La collezione firmata Something Good, 2014
Storytelling

Giorgio Biscaro, tra iconicità e innovazione

Giorgio Biscaro, classe 1978, è uno dei personaggi più eclettici sulla scena del design italiano contemporaneo. Designer, art director, docente, editore, imprenditore, ha all'attivo numerose collaborazioni con brand importanti.

La sua ricerca, in continua evoluzione, spazia dall'oggettistica per la casa e l'ufficio agli articoli da cucina fino ai complementi d'arredo e alle lampade ed è caratterizzata da una attenzione costante nella scelta di materiali e da un processo produttivo di tipo artigianale. 

Da questi presupposti nasce anche Something Good, un progetto ideato e promosso dallo stesso Giorgio Biscaro con Zaven (Enrica Cavarzan e Marco Zavagno) e Matteo Zorzenoni, in cui si mescolano ricerca, alta qualità e artigianalità orgogliosamente italiane.

Abbiano incontrato Giorgio Biscaro a pochi giorni dal Salone del Mobile 2016, durante il quale sarà presentata in anteprima la lampada HollyG disegnata per FontanaArte, che reinterpreta in chiave contemporanea l’archetipo della lampada iconica da tavolo.

Come e perché hai scelto di diventare designer?

Non è stata una scelta ponderata, quanto un processo di maturazione. Ho avuto una formazione scientifica ma al contempo ho sempre amato e approfondito tematiche umanistiche, e ho intuito che design, in quanto prodotto culturale realizzato attraverso la tecnica, potesse significare l’unione di questi due approcci. Ma c’è anche una motivazione più pragmatica: erano gli anni in cui le facoltà di design stavano fuoriuscendo dagli atenei di architettura, e mi era perciò sembrata una buona occasione di crescita professionale cimentandomi in un attività che mi incuriosiva sempre più.

Parliamo un po’ di icone del design. C’è un pezzo che ha, almeno all’inizio, influenzato la tua ricerca e, se si, in quale modo?

Mi sono affacciato sul mondo del design senza una conoscenza profonda; per questo, gli esempi migliori che ho avuto fino agli ultimi anni di liceo erano legati a oggetti di uso quotidiano e non sempre legati alla decorazione domestica (mentre ho sempre amato tutto ciò che era legato all’elettronica di consumo e gli oggetti per l’ufficio).

Poi il mio professore di disegno, architetto, mi ha avvicinato ad alcuni prodotti tra i quali ricordo icone come il divano Maralunga, la sedia Plia, le lampade Fontana (delle volte, l’ironia) o il Boalum, e alcuni designers tra cui il primo Philippe Starck. Di quest’ultimo, ricordo però di come non mi impressionassero tanto i comunque ottimi lavori, quanto il mutamento da lui promosso e che vedeva nel designer un vero e proprio agente di cambiamento, un attivista culturale. Quando sento criticare Starck mi chiedo sempre se i detrattori abbiano compreso fino in fondo quanto lui sia stato determinante a definire il sistema design attuale, ma questo è senza dubbio un discorso da affrontare in altra sede.

Sei giovane, eppure sei considerato già da alcuni anni uno dei designer emergenti più interessanti in giro. Quali sono gli elementi-chiave intorno ai quali si muove la tua ricerca?

Ho avuto il grande e raro privilegio di conoscere da vicino o addirittura di poter lavorare accanto ai capitani di impresa più capaci del nostro tempo, e tutti loro mi hanno permesso di essere l’insider di una dimensione imprenditoriale la cui visione comprensibilmente manca a chi si occupa di design da progettista.

