Il soggiorno è un museo privato con le opere di Gaetano Pesce: poltrona Rag fatta di stracci e poliestere (1972), tavolini a incastro multicolori, vaso in resina e prototipo della sedia Pratt. - Credits: Foto: Giorgio Possenti
All’ingresso si va verso il luogo della lettura: a introdurre la porta traslucida in resina della libreria due oblò laterali da cui si intravedono i libri. - Credits: Foto: Giorgio Possenti
Sala da pranzo. Sedie di Mies Van der Rohe, lampadario su misura, fruttiera Flower di Gaetano Pesce. - Credits: Foto: Giorgio Possenti
In sala da pranzo, una delle pelli in resina realizzate da Pesce e regalata alla proprietaria. Fra le sedute, sedia arancione 543 Broadwa - Credits: Foto: Giorgio Possenti
Dettaglio del soggiorno, scultura Do you love me, dello stesso Pesce. - Credits: Foto: Giorgio Possenti
Sedia Tulip di Eero Saarinen per Knoll Int - Credits: Foto: Giorgio Possenti
Storytelling

Gaetano Pesce: una casa non solo per gli occhi

Stava là, il pianoforte, in mezzo al soggiorno. «Chi lo suona?», aveva chiesto Gaetano Pesce alla proprietaria dell’appartamento non lontano da Park Avenue, una delle arterie principali di Manhattan. «Nessuno», mi aveva risposto lei. Ecco, in quel momento, ho capito che in quei 300 metri quadrati si nascondevano bisogni inutili. Motivo per cui tutto – o quasi – avrebbe dovuto cambiare». Sono passati quasi 25 anni da quando l’architetto e designer, spezino di nascita ma newyorkese d’adozione, ha trasformato un’abitazione tradizionale al diciannovesimo piano in una revolución domestica piena zeppa di colori, sculture fluide e significanti.

«Della padrona di casa conosco bene il carattere, altrimenti non avrei potuto in nessun modo farne una metamorfosi e un restyling in quattro anni, dal 1991 al 1994», spiega categorico dal suo studio newyorkese. «Il progetto non l’ho fatto secondo gli schemi della funzionalità, ma secondo il modo di essere della cliente: in primis la sua curiosità, che è fatta di frammenti che chiedono di essere capiti e spiegati. Una volta uniti hanno creato un luogo coerente».

Tre cani come coinquilini, una grande famiglia di amici, figli e ospiti, la proprietaria e amica studiava in una scuola di design. «Non riusciva a fare la tesi e le hanno suggerito di venire da me. Ci siamo conosciuti e lentamente ho dato a questo appartamento una visione più contemporanea. La cosa incredibile sai qual è?», domanda retorico, interrotto solo dal suono delle sirene della Grande Mela. «Questa abitazione non è mai invecchiata». Neanche un graffio per i pavimenti in resina che raccontano storie personali, come i volti disegnati per terra nel living o in cucina; incredibilmente attuali le scritte che spiegano la funzione degli oggetti – “spazio delle cose da fare e da non dimenticare”, recita l’anta di un mobile; mistica la libreria che, dall’ingresso, è introdotta da due aperture laterali a forma di oblò e da una porta traslucida in resina.

«Questo luogo è diventato positivo, felice, ottimista: l’architettura non può che avere questo obiettivo, deve aiutare chi ci abita a vivere meglio», continua il maestro con fare maieutico. «E allora ho fatto venire fuori i colori». Non è andato tutto liscio: all’inizio la committente era assolutamente contraria. Dal rigore delle sedute di Mies van der Rohe alle sculture di Gaetano Pesce non è stato facile. «Ho iniziato a convincerla della vitalità e della positività dell’atmosfera. Oggi, e voglio essere polemico, gli architetti e gli interior designer hanno paura del colore. Ma sa cosa dico? Abbasso il beige, al bando il grigio, a morte il nero, assenza totale di energia». Una tempesta cromatica che non ha investito solo quelle quattro mura: dopo il restyling di casa la proprietaria ha fondato una compagnia di volontari – Publicolor – che ridipingono il sabato e la domenica le pareti delle scuole, dando agli spazi un’atmosfera più gioiosa e facile da abitare. Un’opera di beneficenza che in 23 anni ha trasformato quasi 300 istituti.

«Il colore è organico, non può essere geometrico. Deve essere libero, ha a che fare con l’umore del momento, suggerisce libertà. Quando si hanno delle idee utili e positive, il cliente può capire il cambiamento e farlo proprio». Una casa non solo per gli occhi, precisa Gaetano Pesce. «Si tratta di una sinestesia. Quando lavoro parlo ai sensi: nei miei progetti, infatti, ho sempre usato non solo la vista ma anche l’olfatto, come l’inserimento
di cristalli liquidi odorosi nelle resine, o l’effetto del suono».

Su un tradizionale divano Miller, i grandi cuscini hanno preso le fattezze di morbide proboscidi all’interno delle quali tintinnano campanelli cinesi. «Quando si vuole sistemare la seduta per la propria comodità, si sente la musica. Per me l’architettura ha questo potere, può essere un allargamento delle prestazioni. Queste cose purtroppo non si insegnano, il problema è che nelle scuole i docenti, seppur giovani, sono vecchi di mentalità. E questo, per favore, lo scriva», ci tiene a precisare. «Mai perdere curiosità sul presente e sul futuro».