Roger Ballen, Crawling man, 2002
Roger Ballen, Crouched, 2003
Roger Ballen, Strug up, 2000
Vanessa Beecroft, vb.dw.015.16, 2016
Vanessa Beecroft, vb.dw.048.16, 2016
Vanessa Beecroft, vb.dw.092.11, 2011
Jacopo Benassi, Batteria 2018
Jacopo Benassi, JB, 2018
Jacopo Benassi, Ferretti cavallo, 2018
Dan Graham, Body press, 1974
Dan Graham, Rock my religion
Storytelling

Il corpo come soggetto nell’arte e nella musica

L’esposizione Is it my body?, visitabile fino al 3 agosto alla galleria Francesca Minini di Milano, raccoglie i lavori di quattro artisti che hanno fatto del corpo l’elemento centrale. La percezione della fisicità e il suo rapporto con la musica accomunano le opere di Roger Ballen, Vanessa Beecroft, Jacopo Benassi e Dan Graham. Dal famoso video di Dan Graham Rock My Religion (1984) che esalta il corpo come strumento di comunicazione e costruzione di comunità, alle restituzioni fotografiche di Roger Ballen della band sudafricana Die Antwoord ai ritratti e i disegni di Vanessa Beecroft, fino alle azioni sonore promosse da Jacopo Benassi nel suo locale di La Spezia Btmoic. Nell’intervista che segue il curatore Antonio Grulli racconta la genesi del progetto e la sua attualità.

Partiamo dal titolo, Is it my body?, che hai tratto dall’omonimo brano di Alice Cooper, poi cover dei Sonic Youth. Nel testo si parla della rilevanza del percepito corporeo nella definizione di un’identità, la mostra nasce infatti da una riflessione sul rapporto tra il corpo e la musica e su come il primo venga approcciato nella ricerca sonora. Nella musica il corpo sembra essere uno strumento indispensabile nella relazione artista-pubblico, possiamo dire lo stesso dell’arte in generale o è così solo per la performance?

Il titolo allude anche a una raccolta molto bella di saggi della cantante Kim Gordon. Come hai intuito m’intriga molto questo avvicinamento tra musica e arte attraverso la tematica e l’utilizzo del corpo proprio per capire quali differenze vi siano in questi due mondi. Penso che l’arte abbia molto da imparare dal mondo della musica, soprattutto per la sua capacità di parlare a un pubblico vasto e non fatto quasi solo da addetti ai lavori. Il corpo nell’arte non ha l’importanza che riveste per la musica. Per la performance è ovviamente centrale per la presenza del performer, ma non siamo più in presenza di corpi che erano il centro della ricerca come in molti lavori storici degli anni sessanta o settanta, basti pensare ai primi lavori di Marina Abramovic. Oggi il corpo, salvo alcuni casi, è più uno strumento per lavorare su altre tematiche, basti pensare a livello performativo come il testo e la lettura di testi siano diventati importanti negli ultimi anni. E il corpo come soggetto dell’arte in generale si è molto ridotto, se non nelle sue forme politicizzate e ideologizzate, come nel caso delle opere più legate alla riflessione sul gender sessuale. Io ci tenevo a fare una mostra che rimettesse i corpi nella loro semplicità al centro della scena, e nel fare questo mi sono ritrovato a lavorare con artisti che, non a caso, avevano anche lavorato moltissimo con la musica e i musicisti, e da questi avevano tratto ispirazione. Tutto è nato dopo aver assistito a una performance di Jacopo Benassi: ho iniziato a collegare il suo lavoro a una serie di lavori di Dan Graham, e da li è venuto il resto della mostra.

Trovi che ci sia maggior interesse da parte dell’arte, dell’artista, a documentare una certa realtà o fenomeno musicale – come avviene per esempio per Roger Ballen -, o a tuo avviso anche la ricerca musicale prova interesse nel modo in cui l’artista riflette sul corpo agito – questo potrebbe forse essere il caso di Vanessa Beecroft e di Jacopo Benassi?

