Stine Gam ed Enrico Fratesi con le lampade Soffi ideate per Poltrona Frau: il vetro soffiato viene “chiuso” da un bracciale in cuoio Saddle Extra con cucitura a contrasto. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
A sinistra, in alto, Cestalavie di Poltrona Frau con struttura in metallo e fasce di cuoio intrecciate a mano; la parte superiore, in pelle, è apribile. Accanto, il tavolino Toulou per Hay con piano rimovibile. Entrambi di GamFratesi. A destra, Stine mostra la struttura di Étiquette disegnato per DePadova con struttura in metallo che prosegue sullo schienale creando un’interessante decorazione; la base è rifinita con cinghie in cuoio. Cuscini in piuma d’oca. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Uno dei tavoli di lavoro con, ai lati, le poltroncine Beetle di Gubi; lampada a sospensione di Isamu Noguchi. Dietro, Mask realizzata per un’installazione di Kvadrat del 2017. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Il living all’ingresso del grande spazio in comune con gli altri creativi. I tavolini appartengono alla collezione TS (The Standard) ideata in origine per arredare l’edificio del 1937 in stile Art Déco, a Copenhagen, che porta lo stesso nome. Divano blu Haiku di Fredericia, poltroncina Bat di Gubi; arredi disegnati da GamFratesi. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
La libreria con prototipi e disegni in studio. Sul ripiano in alto, da sinistra, sedia Morris di GTV Thonet; al centro, la sedia Aiir di GamFratesi per Dedon; lo schienale con effetto semi-trasparente esprime leggerezza: ci sono voluti tre anni di studio sulle tecniche di stampaggio a iniezione per riuscire a realizzarlo. A destra, poltroncina Cartoon per Swedese. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
A soffitto, Balance, di GamFratesi per Cappellini, combina tessuto ed elementi metallici. Oltre a fungere da scultura decorativa e da divisorio, il progetto svolge una funzione fonoassorbente. Carrello rosso di Casamania. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
A sinistra, disegni e prototipi per lo studio dei componenti base della lampada Soffi di Poltrona Frau. A destra, schizzi e prove per Rain e Cloudy: le due nuove collezioni di superfici lignee firmate da GamFratesi per Alpi. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Stine sul tavolo illuminato dalla grande parete vetrata; sedie da ufficio di Vitra. A terra si vedono alcune guide, testimoni della precedente vita dell’edificio: un’ex fabbrica di prese elettriche. A sinistra in primo piano, un dettaglio dello schienale del divano Étiquette di DePadova; dietro, Cestlavie di Poltrona Frau. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Storytelling

GamFratesi, coppia nella vita e nel lavoro

Una ex fabbrica di prese elettriche trasformata in uno spazio dove una moltitudine di creativi si dividono le immense sale un tempo dedicate alla produzione. Siamo a Copenhagen, nel vivace quartiere di Nørrebrø. Proprio lì, al pianterreno, si trova lo studio GamFratesi. All’ingresso un’enorme cucina con tavolo da pranzo, pare un invito alla convivialità per i visitatori. Ci accoglie il duo di designer, Stine Gam, danese, ed Enrico Fratesi, italiano, che dall’unione dei due cognomi ha creato la propria firma. Sono una coppia, nella vita e nel lavoro. Lei minuta e delicata, dal sorriso quasi timido e gli occhi sognanti; lui, deciso e loquace, dagli occhi vivaci ed espressivi. Sintonia: è la prima parola che viene in mente quando li conosci. Eleganza, la seconda: un misto di educazione, gusto, personalità e poesia che si trasmette ai loro progetti. Come scrisse Honoré de Balzac nel Trattato sulla vita elegante pubblicato nel 1830 su Le Monde: “Il principio della vita elegante è un alto pensiero d’ordine e d’armonia, destinato a trasmet- tere poesia alle cose”. E i progetti di GamFratesi — siano essi divani, complementi o installazioni — trasmettono proprio questo: un’eleganza non urlata, precisa, che si esprime nella lavorazione, nella cura dei dettagli, nella narrazione di una storia capace di trasformare una semplice idea in realtà.

Rigore e poesia. Ricerca ed emozioni. Che cosa significa per voi essere designer?

EF La nostra è una professione complessa: non facciamo design per esprimere noi stessi. Portiamo le nostre idee, il nostro background, la nostra cultura nel modo di vivere: ma alla fine mettiamo al centro la persona che userà i nostri prodotti. E cerchiamo sempre di trasmettere delle sensazioni positive a chi li utilizzerà. Prendiamo il caso dei complementi Cestlavie di Poltrona Frau, tra i nostri ultimi lavori. L’idea arriva dal cesto del cucito: un elemento della tradizione che ha qualcosa di molto umano, al centro della famiglia, quasi un focolare domestico. Da un lato volevamo portare un oggetto legato al passato con valori positivi, che rimandasse alla socialità, dall’altro l’informalità nell’uso quotidiano: al suo interno si può infatti riporre ciò che si vuole a portata di mano, coperte, telecomandi, riviste... Un arredo di lusso, inteso come qualità di materiali e di lavorazioni, per un vivere informale.