Per questi motivi, il mio approccio al progetto si è sempre arricchito di molti elementi non necessariamente formali o progettuali che ritengo essenziali a un progettare consapevole e corretto. Contemporaneamente al mio impegno internamente alle aziende ho poi sempre portato avanti la mia attività di designer freelance, una scelta che ha significato per me grande impegno e fatica (si svolgeva essenzialmente dalle 18 alle 2 di notte) ma che mi ha dato grandissime soddisfazioni. Il fatto di poter disporre di una sufficiente sicurezza finanziaria data dal mio impiego diurno, mi ha infatti sempre consentito di avere un approccio incondizionato verso il design e la ricerca, una ricerca che troppo sovente le aziende non riescono più a sostenere, per motivi temporali o finanziari, spesso impegnandomi nella sperimentazione di materiali e processi alternativi (si pensi a Yalog o a Bundled, due progetti la cui concretizzazione in prodotto mi ha valso la frequente presenza in contesto museale, o Offset, la cui innovazione di processo lo ha reso uno dei progetti più pubblicati di un intero biennio, senza nemmeno essere entrato in produzione!). Se dovessi sintetizzare la mia ricerca in alcune parole-chiave, direi dunque: innovazione (e non necessariamente tecnologica), necessità (il tale progetto merita di diventare un prodotto?), coerenza (etica ed estetica), iconicità, poetica.

Holly G - FontanaArte - Lampada da tavolo in vetro soffiato e metallo con uno speciale sistema ottico che permette alla luce di attraversare invisibile l’intero corpo trasferendo la luce senza cavi o strutture - 2015
Bumblee, la lampada a olio in vetro borosilicato e base in vetro soffiato disegnata da Giorgio Biscaro per Something Good, 2014
Bundled - Edizione numerata - Collezione di arredi e lampade realizzate con una speciale fibra di cotone vulcanizzata - 2011
Bundled - Edizione numerata - Collezione di arredi e lampade realizzate con una speciale fibra di cotone vulcanizzata - 2011
Flynn - Edizione numerata - Struttura a matrice stampata in poliammide 3D inserita in un contenitore in vetro soffiata con funzione di vaso - 2010
Lariviera - Poltroncina per esterni impilabile con cuscineria prodotta utilizzando tessuti per lettini solari ricondizionati - 2010
Magicopino - Diffusore di essenze profumate in ceramica e scarti di impiallacciatura di legno - 2011
Magritte - Spremi limoni/lime dalla forma iconica in cui i lobi di spremitura fungono anche da impugnatura - 2011
Matchpoint - Porta T-light in vetro soffiato con un piccolo foro per permettere l’accensione della candela senza scottarsi disegnata da Giorgio Biscaro per Something Good - 2014
Nucifera - SlowWood - Tavolo basso con bulbo centrale in legno e portaoggetti esterno in filo metallico - 2015
Offset - Maison203 - Sgabello realizzato in strisce multistrato montate da grezze e rifinite con un processo produttivo ottimizzato - 2010
Offset - Maison203 - Sgabello realizzato in strisce multistrato montate da grezze e rifinite con un processo produttivo ottimizzato - 2010
Pollo - Poltroncina con struttura in tubo metallico e seduta in legno - 2012
Torii - Seduta in legno in cui gli elementi costruttivi vengono prodotti partendo da una unica forma madre - 2012
Yalog - Edizione numerata - Lavoro sperimentale sulla soffiatura del vetro in cui stampi in legno a perdere, bruciando a contatto col vetro, gli trasferiscono una caratteristica texture - 2012
Yalog - Edizione numerata - Lavoro sperimentale sulla soffiatura del vetro in cui stampi in legno a perdere, bruciando a contatto col vetro, gli trasferiscono una caratteristica texture - 2012

Cosa rende, a tuo avviso, un progetto un successo commerciale?

Di questi tempi, direi proprio nulla! Scherzi a parte, il successo di un prodotto, oggigiorno, passa attraverso una quantità di variabili tanto ampia che cogliere nel segno è sempre più difficile. Per questo motivo (ma debbo ancora capire se sia nato prima l’uovo o la gallina!) negli ultimi anni la cultura di progetto e la cadenza con cui nuovi prodotti vengono immessi e ritirati dal mercato sta cambiando molto, avvicinando sempre più le dinamiche del design a quelle della moda: invece di inseguire valori universali, ci si affida sempre più spesso a tendenze temporanee che cavalcano clichés labili e passeggeri. Diventa di conseguenza sempre più conveniente, per chi fa progetto, saper abbracciare valori meno impegnativi e più effimeri, interpretando il proprio tempo e il proprio contesto culturale in un periodo sempre più ristretto (e qui si dovrebbe parlare anche di quanto questo modus operandi abbia reso necessario riscrivere intere supply chain, delocalizzando e inseguendo la necessaria rapidità a scapito del livello medio di qualità).

