Un ritratto di Juan Garcia Mosqueda
La prima mostra, tenuta nel 2018, ha coinvolto Deon Ruby, Manasseri Depretis, Ries e Rodrigo Bravo F.
Il Quick Tiny Show #2 dedicato al lavoro di Andrés Reisinger
Jumbo e Objects of Common Interest sono stati i protagonisti del Quick Tiny Shows #3
Storytelling

The Gallerist: un’intervista con Juan García Mosqueda

Juan García Mosqueda si è ritagliato uno spazio particolarissimo nel mondo del design, facendosi promotore di iniziative sperimentali che mettono in discussione il formato della galleria tradizionale: in primo luogo, come fondatore della pionieristica galleria Chamber di New York e ora come co-fondatore di Quick Tiny Shows, un programma inaugurato a Buenos Aires nel 2018 che presenta arte e design d’avanguardia in contesti innovativi, per due soli giorni alla volta.

Gli ultimi anni, per García Mosqueda, sono stati frenetici e pieni di eventi importanti. Dopo aver collaborato a New York con Moss, iconica (e ormai estinta) galleria/negozio di design, nel 2014 ha fondato Chamber che in breve è diventata una meta imperdibile per gli appassionati di design nella Grande Mela, presentando mostre in collaborazione con un dream team di curatori e designer che di volta in volta si davano il cambio. Nel febbraio 2017, al rientro negli Stati Uniti dopo un periodo all’estero, a García Mosqueda è stato impedito l’ingresso nel paese, nonostante vi avesse legittimamente risieduto, studiato e lavorato per un decennio. A causa dell’entrata in vigore delle discriminatorie e draconiane riforme politiche sull’immigrazione volute dall’amministrazione Trump, García Mosqueda ha chiuso Chamber pochi mesi dopo, ma si è preso presto una sonora rivincita. Nello stesso anno è rientrato negli Stati Uniti per studiare teoria e filosofia (del design) alla Harvard Graduate School of Design; ha curato No Thing, apprezzatissima esposizione collettiva tenuta alla galleria newyorchese Friedman Benda; e ha lanciato l’innovativo programma Quick Tiny Shows.

Con questo grande precursore abbiamo parlato di gioia, delle lezioni imparate e di quel che si profila all’orizzonte.

Dopo essere stato respinto all’ingresso negli Stati Uniti nel 2017, come si è riorganizzato e come ha deciso le sue mosse successive? Che effetto ha avuto su di lei quest’esperienza?

È stata la conferma di qualcosa che sentivo già da qualche tempo, cioè del fatto che non volevo avere la mia residenza principale negli Stati Uniti. Ovviamente, restano preziosissime tutte le relazioni personali e professionali che ho intessuto nei dodici anni da me trascorsi in quel paese. L’America Latina e l’Europa, però, sono molto più in sintonia con i valori a cui tengo di più.

Quali sono le cose che le procurano più gioia, sul piano professionale e/o personale?

Sul piano professionale, il momento in cui si conclude un progetto e si può riflettere con i collaboratori sul lavoro fatto. Anche se non sempre il risultato è perfetto, fare, rifare, analizzare e rianalizzare sono le cose che rendono la vita interessante. L’idea che un risultato sia solo una tappa di un processo in divenire mi ha aiutato a tenere sotto controllo la mia ansia. La mia vita professionale è intrecciata a quella personale, perciò quel che mi dà gioia nella professione si riflette sul piano personale, e viceversa.

Qual è l’approccio cosciente con cui persegue la sua gratificazione personale nel campo del lavoro?

Come dice Slavoj Žižek, «perché essere felici, se si può essere interessanti?». In giro, c’è tanto pensiero positivistico e improntato all’auto-aiuto che è eticamente sbagliato e nocivo alla società. Io cerco soltanto di fare il mio mestiere promuovendo le opere che più mi appassionano. È una cosa che dà senso alla mia vita, una ragione per alzarmi dal letto.

Quale ruolo ha la collaborazione nella sua personale ricerca della felicità?

Come curatori, è impossibile operare nel mondo senza lavorare a stretto contatto con gli altri. È un fatto radicato nella pratica, e non c’è nulla di meglio, se si è capaci di apprezzare il valore aggiunto apportato da ogni più piccolo contributo, a tutti i livelli. Il delicato lavoro di selezionare altri curatori, designer del prodotto, architetti e graphic designer, allo scopo di creare un nuovo linguaggio visivo, è estremamente gratificante. Con Chamber abbiamo dimostrato di saperci fare.

Come descriverebbe il tratto unificante della sua carriera, almeno fino a questo momento?