SG Un altro esempio recente è Étiquette, per DePadova. Volevamo creare un divano che avesse un legame con il design scandinavo: non solo perché appartiene alla nostra storia, ma anche come tributo a Maddalena De Padova, la prima a divulgare in Italia, alla fine degli anni '50, questi mobili fino ad allora sconosciuti. Per questo la struttura essenziale rimanda ai classici del design nordico: tolti i cuscini in morbida piuma, che lo rendono accogliente, restano solo le fasce in cuoio e le bacchette dello schienale, non c’è alcuna struttura o parte imbottita. Il particolare che lo differenzia dagli altri è anche lo schienale, nato per essere tenuto a vista e non addossato a un muro. Così da poter posizionare liberamente il divano, senza vincoli, utilizzandolo anche per scandire gli spazi.

Nell’impostare in questo modo i vostri progetti, quanto gioca la vostra formazione di architetti?

EF Non siamo tanto legati al prodotto in quanto tale, ma lo vediamo dal punto delle persone che interagiscono nello spazio. Spesso i nostri progetti nascono da un comportamento che diventa per noi l’elemento fondamentale. Anche per studiare le parti che li compongono ed enfatizzarne alcune, prima ci poniamo il problema di come possano venire percepite, dal punto di vista fisico e concettuale.

Che cosa è cambiato dopo il vostro incontro?

EF Stiamo insieme da 12 anni e siamo entrambi architetti. Quando ci siamo incontrati nessuno di noi due aveva disegnato mobili. Il sogno di Stine era diventare artigiana, il mio diventare architetto: ci siamo incontrati a metà strada. Abbiamo iniziato a lavorare insieme realizzando manualmente i mobili: solo così si riescono a capire davvero gli errori. Quello che mi ha insegnato lei è che se c’è un problema, è inutile “ingannarsi” con un disegno.

ST Ciò che può sembrare il limite di un progetto, infatti, per noi diventa la sua peculiarità. Trasformiamo il problema nella parte più bella: come nella sedia Beetle di Gubi, dove l’incontro delle due scocche, risolto con un raccordo d’acciaio, è evidenziato con un cordoncino, che ne sottolinea il profilo.

La scelta di condividere tutto, vita e lavoro, quanto vi dà e quanto vi toglie?

ST Può essere difficile, è vero, ma diventa anche un legame che ti permette di superare le difficoltà perché c’è una condivisione al 100%. I momenti critici vengono presi in carico da entrambi e quindi digeriti e superati. Nella lunga prospettiva acquisiti: la quotidianità è più complessa, ma riesci ad affrontare i problemi più grandi; sei più solido.

È importante per voi la lezione dei Maestri?

ST Abbiamo sempre guardato con rispetto ai Maestri, come Jacobsen: ci hanno lasciato prodotti che vanno letti, per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Sono convinta che nulla si crei da zero: quindi meglio rispettare, capire e analizzare il passato per riuscire a dire qualcosa di nuovo.

Come iniziate a progettare?

EF Parliamo tantissimo. Spesso c’è una storia dietro a un prodotto perché nasce da un reciproco scambio verbale. Prima nasce una visione, un’astrazione. Poi iniziamo a disegnare: il risultato arriva dalla fusione delle nostre due personalità.

Spiegatemi meglio.

EF La parte più tecnica è mia, quella invece legata alla sensibilità, ai dettagli è più di Stine: lei è più riflessiva, io sono più impetuoso nel lavoro. Io farei tutto troppo frettolosamente, lei troppo lentamente. Il nostro incontro ha creato l’equilibrio. Tutta la nostra vita si basa su questo: dare di più dare di meno, più lavoro più famiglia, più coppia più colleghi...! (ride)

Vi è mai capitato di non riuscire a realizzare quello che volevate, per problemi di produzione o di materiali, e di dover cambiare completamente strada?

EF Prima di disegnare un prodotto ci poniamo sempre i limiti legati al materiale e alla produzione. Quando abbiamo progettato la sedia Aiir di Dedon, per esempio, ci siamo chiesti subito quale fosse il massimo d’iniezione tra due bacchette, per stampare la scocca in polipropilene, creando l’effetto di leggerezza che volevamo.

ST Una specie di box dentro il quale possiamo progettare, trovando poi le nostre sfumature che possono essere infinite.

Come una melodia che si libera da uno strumento. Risuona nella mente un passo di Novecento di Alessandro Baricco: “Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito”.

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