L’arte ha guardato sicuramente molto alla musica negli ultimi decenni, direi dagli anni settanta in avanti. Il video che proiettiamo in mostra di Dan Graham è forse uno degli esempi più alti, fatto da un artista che ha collaborato moltissimo con musicisti, soprattutto con la band Sonic Youth. Negli ultimi anni sta avvenendo anche il processo inverso. Jacopo Benassi è continuamente coinvolto da musicisti di alto livello per fotografie o video. Il caso della collaborazione, durata molto a lungo e su svariati progetti, tra Kanye West e Vanessa Beecroft penso sia esemplare. Forse Kanye West è il musicista che in maniera più consapevole e interessante ha capito il potenziale dell’arte, e questo interesse è ricambiato anche da artisti molto chic e sofisticati come Seth Price che in uno dei suoi libri/opera analizza il fenomeno del musicista di Chicago. Ma basti pensare anche a casi eclatanti come Lady Gaga che si appropria dell’idea di Jana Sterbak di realizzare un abito fatto di carne. Il mondo della musica ha capito che il mondo dell’arte può essere un serbatoio inesauribile d’idee e immagini, e ha quindi iniziato ad abbeverarsi di questa nuova linfa.

Nel video di Dan Graham, Rock My Religion, si mette in relazione lo strumento corporeo con le sottoculture musicale e religiosa, pensi che questo legame sia ancora in atto oggi ed esiste ancora il punk secondo te?

Sì, ci saranno sempre sottoculture, sia musicali sia religiose. La storia lo dimostra, è un processo continuo di creazione, morte e rinascita, sempre in forme diverse e sempre con nomi nuovi. Ma alcuni elementi sono persistenti, e l’elemento cardine di tutto è l’utilizzo del corpo all’interno di una ritualità. Non esistono comunità, grandi o piccole che siano, in cui non sia presente l’elemento d’incontro fisico e corporeo, di riappropriazione di una vicinanza fisica inscritta in un rito, sia esso un concerto o una messa. Per quel che riguarda il punk la faccenda è complessa. Spesso anch’io utilizzo quel termine, per comodità, per definire cose che non sono strettamente riconducibili al Punk. Penso che i termini quando posso essere utilizzati per troppe cose non servano più a nulla, quindi direi che il Punk strettamente inteso è superato. Ma penso che il Punk sia stato l’ultima grande vera avanguardia culturale, iniziata in campo musicale e finendo poi per influenzare tutto il resto. Tutto quello che è venuto dopo, in grado di mantenere quello spirito di rottura, vive ancora di quella energia seppur in maniera più debole. Ma le avanguardie risorgono sempre dalle loro ceneri.

Nel testo che accompagna la mostra parli di “presa di coscienza” della propria fisicità grazie all’esperienza musicale, spesso cruciale negli anni della crescita. In che modo avviene questo oggi rispetto appunto agli anni ‘80/’90…? Trovi che ci sia ancora una ricerca di esternare la propria appartenenza o il proprio gusto per una certa scena musicale attraverso il modo in cui ci si veste, il taglio di capelli, etc.?

Eh, forse sono troppo vecchio per capire le sottili differenze con le ultime generazioni. Quindi spero di non dire banalità. Ma sicuramente anche oggi i ragazzi usano il proprio corpo e il proprio aspetto per comunicare un’appartenenza. Lo vedo per le strade. Anche in forme radicali come nel caso del fenomeno Trap. Di sicuro la mia generazione non era abituata a essere sempre di fronte a una fotocamera e a una piattaforma di condivisione come accade oggi; non avevamo la consapevolezza del corpo e del suo utilizzo che hanno oggi i ragazzi. Penso sia un momento interessante, voglio vedere come evolverà, sicuramente si creeranno anche fenomeni culturali organizzati di rifiuto di questa sovraesposizione continua al processo comunicativo: aspetto il momento in cui accadrà.

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