Credits: Illustrazione di Riccardo Fano
Storytelling

Jacques Tati e l’arte della scenografia

Per chi ha un minimo di familiarità con le opere di Jacques Tati non può che ammettere l’influenza che il regista, attore, mimo e sceneggiatore francese ha avuto nei confronti del mondo dell’interior design e dell’architettura.

Per tutti gli altri basti sapere che Tati ha realizzato circa una quindicina di film, che ha vinto un Oscar nel 1958 con Mon Oncle come Miglior Film Straniero e che per finanziare la sua opera più importante, Playtime, è praticamente finito in bancarotta.

Si perché per realizzare il lungometraggio del 1967 la produzione si è dovuta impegnare a fondo per ricreare una città in miniatura appena fuori Parigi, con tanto di strade in selciato, lampioni, acqua corrente e ascensori. Tant’è che il set per Playtime venne ribattezzato Tativille per celebrare il lavoro monumentale di ricostruzione del set. Un lavoro che però non venne premiato al botteghino costringendo nel 1968 Jacques Tati a dover chiudere la propria casa di produzione, la Specta Films.

Se Playtime rappresenta l’apice architettonico – almeno a livello di impegno finanziario – le altre opere hanno sempre fatto trasparire l’interesse del regista per gli spazi e, soprattutto, per come gli attori interagiscono con essi. Basti pensare alla stupefacente Villa Arpel di Mon Oncle oppure alla cornice di Saint-Marc-sur-Mer per Le vacanze di Monsieur Hulot, anche se in maniera più laterale rispetto al primo.

Villa Arpel - Credits: Wikimedia Commons - © Villa Arpel By Jean-Christophe BENOIST - CC BY

Ma è sicuramente con Playtime che Tati esalta il set a vero e proprio protagonista del film. Il modo in cui i personaggi si muovono è conseguenza ed esaltazione di come gli spazi sono strutturati, gli oggetti vengono progettati per essere strumenti funzionali alla storia e non per una vera e propria funzione d’uso mentre le trasparenze degli ambienti richiamano le trasparenze caratteriali dei protagonisti.

Ed è proprio come i personaggi interagiscono con l’ambiente lo strumento con cui Jacques Tati vuole mettere in evidenza le crescenti problematiche che iniziano presentarsi a tutti coloro che vivono nelle grandi città: la ripetitività dei moduli tipica del modernismo non fa che sottolineare la routine dei lavoratori cittadini. La stessa modularità si declina tanto nei piccoli oggetti quanto negli spazi più ampi ed è riflesso naturale del razionale ed ordinato affollamento che si presenta nella Parigi di metà anni ’60.

Il design in qualità di tema viene, forse per la prima volta nel mondo del cinema, chiamato in causa in maniera esplicita: dalla Ideal Home Exhibition dove viene presentata la porta in grado di sbattere in silenzio o il cestino in stile greco, fino alle difficoltà di Hulot di accomodarsi su sedute di design tutt’altro che comode.

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Fukasawa è il designer giapponese che pratica la semplicità. Nelle sue forme equilibrate non esistono eccessi, solo quello che è necessario. In trentotto anni di carriera ha reinventato sedie, divani, mobili, lampade, congegni elettronici, telefoni. Il suo obiettivo? Migliorare con i suoi progetti la vita di tutti i giorni, attraverso un design “giusto”