Credits: Delfino Sisto Legnani
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Storytelling

Jasper Morrison, i 35 anni di carriera del designer inglese

Prima di tutto bisogna “saper vedere”: saper vedere la bellezza quotidiana attorno a noi. Credo che questo sia oggi il messaggio più forte di Jasper Morrison. Un messaggio silenziosamente altruista: la bellezza attorno a noi è di tutti, è per tutti, non viene firmata da un designer (nemmeno da uno straordinariamente bravo come Jasper Morrison).

Per questo motivo Jasper posta su Instagram brevi momenti di banale iconicità: oggetti, architetture, silenzi. Ha raccolto queste immagini in un libro The Good Life: Perceptions of the Ordinary (Lars Müller Publishers, Zurigo, 2014). Per questo motivo Jasper organizza, nel piccolo shop di fianco al suo studio londinese, esposizioni di oggetti “impeccabilmente qualunque”: una mostra di vassoi, una mostra di caraffe. Per questo motivo, nella mostra di Zurigo di cui parleremo a breve, Jasper opera una selezione di oggetti dalle collezioni del mu- seo stesso.

Perché un “oggetto in mostra” si guarda con occhi diversi (si comincia a guardarlo e si smette di vederlo soltanto!). Perché, dice Jasper, imparare a vedere è un percorso: un percorso progressivo. I nostri occhi stanchi e confusi, bombardati, vanno rieducati. Per questo motivo Jasper manda, a tutti, segnali da lontano. Non grida, però, affinché qualcuno li ascolti: ascolterà solo chi vorrà, capirà solo chi vorrà. Gli altri saranno liberi di tornare a disegnare monumenti alla complessità e allo spreco, gli altri saranno liberi di tornare a comprare oggetti pesanti e inutili.

Ecco quindi un’ulteriore, significativa, caratteristica di Jasper: Jasper non fa proclami, non scrive manifesti, lancia solo dei segnali. Ogni oggetto che disegniamo, ogni oggetto che acquistiamo entra nel nostro panorama, ne influenza l’atmosfera. «Objects should make good atmosphere» («Gli oggetti dovrebbero contribuire a creare atmosfere positive»). Non si tratta solo di un bicchiere o di una sedia, si tratta in realtà di un “perturbatore di atmosfere”. Da molti anni ormai Jasper ha conformato il suo modo di disegnare su questi principi “anti-perturbativi”.

I suoi oggetti sono parchi, semplificati, carichi di una storia sedimentata. A volte sono parziali riletture di oggetti anonimi: in questi casi l’anonimo reperto viene da lui analizzato, soppesato, traguardato, se ne definiscono pregi (grandi) e difetti (piccoli) e poi si lavora di cesello, fino a raggiungere il risultato sperato.

Il disegnare di Jasper è infatti sempre un processo lungo e articolato, il “tempo” ne è uno degli attrezzi. Il tempo, per Jasper Morrison, sta accanto alla matita e al computer: voi produttori di tutto il mondo non crediate quindi, come ormai siete soliti fare con altri progettisti, di chiedere a Jasper, in settembre, un oggetto per il Salone del Mobile di aprile! I suoi tempi, o forse dovrei dire genericamente “i tempi del progetto”, sono altri! L’approccio di Jasper al design risulta in realtà incomprensibile a molti. Se Jasper impiega tanto tempo, o forse dovremmo dire “il tempo necessario”, per disegnare un nuovo oggetto, anche a chi guarda quest’oggetto è richiesto un contributo di tempo. Il design di Jasper è infatti volutamente “fuori moda”, “fuori tempo massimo”. Secondo me è “fuori-classe”. I fuoriclasse non hanno epoca!

Il design di Jasper assomiglia a Jasper, invecchia con pochi segni (giusto i capelli un tempo biondo-cenere si sono fatti bianco-cenere). I suoi oggetti sono destinati a farci compagnia a lungo e a essere, poi, trasmessi ai nostri figli. Jasper lo sa. Così come sa che questo è il modo migliore di “praticare” l’ecologia: far durare, nel tempo, le cose.

Fino al 5 giugno queste cose di Jasper destinate a durare nel tempo sono in mostra al Museum für Gestaltung di Zurigo. Possiamo quindi “verificare in diretta” il nostro discorso. Il primo testimone chiamato in causa, e sempre citato da Jasper, è la Glass Family disegnata nel 2008 per Alessi. Si tratta di “bicchieri-bicchieri” (se volessimo scomodare Platone, si potrebbe parlare dell’idea archetipica di bicchiere), per acqua o per vino, in vetro trasparente, con la giusta svasatura del corpo e la base forte per la stabilità («If I see a beautiful old wine glass, in my eyes it’s a heroic object» – «Un vecchio e bel bicchiere da vino è, ai miei occhi, un oggetto eroico»).

Oppure potremmo chiamare sul banco degli imputati la Basel Chair, disegnata nel 2008 per Vitra, come rilettura di quelle sedie popolari così diffuse da cambiare nome a seconda del loro destino (sedie “da trattoria”, ma anche sedie “da chiesa”). O ancora i piccoli tavoli in sughero (Cork Family, Vitra, 2004): uno in particolare, che altro non è se non un tappo da vino ingrandito (dicevamo appunto che per progettare bisogna “saper ve- dere!”). O ancora il lavabo a colonna Bonola, per Ceramica Flaminia, del 2013; una fontanella da giardino, nessuna meraviglia se vi si posasse un passerotto. Ma i riferimenti di Jasper possono essere anche più “elevati”: come la Terra, o un altro pianeta, comunque schiacciato ai poli, per la lampada Glo-Ball di Flos del 1998, o il lavoro di Mariano Fortuny per l’apparecchio Superloon, sempre per Flos, del 2015.

La mostra di Zurigo s’intitola Thingness, sostantivo che indica uno stato oggettivo di esistenza. Potremmo tradurlo “cosità”, ovvero l’essere “cosa”: quell’insieme di attributi che rende “cosa” una cosa, che rende il bicchiere di cui parlavamo veramente un bicchiere: riconoscibile come tale e preziosamente usabile come tale. Sempre, quando ci s’incammina sugli impervi sentieri della semiotica, si scorge sulle altrui labbra un lieve sorriso. E invece no: parlare della dignità di un oggetto è oggi più che mai fondamentale.

Allontanarsi dall’egocentrismo smisurato del designer è oggi più che mai necessario: «We designers are all guilty of promoting our own cause (...), the author’s ego» («Noi designer siamo tutti colpevoli di promuovere la nostra stessa causa (..) l’ego dell’autore») spiega Morrison, il quale, in un’intervista di qualche anno fa, mi disse: «Mi interessa dimostrare che non sono un artista... “Jasper Morrison, il grande creatore”: non è veramente il mio ruolo! La mia passione sono le cose comuni, fatte dall’uomo, che ci circondano e che rendono bello il nostro ambiente»*. In sintesi, disegnare concependo una “thingness” è oggi più che mai importante.

A Jasper forse non interessa tirare l’estrema conseguenza di questo discorso (credo per pudore), ma a me non dispiace farlo: le battaglie estetiche, anche quelle silenziose, sanno assumersi il destino di diventare battaglie etiche.

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