Massimo Orsini - Credits: Photo: Matteo Pastorio
Il quartier generale di Mutina a Fiorano Modenese, un edificio progettato negli anni 70 dall’architetto Angelo Mangiarotti. - Credits: Photo: Matteo Pastorio
Una veduta di BRIC, la mostra di Nathalie Du Pasquier allestita nello spazio espositivo di Fiorano, Visitabile fino al 19 ottobre 2020: sette strutture di forma e altezza differenti costruiscono un paesaggio metafisico.
The Cylinder Glass, una collezione di vasi in edizione limitata realizzata in collaborazione con Laboratorio Avallone, prodotta nelle fornaci di Murano. - Credits: Photo: Federico Torra
Brac, il nuovo mattone disegnato da Nathalie Du Pasquier che può essere disposto verticalmente o orizzontalmente. - Credits: Photo: Germano Schillaci
Storytelling

In conversazione con Massimo Orsini

Negli ultimi tempi i rivestimenti ceramici sono sempre più inclini a imitare altri materiali. E ci riescono a meraviglia: solo l’occhio più attento riesce a cogliere la differenza con l’originale. Se ne vedono un’infinità, di piastrelle che cambiano Dna, tocca dirlo, con una punta di opportunismo: finto marmo, finto legno, finto cemento, finto metallo. C’è però chi ama fare le cose con uno spirito diverso, e si impegna a ridare lustro alla ceramica in tutte le sue declinazioni. È il caso di Mutina, fondata da Massimo Orsini, da Fiorano Modenese guarda la piastrella come un progetto di interior design.

«You can only work with people that you like», dice Milton Glaser. Questo è anche il motto di Mutina. E allora quanto conta circondarsi di persone che ci piacciono?
È fondamentale, perché in fin dei conti l’azienda è fatta di persone. Come anche lo sono i prodotti e le situazioni che si creano in questo ecosistema. La nostra ricerca è guidata non solo dalle qualità creative, si fonda su una vera e propria affinità con i designer.

Nel portfolio di Mutina i nomi di primo piano sono tanti, da Patricia Urquiola a Rodolfo Dordoni, passando per i Bouroullec. È stata una sfida convincere i progettisti a lavorare con questo materiale? Come è nato il dialogo con loro?
Diciamo che non è stato semplice. I designer avevano una loro idea della ceramica, legata a un immaginario che nel concreto non esisteva più. Nel senso che la ceramica industriale non veniva presa in considerazione. Era diventata quello che è che diventata negli ultimi anni: praticamente un falso tutto. La prima a salire a bordo è stata Patricia Urquiola. È stata una sfida coinvolgerla e farle comprendere l’intento di Mutina, ovvero ridare un volto a qualcosa che si era perso. Negli anni 70 Sottsass, Mari, Munari hanno fatto molto, poi a un certo punto si è fermato tutto. E la ceramica ha seguito un altro filone, una dimensione che non era nelle mie corde.

E poi com’è andata?
Ci siamo detti: perché non chiedere ai designer di lavorare con un materiale che può essere utilizzato come il marmo o il legno? E che non sia la copia di qualcosa d’altro. Unico vincolo progettuale: la palette colore. Solo toni neutri, per il resto totale libertà di spaziare. È stato importante per dare sostanza al brand Mutina. Ancora una volta, non volevamo essere ricordati per aver dato vita a tante collezioni, ma a un progetto solido che ha carattere di continuità.

Dalla collaborazione con il regista spagnolo Albert Moya al progetto Mutina for Art, che comprende un premio e uno spazio espositivo. L’impegno culturale dell’azienda è evidente. In che misura l’arte può migliorare la vita di una business company?
Insieme ai progettisti si è sempre parlato di mostre, artisti, opere. È il modo più naturale di innescare opportunità, idee e ragionamenti. Da qui l’urgenza di creare una divisione dedicata all’universo dell’arte. Volevamo farlo per bene, mettendo in chiaro che si trattava di un percorso scevro da fini commerciali. Quindi abbiamo chiesto a Sara Cosulich, curatrice di primo piano, di entrare a far parte del team.

Sara Cosulich ha curato l’ultima mostra, intitolata BRIC, di Nathalie Du Pasquier, allestita nello spazio espositivo di Mutina a Fiorano Modenese.
Abbiamo incontrato Nathalie qualche mese fa, aveva all’attivo ben quattro mostre. L’abbiamo supportata al 100%, si è subito instaurato un rapporto di fiducia. Con ogni probabilità le sette strutture, che insieme costituiscono l’installazione site-specific, verranno vendute dalla Pace Gallery di New York. Come dire, tutto sta funzionando. Questa è la parte dove non c’è copione, è faticosa ma è quella che più diverte. La libertà nutre mentalmente l’azienda.

La sede di Mutina, firmata dal maestro Angelo Mangiarotti, merita sicuramente una menzione.
L’edificio esiste dal 1974 e trova spazio in un distretto dove i confini da sempre sono netti: quel che è industria è industria. Sin da subito ho pensato che poteva essere la dimensione giusta per accogliere Mutina. Negli anni l’azienda è cresciuta, ci siamo allargati e forse ci stiamo anche un po’ stretti, ma il nostro legame con questo luogo è molto forte, ci rappresenta appieno.

Lei come lo vede il futuro della ceramica, quando, ahimè, spesso e volentieri la vediamo imitare altri materiali?
Quando ero piccolo i professori si arrabbiavano perché mi assegnavano un tema e io, puntualmente, cambiavo rotta (ride, n.d.r.). Oggi sono tutti gli altri, a essere fuori tema. Mentre noi, con grande rigore, continuiamo a essere concentrati sul prodotto.