Play Days: Wrong Edition
Play Days: Wrong Edition
Nora Beckman - Credits: Photo By Lisa Cole
Play Days: Wrong Edition - Credits: Photo By Lisa Cole
Play Days: Wrong Edition
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Storytelling

All’ICA di Los Angeles un progetto tra arte e retail

In occasione della retrospettiva No Wrong Holes: Thirty Years of Nayland Blake, dedicata alla carriera dell'artista multimediale americano Nayland Blake, fortemente ispirato dai movimenti femministi e queer, l'Institute of Contemporary Arts di Los Angeles ospita un progetto a dir poco affascinante, che dà voce alle tendenze sotterranee che animano il settore retail.

Fino al 26 gennaio 2020 infatti, il gift shop del museo accoglierà Play Days: Wrong Edition,il risultato della “retail residency” del concept store sperimentale Days di Los Angeles, un progetto che vuole ridefinire l'idea stereotipata di negozio attraverso le voci emergenti dell'arte contemporanea, della moda e della creatività a 360°.

Fondato nel 2016 da Nora Beckman, Days espone una selezione di makers indipendenti organizzando eventi focalizzati su temi dei diritti LGBQT, dell'espressione del desiderio, della trans identità e delle subculture queer, oltre ad aver lanciato una serie di residenze che invitano artisti e designer internazionali a ripensare lo spazio dello store. Più che un negozio quindi, Days è un laboratorio di idee e di linguaggi creativi che si intrecciano con le opere in vendita. E ora, che ha trasformato il negozio dell'ICA di Los Angeles in una festa della creatività senza limiti, abbiamo voluto intervistare Nora Beckman per capire le traiettorie del retail più sperimentale.

Days è una piattaforma a metà tra l'arte e il retail. Qual è il tuo background?

Dopo la laurea in arte allo Smith College ho deciso di trasferirmi a New York per lavorare nel mondo delle gallerie d'arte. Ho avuto la fortuna di collaborare con artisti come Ann Hamilton, Marina Abromovic e Joseph Kosuth, ma piano piano è emerso un senso di disillusione nei confronti dell'esclusività della scena artistica newyorkese. Mi sono quindi rivolta al settore della moda emergente e ho iniziato a lavorare da Opening Ceremony. Poi c'è stato uno stage da Rachel Comey, prima di diventare buyer da Bird Brooklyn per diversi anni.

Com'è nato Days?

    Days è nato da un triplice desiderio: in primo luogo quello di applicare al settore della vendita il rigore concettuale del mondo dell'arte. In secondo luogo, quello di fornire supporto ai makers il cui lavoro finisce spesso in una zona di confine: troppo commerciale per l'arte e troppo intellettuale per il mondo del retail. Infine, volevo sperimentare attivamente un modello di retail che desse priorità alle esperienze personali, al supporto della comunità e alla creazione di una piattaforma di contaminazione cross-genre. Dal 2016, ogni attività di Days è stata un esercizio di collaborazione creativa. Lo spazio viene ridisegnato a ogni collaborazione: abbiamo lavorato con architetti come Laida Aguirre e Jesse Hammer e, più recentemente, con l'interior designer Kelsey Sundberg, che sintetizza creativamente i concetti chiave di Days enfatizzando composizioni e texture. Al di là dello spazio, il logo e il wayfinding di Days sono ridisegnati brillantemente attraverso le immagini di Tanya Rubbak.

    In una società ipercapitalista come la nostra, quale ruolo dovrebbe assumere il settore retail?

    In questo preciso momento storico mi sembra che ci sia un aumento del numero di creativi che realizzano progetti interessanti ma una diminuzione dei punti vendita in cui le persone possono interagire fisicamente con essi. Credo invece che il retail abbia enormi potenzialità nel supportare attivamente i produttori indipendenti, dando alle persone la possibilità di scoprirne il lavoro. La maggior parte dell'abbigliamento che vendiamo, ad esempio, non solo è realizzato in modo sostenibile, ma è anche prodotto localmente e quindi supporta un'intera industria locale ed etica. Oggigiorno abbiamo bisogno di più spazi che supportino questo vibrante ecosistema creativo.

    Come selezioni gli artisti e i designer con cui collaborate?

    Ho radici profonde in diversi campi creativi e ho quel tipo di cervello (tipo un foglio di calcolo) che ricorda quando le persone fanno cose interessanti anche se sono passati anni. Tendo a vedere il potenziale delle persone e li incoraggio a coltivare le loro idee per creare progetti che finiscono poi per debuttare nel mio negozio. Mi piacciono i progetti che sono rappresentazioni fisiche di idee o pensieri. Per lo più trovo produttori e artisti attraverso segnalazioni di amici, ricerche e social media. Sono consapevole del background dei cerativi e sono sempre alla ricerca di nuove prospettive e creatività.

    Ci racconti l'idea alla base di Play Days: Wrong Edition?

    È il nostro secondo progetto negli spazi dell'ICA di Los Angeles e ha l'obiettivo di stimolare una conversazione tra i makers di oggi e il museo. La selezione di prodotti e degli eventi organizzati da Play Days: Wrong Edition celebra i temi della mostra, sostenendo l'indagine di Nayland Blake sui temi del futuro queer, delle subculture, della trans-identità e dell'espressione del desiderio attraverso gli oggetti, l'abbigliamento e il linguaggio.