Un ritratto di Jo Nagasaka - Credits: Foto: Alessandro Mitola
Blue Bottle Coffee, il bar progettato nel 2018 da Schemata nella città di Kobe, nel Giappone centrale - Credits: Photo nacása&partners inc.
Il capsule hotel °C (do-c) progettato da Schemata a Tokyo nel 2018, a due passi dalla stazione di Gotanda. - Credits: Photo: Takumi Ota
Il capsule hotel °C (do-c) - Credits: Photo: Takumi Ota
Storytelling

In conversazione con Jo Nagasaka

Non è cosa facile trovare Schemata Architects. Per raggiungere gli uffici dello studio di progettazione guidato da Jo Nagasaka, nel cuore di Tokyo a Aoyama, c’è da districarsi in un budello di corridoi e scale e luci al neon. Mr. Nagasaka, grande appassionato di musica reggae, una laurea alla Tokyo University of the Arts, ha fondato lo studio nel 1998 insieme a due compagni di studi.

Oggi qui lavorano oltre 20 dipendenti, affaccendati tra meeting, rendering, plastici e prototipi. All’attivo ci sono collaborazioni con aziende di design, moda e cosmetica come Artek, Vitra, HAY, Camper e Aesop tra le altre. Incontriamo Mr. Nagasaka in una giornata frenetica e piovosa.

Partiamo dall’inizio: quando hai capito di voler diventare architetto?

È successo poco prima di iscrivermi all’università, avevo circa vent’anni. Ho iniziato presto a interessarmi alla composizione degli ambienti, con attenzione alla progettazione di spazi museali. Questo perché ho sempre desiderato aiutare i miei amici, artisti e performer, a mostrare al meglio le loro opere, così da valorizzarle.

Qual è l'architetto che ha particolarmente influenzato il tuo lavoro?

Mi viene in mente il professore inglese che mi ha accompagnato durante gli studi universitari, Tom Heneghan. C’è un dettaglio che ha fatto la differenza: il suo modo di insegnare questa disciplina. Non si è limitato a fornire le linee guida per progettare, ma mi ha aiutato a cogliere e mettere a fuoco le opportunità che il design stesso può generare.

Al di fuori dell’architettura, invece, dove trai ispirazione?

Naturalmente dai libri. E poi mi reputo un grande osservatore. Per me l’ispirazione è un percorso fluido fatto di elementi che incontro nel vissuto quotidiano. Le composizioni urbane, dalla conformazione delle strade fino ai cantieri edili, scatenano la mia fantasia.

Come si definisce un buon progetto?

Credo che debba essere in grado di innescare nuove suggestioni e visioni. Oltre che essere comprensibile e largamente condivisibile.

E quali sono le sfide con cui si deve misurare l’architettura oggigiorno?

L’architettura ha il compito di focalizzare lo sguardo su nuovi valori. C’è un gran bisogno di spostare l’attenzione lontano dal consumismo imperante. Trovo sia necessario porre l’accento sull’aspetto virtuoso del processo creativo nel mondo dell’architettura e del design.

Credi che la presenza di limiti possa influenzare positivamente la riuscita di un progetto?

Mi piace intendere i limiti come una sfida, uno strumento che aiuti la creatività a trovare nuove soluzioni progettuali. I limiti impongono modalità di pensiero che necessariamente ampliano gli orizzonti.

A proposito di progetti, c’è qualcosa in cantiere?

Abbiamo all’attivo numerosi progetti, dall’hotellerie alle architetture residenziali, passando per la progettazione di atenei universitari qui a Tokyo. Cerchiamo costantemente di lavorare su soluzioni e metodi che intersecano i campi dell’architettura, dell’interior e del design industriale.