L’ingresso alla galleria in rue Dauphine. A settembre kreo festeggerà la sua centesima mostra con Une pièce par jour: una retrospettiva che raccoglierà circa 100 pezzi di design vintage e contemporaneo già esposti tra il 1999 e il 2016 - Credits: Ph. Manuel Bougot
Storytelling

Galerie kreo, tempio del design d’autore

Due le gallerie, una a Parigi e una a Londra, sessanta i pezzi di design in edizione limitata prodotti in media ogni anno, novantanove le mostre organizzate dal 1999 fino a oggi, innumerevoli i pezzi venduti e acquisiti dalle collezioni museali di tutto il mondo. Per chi nel design trova una fonte di piacere, una passione, un’ossessione, Galerie kreo è una vera istituzione.

Qui il design non viene soltanto presentato e messo in vendita, viene anche prodotto. Nello spazio espositivo ampio ed essenziale di Parigi, così come in quello raccolto e domestico di Londra, vengono presentati i risultati delle collaborazioni con i designer, notissimi alcuni, giovanissimi altri, che per la galleria progettano collezioni esclusive di oggetti d’uso. Ogni pezzo, prodotto in serie limitata, è numerato, esposto e infine venduto.

In questo microcosmo complesso, ma al tempo stesso essenziale, che Clémence e Didier Krzentowski contribuiscono ogni giorno a innovare, tutto parla di loro. Del coraggio necessario 
per produrre collezioni sempre nuove e inaspettate, della fiducia nei designer che rappresentano e della passione smodata per il design, contemporaneo ma anche storico, che collezionano instancabilmente: «Quello che facciamo è simile al lavoro dei produttori cinematografici», spiegano con l’entusiasmo che li contraddistingue, «Produciamo le storie che ci piacciono e in cui crediamo. Tutto parte dai designer, che lasciamo completamente liberi sia nel processo creativo che nelle scelte progettuali. Siamo coinvolti in ogni passaggio ma la scelta dello storytelling e del linguaggio da adottare spetta interamente a loro».

E infatti ogni singolo pezzo esposto ha la sua di storia, fatta di lunghi dialoghi con i progettisti e gli artigiani, di ricerche sulle tecniche di produzione e sui materiali, di disegni e prototipi, di incontri fortunati e anche di qualche fallimento: «È fantastique quando qualcuno in galleria, vedendo un oggetto finito, che sia uno sgabello o una sedia, ne ammira la semplicità e l’immediatezza senza percepire lo sforzo, il tempo e il sacrificio necessari per arrivare fin lì. È così che deve essere».

In alcuni casi, pochi, il tempo necessario per sviluppare un progetto a partire dal primo schizzo del designer fino alla messa in produzione del pezzo è di un anno e mezzo. Più spesso, tuttavia, l’intero processo richiede tre o quattro anni. Un’infinità di tempo, se paragonato alla velocità con cui le aziende producono le collezioni su scala industriale. Non a caso, sottolineano più volte i galleristi, complessità e tempistiche sono elementi chiave per capire e apprezzare l’essenza del design in serie limitata: «Realizzare un prodotto
di design limited edition non vuol dire dipingerlo d’oro e venderlo a un prezzo folle. Abbiamo scelto di produrre piccole serie perché è la natura stessa dei progetti che lo richiede. Per ragioni legate alle tecniche di manifattura, alla delicatezza dei materiali, ai tempi di lavorazione o ai suoi costi, le collezioni che presentiamo non possono, oggi, essere prodotte su larga scala. Una serie di massimo 12 pezzi ci consente di avere il controllo totale su ogni dettaglio, che è quello che dobbiamo sia ai designer che ai collezionisti».

Diversi tra loro per tecniche e poetiche, esperienze e percorsi, i tanti progettisti che collaborano con la galleria, circa una trentina, sono accomunati da un background prevalentemente industriale.
Il che non vuol dire che per lavorare con Galerie kreo debbano smettere di collaborare con le aziende, anzi. La sfida è proprio quella di contaminare al massimo la ricerca e la produzione, incoraggiando i designer
a progettare per diverse committenze. In alcuni casi sono i galleristi a proporre temi e contenuti, ma è più frequente che siano i progettisti stessi a presentarsi con suggestioni e idee visionarie.

Galerie kreo ha ospitato Hieronymus, una colle- zione di cinque arredi in serie limitata disegnati da Konstantin Grcic e realizzati ciascuno in un materiale diverso. - Credits: Ph. Manuel Bougot
Didier e Clémence Krzentowski, fondatori di Galerie kreo, seduti su Hieronymus 3D Printed Sand di Konstantin Grcic. Da diciassette anni la galleria produce pezzi in edizione limitata, molti dei quali oggi fanno parte delle collezioni di privati e di musei nel mondo. - Credits: Ph. Manuel Bougot
Nella foto a sinistra, in primo piano, Hieronymus Metal, in alluminio anodizzato e, sullo sfondo, Hieronymus Minero, in composto di cemento e resina; nella foto a destra, Hieronymus Stone, in marmo bianco di Carrara - Credits: Ph. Manuel Bougot
In una delle sale della galleria, il Niebla Co ee Table (edito da kreo in 8 pezzi, 2013) di Hella Jongerius, la quale ha disegnato anche le due UN Lounge Chair (50 pezzi, 2014) e il Felt Stool (100 pezzi, 2000). A terra, un Blue Grappe Carpet di Ronan & Erwan Bouroullec (edito in 100 pezzi, 2001) e, a parete, l’Elephant Mirror di Mathieu Peyroulet Ghilini (8 esemplari, 2014). - Credits: Ph. Manuel Bougot

È questo il caso di Konstantin Grcic, autore della collezione Hieronymus, che è stata in mostra a Parigi fino allo scorso 16 luglio. Grcic collabora con la galleria dal lontano 2004. I pezzi presentati in quest’ultima mostra, cinque sedute-trono ispirate all’opera di Antonello da Messina San Girolamo nello studio, del 1475, sono il risultato di riflessioni sullo spazio, fisico e interiore, sul concetto di comfort e su cosa significhi oggi relazionarsi con il proprio corpo e con gli oggetti che ci circondano. Sono pezzi audaci ed estremi, sia formalmente che nella loro funzione, e proprio per questo rappresentativi di come si stiano ridefinendo i limiti e le responsabilità delle gallerie che si occupano di design. Soprattutto se impegnate nella ricerca.

Raccontano i galleristi: «Quando Konstantin è arrivato da noi con Hiero- nymus è stata una s da alla quale non potevamo dire di no. Non ci piace imporre limiti ai nostri designer, non abbiamo né target predefinito né tempistiche o budget da rispettare. Non essendoci una domanda all’origine dei progetti che scegliamo
di produrre, come invece accade nelle aziende, non è scontato che ci sia ogni volta una risposta. Il passaggio dalla carta all’oggetto fisico non è immediato, e a volte semplicemente non funziona. Per noi è fondamentale che i pezzi siano realmente utilizzabili, che si possano inserire con facilità in uno spazio, in un ambiente domestico. E questo vuol dire aggiungere gradi di complessità legati al loro uso, alla loro manutenzione, alla loro relazione con il contesto. È successo che progetti in cui credevamo tantissimo alla ne non fossero realizzati. È un rischio che devi correre se vuoi osare e guardare sempre avanti».

Con orgoglio e un pizzico di emozione Clémence e Didier a settembre inaugureranno la mostra numero cento: una retrospettiva dei pezzi più significativi della storia della galleria; e per una volta accettano di guardare indietro anziché avanti. Fino alla prossima collezione che, siamo sicuri, non si farà attendere.

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