Nel corso degli anni, la mia ossessione per i nostri oggetti personali mi ha portato a scoprire tante cose, non solo sulle relazioni affettive ed evocative che noi instauriamo con gli oggetti materiali che ci circondano, ma anche sulla vita degli oggetti al di fuori della percezione umana, ossia sulla «biografia» degli oggetti. Naturalmente, questo percorso non mi ha portato a risposte univoche, bensì piuttosto a ulteriori domande: un mondo totalmente speculativo, insomma.

Come procede quando deve scegliere designer e altri professionisti con cui collaborare?

Di solito, ho in mente una mia idea generale, un programma, per così dire. Il più delle volte, però, le collaborazioni nascono da incontri casuali con persone interessanti. È facile per un curatore affidarsi a vecchi amici. Io credo che la sfida consista nella ricerca di nuove opportunità, fuori dalla nostra comfort zone.

Qual è la lezione più importante che ha imparato negli ultimi cinque anni?

Ho scoperto che sono felice solo quando passo il cento per cento del mio tempo a parlare di design e di architettura. È un’ossessione un po’ strana, ma tutto il resto mi sembra privo di interesse.

Con Chamber e ora con Quick Tiny Shows lei ha offerto un approccio innovativo al format della galleria d’arte tradizionale. Che cosa l’ha spinta ogni volta a fare cose in modo un po’ diverso? Ritiene che la struttura della galleria tradizionale sopravvivrà ancora per poco?

Non ho mai avuto interesse per i lavori destinati soltanto ai plutocrati del mondo. Le gallerie si rivolgono spesso a un numero ristrettissimo di clienti: l’uno per cento dell’uno per cento, che può pagare per avere spazi dotati di una sacralità fasulla. Paola Antonelli e Murray Moss condividevano la mia posizione. Le loro iniziative hanno sempre avuto una finalità più sincera. Con Chamber abbiamo cercato di aprirci ad altre discipline e ad altri interessi. Prima dell’avvento di Instagram. Quick Tiny Shows porta quest’idea persino oltre, e sebbene i prototipi vengano di fatto messi in vendita, l’aspetto commerciale non è sicuramente quello prevalente. Questi fulminei esperimenti si fondano sui principi dell’accelerazionismo, secondo una strategia che spera di velocizzare il concetto di mostra fino all’auto-distruzione e al collasso del mercato dell’arte. La speranza è che, alla fine dei QTS, si possano avere soltanto idee, senza un mercato per venderle.

Qual è l’aspetto di Quick Tiny Shows di cui più va fiero?

Sono fiero di aver fondato con Ries uno spazio per la riflessione e la sperimentazione in un paese [come l’Argentina] che offre pochi finanziamenti, se ne offre, per le iniziative culturali, un paese con un’inflazione al 57 per cento e strutture industriali e tecnologiche precarie. Sono fiero di aver dato vita a un progetto che si interroga su quel che facciamo noi, invece di adattarsi semplicemente alle condizioni imposte dal contesto. Sono fiero di suscitare interesse in altri paesi e, in prospettiva, di stimolare un dibattito internazionale. Abbiamo ancora molta strada da fare. Di recente, ci siamo incontrati per definire i nostri obiettivi, e abbiamo progetti ambiziosi. Siamo interessati a gesti minimi, ma capaci del massimo impatto. Vedremo che cosa ne verrà fuori.

A che cosa sta lavorando, al momento? Ci parli del suo prossimo grande progetto.

Non è grande, è minuscolo! Stiamo lavorando a una nuova mostra con uno studio d’architettura che ha sedi in Belgio e in Argentina. Non ha mai pubblicato i suoi lavori e non ha un account su Instagram. Sta appena cominciando a formulare un nuovo ethos; è una cosa per me entusiasmante, perché in questo modo mi ritrovo coinvolto a fondo e posso aiutarli in questa importante ricerca. Sarà un’iniziativa legata allo spazio, più che all’oggetto. Poi, stiamo organizzando anche la nostra prima mostra in un museo, e ovviamente sarà rapida (quick) ma non minuscola (tiny). Il tema è l’architettura per le forme di vita vegetali. Durerà un giorno solo, ed esplorerà il nostro rapporto domestico con la natura, mettendo umani e piante su un piano di parità ontologica.
Per finire, a settembre, torneremo a partecipare alle fiere internazionali. Abbiamo scelto Nomad Venice come tema per la prossima mostra da Chamber. Esporremo opere nuove, appositamente commissionate, di Rodrigo Bravo, Ries, Müsing-Sellés, Jumbo e Objects of Common Interest. Non vedo l’ora. Ho anche cominciato a espandere la mia attività nel design di spazi e nei media. Presenteremo presto anche questi nuovi progetti.