Installation view of Furla Series #02 – Haegue Yang: Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, La Triennale di Milano, 2018 - Credits: Photo: Gianluca Di Ioia - Courtesy Fondazione Furla e La Triennale di Milano
Storytelling

Le architetture funamboliche di Haegue Yang

Il titolo della mostra, Tightrope Walking and its Wordless Shadow (letteralmente: Camminando sulla Fune e la sua Ombra senza Parole), non potrebbe essere più rappresentativo. Perché Haegue Yang, artista coreana di base a Berlino, acclamatissima all'estero, si muove come un'equilibrista su quel sottile confine che separa l'arte visiva dalla performance, la scultura dall'installazione architettonica, l'indagine sociale da quella personale. Di sentirsi costretta in qualsiasi definizione, del resto, Haegue Yang non ha alcuna voglia. Preferisce sperimentare con materiali e discipline diverse, tracciando ogni volta percorsi nuovi e inaspettati. Per questo, la sua prima mostra personale in Italia, presentata da Fondazione Furla e La Triennale di Milano in occasione del secondo appuntamento di Furla Series, è stata concepita come un'introduzione al suo universo artistico sfaccettato, una sorta di immersione guidata nei lavori più significativi realizzati dal 2000 a oggi.

Il percorso espositivo, curato da Bruna Roccasalva, si snoda attraverso tre stanze, ognuna diversissima dall'altra. Nella prima, minimalista e quasi austera, campeggiano le due opere 134.9 m3 (2000/2018) e 81 m2 (2002/2018). La prima è una barriera quasi invisibile formata da fili di cotone rosso, la seconda è una sequenza di linee rette disegnate sulle pareti con un gesso rosso, che sembrano la prosecuzione dell'opera precedente. Le due opere sono affiancate da uno specchio ovale tratto dalle Mirror Series, che con la superficie riflettente rivolta verso la parete disattende qualsiasi aspettativa da parte dell'osservatore, girando metaforicamete le spalle alla società.

A dominare la seconda stanza è invece Cittadella (2011), opera monumentale realizzata con 176 tende alla veneziana. I visitatori sono liberi di muoversi attorno e all'interno dell'installazione, lasciandosi coinvolgere dagli effetti multisensoriali dei fasci di luce, dei diffusori di profumo e dei ventilatori posizionati nella sala. L'installazione, che sembra materializzarsi tra le tenebre, nasconde il video Doubles and Halves (2009), creato per la Biennale di Venezia, un parallelo tra gli abitanti del quartiere in declino Ahyeon di Seoul e i senza tetto che fuori stagione occupano il padiglione coreano della Biennale.

L'oscurità della stanza lascia infine il passo all'esuberanza dell'ultima stanza. Qui, la serie di collage geometrici Trustworthies (iniziata nel 2010), dialoga con due Sonic Dress Vehicle (2018), opere realizzate appositamente per la mostra, che riflettono sul significato di danza e di movimento (fisico? artisico? sociale?).

Abbiamo intervistato l'artista per capire meglio l'idea alla base di questa prima, importante, antologica italiana in programma dal 7 settembre al 4 novembre.

Partiamo dal titolo. Cosa significa esattamente Tightrope Walking and its Wordless Shadow?

Abbiamo pensato di evocare un'immagine: quella dei ballerini che si esibiscono sulla fune. La fune è in costante tensione: una metafora della vita contemporanea. L'eleganza delle movenze dei ballerini, nonostante le circostanze avverse in cui si trovano, mi ha fatto riflettere su quello che viviamo tutti i giorni. Chi cammina sulla fune deve avere una grande forza interiore, deve concentrarsi su se stesso per trovare un equilibrio. Ho pensato poi all'ombra solitaria del ballerino, alla sua incapacità di comunicare. Danza, musica, movimento e luce sono tutti elementi non materici che volevo evocare in questa mostra.

Come è stato strutturato il percorso espositivo?

Ogni stanza ha un suo tema ed è caratterizzata da un'atmosfera diversa. La prima stanza è la luce, mentre la seconda stanza è il buio, che provoca una sensazione di claustrofobia. Nella terza stanza, infine, si torna alla luce con la disciplina della danza. In questi tre ambienti volevo dare l'idea degli estremi: luce, buio, movimento e immobilità. Non è la mia mostra più bombastica, ma credo sia assolutamente rappresentativa del mio percorso artistico.

Ci parli di Cittadella, la tua opera più celebre?

È una delle mie installazioni più potenti e spettacolari. Ho iniziato a lavorarci nel 2006 e l'ho terminata nel 2011. Prima di esporla, ho voluto che respirasse. È un'opera da percorrere e da “sentire”: le sensazioni che provoca sono molto individuali. Ti puoi sentire in prigione, oppure ti puoi sentire protetto, puoi guardare attraverso le persiane sentendoti libero, oppure puoi guardare dentro te stesso, ti puoi perdere pur mantenendo una sensazione di tranquillità. Dipende.

Qual è, se c'è, il trait d'union tra le tue opere?

Forse è il fatto che non voglio legarmi o essere legata a nulla. Ho deciso di diventare artista per essere libera, eppure ho notato che oggigiorno gli artisti sono diventati dei brand. Hanno un'estetica ben precisa e la comunicano in modo studiato. Se ci pensiamo, è esattamente quello che si aspetta la società: che tu sia un'entità definita. Non mi considero una vera e propria reazionaria, ma non voglio neanche assecondare le aspettative sociali.

Ti definiresti socialmente impegnata?

In realtà penso che lo siamo tutti, in un certo senso. Da parte mia, non voglio creare degli statement che possano essere “consumati” velocemente dal pubblico. Non è mia intenzione fare alcun tipo di propagande o veicolare messaggi precisi. Vorrei più che altro stimolare il self empowerment: non ti dico cosa devi pensare, ma voglio farti riflettere su cosa vuoi fare davvero, voglio stimolarti a riflettere.

Il tema dell'identità è molto forte nelle tue opere...

La questione dell'identità è molto importante nella società di oggi, se ne parla moltissimo e si pensa che interessi una minoranza di persone. Al contrario, credo che tutti noi abbiamo un conflitto di identità. In generale, la vera domanda è: chi siamo? E poi: cosa vogliamo davvero? Quello che vorrei condividere attraverso le mie opere è il fatto che la lotta individuale relativa all'identità è parte di ognuno di noi. È qualcosa di molto intimo, ma anche universale.

  • Dove: La Triennale di Milano, fino al 4 novembre 2018.
Haegue Yang - Credits: Courtesy of the artist and kurimanzutto, 2017 - Photo: Abigail Enzaldo
Installation view of Furla Series #02 – Haegue Yang: Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, La Triennale di Milano, 2018. 81 m², 2002/2018 Chalk - Credits: Photo: Gianluca Di Ioia - Courtesy the artist, Fondazione Furla e La Triennale di Milano
Cittadella, 2011. Installation view of Furla Series #02 – Haegue Yang: Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, La Triennale di Milano, 2018 - Credits: Photo: Gianluca Di Ioia - Courtesy Fondazione Furla, La Triennale di Milano e Kukje Gallery, Seoul
Installation view of Furla Series #02 – Haegue Yang: Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, La Triennale di Milano, 2018 - Credits: Cittadella, 2011. Photo: Gianluca Di Ioia - Courtesy Fondazione Furla, La Triennale di Milano e Kukje Gallery, Seoul
Installation view of Furla Series #02 – Haegue Yang: Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, La Triennale di Milano, 2018 - Credits: Photo: Gianluca Di Ioia - Courtesy Fondazione Furla e La Triennale di Milano
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