Storytelling

Giovanna Borasi e l’approccio “out of the box” dell’architettura

Tempi strani, questi di Coronavirus. Surreali. Che costringono ciascuno di noi a misurarsi con situazioni insolite, inimmaginabili fino a pochi mesi fa, almeno nella nostra parte di cielo. È una bolla, che si frantumerà in un nugolo di goccioline impalpabili, ma che intanto tiene tutti sospesi. E non solo con il fiato. 

Però andiamo avanti. Per questo ICON DESIGN ha deciso di dar voce a donne in qualche modo impegnate nel cambiare la realtà in cui vivono e quella degli altri: donne che fanno, attive, intraprendenti, coraggiose. Negli ambiti più diversi, ma proprio per questo più interessanti e sorprendenti. Non un discorso meramente femminista, piuttosto un racconto di belle storie, fatto di colori e colpi di scena. Per guardare a un futuro migliore.

Oggi è il turno di Giovanna Borasi.

Dall’Italia al Canada, passando per l’architettura. E l’editoria (è stata vicedirettore di Abitare dal 2011 al 2013). E una miriade di altre esperienze che l’hanno portata, lo scorso gennaio, a diventare direttrice del Canadian Centre for Architecture (CCA). Dopo la laurea al Politecnico di Milano, si è fatta notare per le mostre e pubblicazioni sui modi alternativi di praticare e valutare l'architettura, e sull'influenza delle questioni sociali e politiche sull'urbanistica e l'ambiente costruito. Nel 2015, il suo Out of the Box: Ábalos & Herreros ha ripreso e ampliato il provocatorio concetto di mostra 'out of the box' in una nuova direzione, invitando tre team di architetti a considerare, ognuno dal proprio punto di vista, l’archivio dello studio madrileno; ne sono nate tre piccole mostre presentate in sequenza. Nel 2018, Borasi ha avviato una serie di documentari sulle future sfide urbane con What It Takes to Make a Home, incentrato sui senzatetto.

Come descrivi il tuo lavoro?
Posso descriverlo in molti modi diversi. Ma tutti quegli aspetti fanno capo all’atto di ricerca e selezione. Il che mi porta, quindi, da un lato a dover essere curiosa, aperta e pronta alla sorpresa; dall'altro a essere esigente, coerente e anche spiritosa. Solo in questo modo un'istituzione culturale può fare la differenza spingendo le persone a riflettere e, alla fine, producendo nuove idee.

Quando hai capito che stavi facendo la differenza? Quali difficoltà hai affrontato finora?
Ogni anno selezioniamo una serie di argomenti “scottanti” a cui tutti dovremmo prestare attenzione. Questi argomenti non sono solo problemi legati al campo dell'architettura; piuttosto, sono sfide che potrebbero essere affrontate attraverso l'architettura, l'urbanistica e le pratiche di progettazione che hanno la capacità di comprendere il contesto, porre le domande che altri non oserebbero e proporre scenari che affrontano il presente mentre suggeriscono un futuro diverso. Per me, la forza della CCA si evidenzia proprio a partire dalla selezione di questi problemi: poniamo le domande giuste al momento giusto, il che spesso comporta l'assunzione di rischi e l'individuazione di argomenti e indicazioni inaspettati. E quando il pubblico, le istituzioni o la comunità in generale rispondono, finalmente, a queste problematiche urgenti, le “adottano” o le sfidano, allora significa che stiamo facendo la differenza.

L'anno scorso ho ideato e sviluppato un film documentario sui senzatetto come primo episodio di una trilogia sull'attuale fenomeno globale della solitudine urbana. What It Takes to Make a Home (diretto da Daniel Schwartz e prodotto dalla CCA) è stato scelto quest'anno dall'Alta Commissione per lo Sviluppo Sociale delle Nazioni Unite per introdurre un’ampia riflessione sulla disuguaglianza, sull'abitazione economica e sull'aumento dei senzatetto in tutto il mondo. Se riusciamo a usare l'architettura per guidare i responsabili delle decisioni nella riflessione su questi problemi urgenti, penso che abbiamo raggiunto ciò che ci siamo prefissi di fare: ridare il proprio posto all'architettura. La sfida che affrontiamo, infatti, è che troppo spesso l'architettura è intesa semplicemente come un atto di costruzione. Al CCA, invece, la intendiamo come una disciplina molto più complessa che può stabilire un'agenda culturale e interagire con la società in generale.

Come immagini il futuro del tuo lavoro? In che modo pensi che il mondo cambierà in futuro?
I musei, insieme a molte altre istituzioni culturali, si stanno interrogando su come creare dialoghi significativi con il pubblico, stimoli che facciano riflettere la gente. L'attuale ossessione per la raccolta di dati e il loro utilizzo ha raggiunto anche le istituzioni. Quindi, come ha scritto Mark Pepi in un saggio che abbiamo commissionato per la nostra recente pubblicazione The Museum is Not Enough (pubblicato da CCA e Sternberg Press, 2019), il rischio per il futuro è che i musei diventino produttori di dati piuttosto che produttori di conoscenza. Voglio un futuro diverso per le istituzioni, in primo luogo per il CCA: vorrei che fossimo concentrati su come apprendiamo, su come produciamo conoscenza, su come poniamo le domande giuste e sulle idee che le persone devono affrontare, sia il nostro pubblico canadese sia quello globale. L'architettura ha la capacità di essere dirompente e critica oltre a offrire soluzioni e creare il giusto quadro in cui far vivere le persone. Un'istituzione come la CCA dovrebbe essere uno stimolo anche “di attrito”, un imput a tratti scomodo da cui si generino nuove soluzioni. So che è difficile, ma sono convinta che ci si debba provare.