Iacchetti in studio; tavolo di Saarinen per Knoll Int., sedie di Ray e Charles Eames per Vitra; lampada Tropico di Iacchetti per Foscarini. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Un angolo dello studio: tavoli di Zanotta; lampada di Artemide; caffettiera di Alessi. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, arredi e complementi di Internoitaliano. A destra, modellini, prototipi e oggetti vintage. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Giulio Iacchetti tiene tra le mani il modellino stereolitografico della VespAmpere, vespa con motore elettrico da lui studiata e ideata. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, il taccuino degli schizzi dedicato al progetto VespAmpere; a destra, Giulio Iacchetti mostra il disegno del dettaglio del manubrio con leva del freno e manopola. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

Giulio Iacchetti e la Vespa: il suo primo grande amore a due ruote

Vespa: basta la parola. Per riconoscere e riconoscersi. Una folla di innamorati cronici, possessori di un linguaggio in codice fatto di sigle che alludono a forme e modelli, anni ed epoche. Il tutto dentro una storia lunga e nostra, iniziata il 23 aprile 1946 (brevetto depositato da Piaggio Spa su progetto di Corrado d’Ascanio), con tappe disseminate ovunque nel mondo, comprese quelle alla Triennale di Milano e al MoMa di New York. Abbastanza per far scattare fantasie, affezioni e fissazioni, ieri come ora, con qualche picco di impegno e di ingegno.

Quelli di Giulio Iacchetti, nello specifico, una persona, che di mestiere si occupa di design industriale, “distratta” in continuazione dal suo primo, grande amore a due ruote: «Non sapevo di vivere questa passione. Sino a quando, guardando indietro, mi sono ricordato di aver fatto i salti mortali pur di acquistare una scassatissima Vespa 50 da ragazzino. La prima di una serie che dura ancora oggi. Sono un possessore orgoglioso di una PX 150. Insomma, nella mia vita ho avuto a che fare sempre con questo oggetto, con questa presenza così simile a una compagna di viaggio connessa a volti, esperienze, scelte, amori, patimenti».

Proprio così, forme e caratteri come partner permanenti del nostro vivere. Una Porsche, il Maggiolino, una Fiat 500, una Land Rover, giusto per restare in ambito motoristico. Simboli così forti da trasformarli in icone: «Ecco, il termine non è che mi piaccia molto ma è appropriato. Indica qualcosa che appartiene alla nostra storia, fa memoria, genera energie. Credo che solo noi italiani possiamo misurare davvero il rapporto con la Vespa, è una questione di emozioni connesse ad altre immagini, a una precisa cultura, mentre per uno straniero resta un oggetto che rimanda certo all’italianità ma sprovvisto di connessioni altrettanto complesse e profonde». Non si tratta di un caso unico, ovviamente, ma è singolare, persino trasversale l’attaccamento. Migliaia di irriducibili, non necessariamente collezionisti. Pronti a tutto pur di continuare a circolare con modelli datati, pur di restaurare, ripristinare e scambiare pezzi originali: «Ma certo, perché la Vespa ci appartiene, la sentiamo nostra e non accettiamo facilmente le modifiche, i restyling, tutte cose accolte con una certa diffidenza se non trattate come vere e proprie ingerenze dentro una relazione privata. Un amico mi ha raccontato cosa accadde quando Nestlé, dopo aver acquisito Motta, decise di sopprimere la produzione della Coppa del Nonno. Un’insurrezione popolare così reiterata da indurre i manager dell’azienda a compiere un passo indietro. La storia che lega gli uomini agli oggetti non passa da alcuna analisi merceologica, nemmeno dalla funzionalità. Ha a che fare, piuttosto, con il ricordo e l’immaginazione».

Così, Giulio Iacchetti si è messo al lavoro. Un esercizio di libertà – come spiega – in assenza di committenza: «Sono partito dal primo modello, da ciò che rese straordinario quel debutto. Leggerezza, dinamismo delle linee, una vera e propria molla caricata. Caratteristiche che nel tempo sono andate un po’ perdute. La Vespa si è gonfiata, ha preso qualche anabolizzante, anche per motivi pratici o legati alla sicurezza. Ho cercato di ripristinare un’immagine che rimanda all’Italia del grande cinema del dopoguerra, dove le figure protagoniste erano smilze, fini e per questo eleganti. Dunque, tra libri, fotografie e analisi tecniche, ho cercato di riproporre quell’insetto magnifico, ridisegnando la sella a sbalzo, riducendo le dimensioni dei punti luminosi grazie ai led, ipotizzando l’utilizzo di uno smartphone connesso sul cruscotto. Mi sono ricordato di quelle rubriche pubblicate da molti giornali specializzati, tempo fa, e dedicate ai progetti, all’inventiva, alla creatività dei lettori. La mia intenzione, in questo caso, è quella di rimarcare una svolta. Quella che impresse la Vespa quando comparve, definendo un “prima” e un “dopo” molto evidenti».

L’esito: una meraviglia a fondo perduto. Per ora: «Certo mi piacerebbe collaborare con Piaggio ma la vedo difficile. E poi in questo modo ho potuto progettare senza vincoli, un’operazione che mi ha reso felice. Il che non significa evitare le regole di questo gioco, le specifiche tecniche e connesse alla viabilità. Ho realizzato un modello in scala, credo sia un po’ come gettare un seme sperando che cada su una terra fertile. Sarebbe bello innescare un dibattito, scambiare idee, aprire una finestra nelle stanze chiuse del car design, un ambito poco propenso alla permeabilità. Eppure, ho imparato che ogni dubbio serve, allarga l’orizzonte, moltiplica le risorse. E la Vespa, in quanto pensiero radicale libero, è una fonte meravigliosa per provare a confrontarsi, abbinando passione e tecnologia moderna».

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