Per affascinare l’acquirente e stimolarlo continuamente, ampliare il significato del prodotto è stato dunque un passaggio obbligato: oggi è raro per i big players immettere sul mercato oggetti che non siano corredati di una ricca storia che ne definisca i valori primari, ne dimostri le qualità intrinseche, o ne associ l’adozione a determinati modelli di vita; il prodotto sta sempre più assurgendo al rango di mezzo, uno strumento dei brands per creare coinvolgimento nel possessore e legarlo allo schema di valori che essi desiderano esprimere. Scomodando McLuhan direi senza dubbio che se il medium è il messaggio, il brand è il prodotto.

Una delle sfide di maggiore attualità per un designer è quella della compatibilità ecologica. Quanto è importante questo elemento nella tua ricerca?

E’ anzitutto doveroso cercare di dare una definizione precisa di eco-compatibilità. Se questa è, come a volte purtroppo accade, un termine vuoto di significato che viene sbandierato per dirsi à la page o mantenere alti i prezzi a listino, direi che mi importa poco.

Quando invece viene presa sul serio, e non coinvolge unicamente aspetti parziali o marginali del prodotto, è uno dei miei focus principali; ma il problema non è tanto da ricercare in chi progetta, quanto piuttosto in chi produce o ancor più in chi consuma: a volte mi trovo a citare un paradosso dell’economia che mi pare davvero calzante e che riguarda proprio l’utilizzo delle risorse. Ebbene, il britannico Jevons osservava come all’aumento dell’efficienza di una  data risorsa non corrispondeva una riduzione del suo consumo, quanto invece un aumento. Se ci pensiamo, questo è assolutamente verificato: la consapevolezza che una lampadina a risparmio energetico consumi decisamente meno della sua versione tradizionale ci porta in qualche modo a prendere “meno sul serio” i suoi consumi e paradossalmente a non interromperne l’utilizzo con troppa solerzia (potremmo parafrasare questo enunciato ammettendo che è nella natura dell’uomo riempire sempre il frigorifero, qualunque sia la sua dimensione…). Allo stesso modo, risorse che per anni sono state di difficile conquista sono oggi diventate commodities, alle quali viene conferito scarso valore intrinseco e la cui obsolescenza è volutamente rapida. Anche pensare a questi aspetti, introducendo elementi di progetto che conducano l’utente a un consumo consapevole, è di vitale importanza.

Un’ultima curiosità: entriamo idealmente nella tua casa o nel tuo studio, quali sono gli oggetti di design che ti accompagnano nella tua vita quotidiana?

Il mio mondo è giocoforza un mix di fisicità e virtualità: mi sposto sovente per lavoro, quindi devo poter avere il mio ufficio sempre con me e disporre dei miei dati ovunque io mi trovi. In questo senso, non esiste un oggetto di design al quale assocerei questo aspetto se non tutti i dispositivi tecnologici che mi consentono di portare con me i miei lavori e trasmetterli efficientemente. Ma d’altra parte, il mio mondo è anche consistentemente costruito intorno agli oggetti e alla loro fisicità. Per questo motivo, gli oggetti che mi circondano nel quotidiano sono gli oggetti del futuro: prototipi, mock-up, campioni di materiali… sono talmente numerosi che spesso rendono difficile muoversi liberamente in studio! Oltre a queste edizioni limitatissime c’è una Panton Chair che utilizzo al tavolo da disegno, una innumerevole serie di taccuini Moleskine di grande formato e un’ampia varietà di lampade provenienti dalle mie esperienze di lavoro presenti e passate. Potrei star seduto su una sedia di chiodi, ma sull’illuminazione non transigo!

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