel dare uno sguardo altro e, se possibile alto, a un materiale banale. È qualcosa che abbiamo imparato osservando ciò che persone diverse, appartenenti a un unico popolo, fanno ogni giorno. Con una meravigliosa dignità, applicata alla necessità. Di questo ci occupiamo nel nostro studio: portare diverse peculiarità artigianali alla dimensione del design». I risultati hanno trovato accoglienza nei più importanti musei del mondo, dal MoMA di New York al Centre George Pompidou di Parigi; hanno collezionato premi prestigiosi, hanno avviato importanti collaborazioni con una quantità di aziende in ogni parte del mondo. Pezzi unici, pezzi in piccole serie, oggetti immediatamente riconoscibili e, spesso, costosi. Il che innesca oggi una contraddizione e un’aspirazione.

Humberto: «Stiamo pensando di dare un senso più compiuto alla nostra attività e cioè restituire, facilitare l’accesso a una collettività così generosa. Abbiamo già realizzato delle scarpe in plastica molto economiche prodotte da una azienda brasiliana e stiamo cercando un accordo con una nota catena di negozi, Tok&Stock, per definire una piccola collezione fruibile. Penso che sia un effetto della maturità, il bisogno di agire in maniera più democratica – diciamo così – guardando al futuro».

Intanto, le creazioni dei fratelli Campana regalano a tutti e a prima vista, emozioni intense. Contengono una giocosità potentissima perché intatta e – per e etto di un reiterato straniamento – il profumo, altrettanto marcato, della raffnatezza.

Humberto: «Mi trovo a ripetere che noi, qui, costruiamo la casualità. Cerchiamo di produrre uno choc: materiali diversi, mischiati tra loro, per giungere alla creazione di un nuovo DNA».

Fernando: «Per noi lavorare signi ca osservare il quotidiano, significa dedicare attenzione a oggetti comuni così comea opere ben più so sticate. Con la certezza che questa attività si trasformi in un carburante della fantasia». Il percorso che porta da un oggetto comune all’ispirazione e quindi a un altro oggetto “geneticamente” inedito, è semplice solo all’apparenza. Di fatto, passa attraverso qualcosa di profondo e assai più misterioso, ciò che si muove nei cunicoli dell’inconscio.

Humberto: «Quando ho a che fare con un problema esistenziale, vale a dire con un tema che tratto durante una seduta psicanalitica, comincio a disegnare. Non me ne accorgo nemmeno. Disegno e un oggetto appare empiricamente, senza che me ne accorga. Questo Paese è impregnato di misticismo, talvolta ho la sensazione di essere una specie di sciamano. Il cuore e lo stomaco vanno a raccogliere energie nell’aria e le trasferiscono dentro di me. Oggi è venuto il fotografo per illustrare questa intervista. L’abbiamo subito portato in un negozio che tratta oggetti del candomblè, religione afro-brasiliana caratterizzata da una ritualità molto particolare, per la quale provo un fascino vivo. Del resto, sento continuamente la necessità di alimentarmi, ogni due settimane lascio San Paolo, viaggio, visito luoghi diversi per corrispondere a una necessità vitale».

L’ Estudio Campana è un punto di riferimento noto ovunque; le creazioni sono inconfondibili, ambite, ricercate. Eppure, quando osservano se stessi, ciò che hanno determinato assecondando la propria natura, i fratelli Campana, si stupiscono, sembrano i ragazzini che sono stati, dentro il piccolo cinematografo di Brotas.

Humberto: «Non abbiamo mai pensato di poter compiere un percorso così bene accolto. Immaginavo al massi- mo di diventare scultore. Qualcosa cambiò negli anni 90 quando Marco Romanelli scrisse di noi su Domus, parlando di “lavoro brasiliano dotato di un linguaggio internazionale”. È una frase che ricordiamo e riascoltiamo con orgoglio, non solo perché segnò, per certi versi, un inizio. Riconosce uno sguardo sulla cultura brasiliana che, pur riuscendo a essere trasversale, conserva una peculiarità propria, originale. Per noi, preoccupati come siamo di ogni omologazione, si tratta di un punto chiave. La nostre radici, inconfondibili e preservate, generano energia. E permettono di comunicare con chiunque».

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Fukasawa è il designer giapponese che pratica la semplicità. Nelle sue forme equilibrate non esistono eccessi, solo quello che è necessario. In trentotto anni di carriera ha reinventato sedie, divani, mobili, lampade, congegni elettronici, telefoni. Il suo obiettivo? Migliorare con i suoi progetti la vita di tutti i giorni, attraverso un design “giusto”