Ingo Maurer - Credits: Foto: Robert Fisher
Porca Miseria!, creata da Maurer nel 1994. Con Zettel'z fa parte della collezione permanente del MoMA di New York. - Credits: Foto: Tom Vack
La festa delle farfalle (2019) è formata da 34 farfalle e una libellula in carta, e tre lampadine appoggiate su un piatto come se fossero frutti. - Credits: Foto: Tom Vack
La Campari Light, ideata nel 2002 in collaborazione con Raffaele Celentano, è composta da dieci bottiglie di Campari originali. - Credits: Foto: Markus Tollhopf, Hamburg
Zettel’z (1997) è una lampada a sospensione costituita da 80 fogli di carta giapponese in parte personalizzabili.
Storytelling

Ingo Maurer e la poesia della luce

Ironico, libero, fuori dagli schemi, Ingo Maurer esordisce ufficialmente nel 1966 con la lampada Bulb, una riflessione sulla semplice lampadina a incandescenza. Da allora ogni volta i suoi progetti, che passano con disinvoltura dal minimalismo orientale ai riferimenti pop, stupiscono il pubblico e gli specialisti del settore per la loro assoluta originalità. Oggi, con il suo team, realizza prodotti e pezzi unici, senza dimenticare il valore del lavoro artigianale e tenendosi lontano dai formalismi, seguendo sempre il suo istinto. Il 15 novembre al museo Die Neue Sammlung di Monaco inaugura la sua mostra Ingo Maurer Intimate. Design or what?

Come si è avvicinato al mondo della luce?

Da ubriaco! Con una bottiglia di vino rosso e del riso nero a Venezia. È una storia vera.

Lei che è considerato “il poeta della luce” è un autodidatta, libero dalla consuetudine disciplinare: forse anche per questo il suo design è così originale?

Sono un poeta della luce? Questa definizione mi è stata data dai francesi. Non mi sono mai considerato un poeta. Essere originali non è così difficile se ascolti la tua voce interiore. E la luce migliore, dico sempre, viene direttamente dal cuore. È uno dei miei segreti. Anche se in realtà non ho segreti. Non ho paura di mettermi a nudo: io sono gravity free.

Diverse sue opere, come Campari Light o Porca Miseria! si basano su assemblaggio e ready made, processi che appartengono al campo dell’arte. In altre, come Oh Man, It’s a Ray!, vedo un’assonanza con la poetica di Alexander Calder, con i suoi mobiles.

Amo i mobiles di Calder. Il grande Calder. È uno dei pochi artisti che ammiro perché il suo lavoro non è pretenzioso. Campari Light è una collaborazione con Raffaele Celentano. Porca Miseria! invece è nata come protesta contro il raffinato mondo del design milanese. Allora Milano era più borghese di oggi; ora è cambiata molto, per fortuna. Io ho sempre amato gli oggetti normalmente considerati brutti e mi piace trasformarli in bellezza. La mia prima lampada a Led è stata Bellissima Brutta, che spiega questo molto bene. Oh Man, It’s a Ray! è un gioco di parole. E si basa sul lavoro di Man Ray.

Il lampadario Porca Miseria! ha una storia particolare, ce la racconta?

L’intuizione in campo creativo è una cosa fondamentale. Porca Miseria! è nato così: sono un ammiratore del film Zabriskie Point in cui Michelangelo Antonioni usa lo slow motion nella scena dell’esplosione. Questa è stata la scintilla. Alla presentazione a Milano, il primo visitatore che vide il pezzo esclamò: «Porca Miseria!». La meravigliosa imprecazione italiana.

Ci parli delle MaMo Nouchies del 1998. Le foto scattate da Tom Vack ci riportano all’atmosfera dello studio di Constantin Brancusi. Le MaMo Nouchies appaiono come sculture, drappeggi di luce. Hanno forme organiche indefinite, totalmente estranee alla tradizione della lampada in carta giapponese. Per esempio le famose Akari di Isamu Noguchi hanno forme geometriche o comunque chiuse. Con le MaMo Nouchies lei è oltre, in un universo totalmente differente.

Ho creato le MaMo Nouchies con quella che a quel tempo era un’allieva. Lei sperimentava con la seta. Io le dissi di provare con la carta. Ci sono voluti quattro anni per sviluppare questo materiale. Ho insistito per ricreare l’atmosfera dello studio di Brancusi nelle fotografie. Ammiro Brancusi, le sue opere mi fanno venire i brividi e mi trasmettono forza. Sì, le MaMo Nouchies non hanno niente a che vedere con l’uso tradizionale della carta giapponese. La carta è il mio materiale preferito, e ho avuto la fortuna di essere ospite di Isamu Noguchi per due volte. Apprezzo che tu riconosca che siamo oltre, in un universo totalmente differente.

Alcune sue opere necessitano dell’interazione delle persone. Zettel’z per esempio vive dei messaggi che qualcuno scriverà sui fogli bianchi del lampadario.

Adoro far sorridere e divertire la gente. E non dimentichiamo quanto è importante la comunicazione. Penso al marito che lascia una nota che dice: «Cara, questa sera rientrerò a casa tardi»... Sospetto e suspance.

Il suo lavoro spazia dalla scala dell’oggetto, a quella dell’installazione, alla scala urbana, come per la recentissima Torre Velasca Blu.

La Torre Velasca Blu (2017) è una collaborazione con Unipol, creata con Axel Schmid come la Torre Velasca per Audi del 2016. Amo la Torre Velasca. Ripeto: trasformare in bellezza una cosa che è considerata brutta è magico.

Quali sono le doti irrinunciabili che un designer dovrebbe avere?

Immaginazione. Passione. Senso di responsabilità. E rifuggire la mediocrità.

A cosa sta lavorando ora?

A un libro pieno di sorprese: The Unknown Ingo Maurer.