Julie Richoz, classe 1990, mostra il progetto Tapis (2014) un tappeto in cotone e rafia realizzato in collaborazione con l’antica Manufacture Cogolin - Credits: Ph. Louise Desrosiers
Storytelling

In conversazione con Julie Richoz

La semplicità. Come stato di grazia, nel quale ogni cosa sembra necessaria e unica. Ma anche come effetto di una sapiente articolazione degli elementi, di una composizione.

Secondo la formula di Robert Morris, la semplicità della forma non si traduce in un’eguale semplicità nell’esperienza. E quella che anima gli oggetti della designer svizzera Julie Richoz è luminosa: niente di ascetico, bensì un’intensità sensibile.

Equilibrio e leggerezza, che rivelano una tensione magica tra pieno e vuoto, visibile e invisibile, linea e volume, materia e forma. Julie Richoz ci ha accolto nel suo atelier di Belleville, a Parigi. Dopo il diploma all’Ecal di Losanna e il gran premio del Festival di Design di Hyères, ha iniziato a collaborare con editori come Alessi o Artecnica. Ma anche con manifatture storiche, come la Cité de la céramique di Sèvres e il Research Center on Art and Glass CIRVA di Marsiglia.

Dove si posiziona per te il design, dal lato della produzione industriale o dell’artigianato?

Vedo più una forma di continuità che di differenza tra i due modi di produzione. Nei due casi, sono affascinata dal savoir faire, dalla passione e precisione nella manipolazione dei materiali: l’abilità tecnica nell’artigianato, le prodezze tecnologiche dell’industria. È vero che, quando ho lavorato con le manifatture, la produzione non aveva una finalità commerciale, l’idea era di realizzare dei pezzi unici, in un contesto aperto alla sperimentazione, mentre, quando lavoro per una marca, devo seguire un protocollo e delle norme più precise. Nei due casi, mi sento a mio agio.

Le ceramiche Nelumbo che hai prodotto con la manifattura ceramica di Sèvres, posate su una base ridotta, quasi invisibile, sembrano sospese, come se galleggiassero nel vuoto...

L’effetto non era previsto all’inizio. Pensavo che le coppe, per trovare un equilibrio stabile, si sarebbero posate su un lato. Ma quando ho scoperto per la prima volta il prototipo sugli scaffali di Sèvres, ho visto che rimaneva in questo stato di sospensione. È stata decisamente una bella sorpresa! È un equilibrio che ha qualcosa di magico.

Applicare un metodo in ogni progetto, definire una procedura specifica per ogni occasione, lasciarsi guidare dalle proprietà dei materiali o indagare la giusta proporzione con il disegno. quale strada percorri per definire una forma?

A volte ci sono idee o immagini che sono già là, nozioni di ritmo, giochi di linee, di spessori, tratti, come dei motivi che ho voglia di trasformare in oggetti, come un repertorio di forme che si declina in diversi progetti e che a ogni tappa si rinnova. Nel progetto dei vasi Oreilles realizzato con il centro di ricerca sul vetro CIRVA, i due elementi in vetro si sovrappongono, producendo una forma che ricorda un orecchio. La stessa forma si ritrova nella lampada Skyline che ho appena realizzato per Louis Poulsen, in cui delle lastre curve di metallo si ricoprono parzialmente. Ma se con Oreilles questa forma mette in valore un contrasto di colore, nella lampada, tutta bianca, anima un contrasto di luci e ombre. Questi motivi ricorrenti non sono delle vere e proprie costanti, ma creano dei richiami tra gli oggetti.

Per la collezione di contenitori in metallo Thalie per Artecnica, la tua fonte di ispirazione nasce da un libro.

Per la precisione un manuale degli anni 40, che ho trovato in un mercatino delle pulci di Bruxelles, sui lavori tessili destinati “alle dame”. Mi ha ispirato non solo per le immagini e per l’aspetto grafico delle illustrazioni, ma anche per le tecniche descritte, come l’uncinetto o il pizzo. Il mio progetto era di lavorare allo stesso tempo sul tessile e su una tecnologia di découpe chimica di fogli di metallo molto sottili. Da un lato c’è qualcosa di estremamente delicato in questa lavorazione del metallo, che ne avvicina i risultati alle figure delle lavorazioni tessili. Dall’altro, l’aspetto desueto del libro e delle sue tecniche, l’evocazione del lavoro delle casalinghe in una cultura del passato, crea un contrasto suggestivo con la tecnologia contemporanea di alta precisione.

Una nozione mi sembra particolarmente importante nel tuo lavoro, l’equilibrio. Penso agli elementi lari del portaoggetti da scrivania Fierzo per Alessi, che appaiono come in uno stato di delicata tensione. O alla lampada a sospensione Dyade di Galerie kreo...

La nozione di tensione è in effetti giusta. Il fatto di introdurre una certa tensione, fisica o visiva, tra gli elementi che compongono l’oggetto, attribuisce una forza di attrazione. L’oggetto è là, in equilibrio, ma può, in qualsiasi momento, ribaltarsi o muoversi. Come nel caso della lampada Dyade, che ha la stessa struttura dei Mobiles, le sculture sospese inventate dallo scultore Alexander Calder. Anche il portaoggetti Fierzo risponde alla stessa strategia: le linee producono una tensione nella forma, che gioca sull’opposizione tra pieno e vuoto. In modo sorprendente, il vuoto, incorniciato dalle asticelle metalliche, appare in primo piano, acquistando una certa potenza visiva.

A sinistra, uno dei cilindri in carta tagliata al laser della scultura Armand, realizzata per la galleria londinese Libby Sellers; a destra, Julie ritratta nell’atelier dove esamina progetti di ricerca e commissioni private di gallerie e brand - Credits: Ph. Louise Desrosiers
Accanto a un cilindro di Armand, i contenitori in metallo Thalie e sullo sfondo i disegni per i vasi Oreilles (2013) - Credits: Ph. Louise Desrosiers
A sinistra, il disegno di uno dei vasi in vetro Coques (2013); a destra, sullo sfondo, il portaoggetti Fierzo (2012) per Alessi - Credits: Ph. Louise Desrosiers
La lampada a sospensione Skyline (2016) realizzata per l’azienda d’illuminazione Louis Poulsen. Julie lavora spesso con manifatture artigianali e marchi affermati. Tra i tanti sta collaborando con Marlo & Isaure, giovane brand con base in Tunisia - Credits: Ph. Louise Desrosiers

Un’altra caratteristica che colpisce nei tuoi oggetti è la semplicità, sinonimo di leggerezza e densità. Come si conquista?

All’inizio di un progetto, ho voglia di includere molte cose diverse. Poi, progressivamente, riduco all’essenziale, cercando di mantenere solo gli elementi necessari affinché l’oggetto possa essere più leggibile, e il suo messaggio più chiaro.

A proposito di messaggio: pensi che il design ne porti uno? Certe poetiche concettuali rivendicano un discorso, considerano il progetto un mezzo di comunicazione. Mentre il tuo lavoro sembra piuttosto scegliere la via dell’attenzione agli elementi sensibili: la forma, i materiali, sembrano avere la precedenza rispetto al discorso.

Penso piuttosto a una forma di discorso astratto. Se avessi voluto trasmettere un messaggio testuale, avrei scelto un altro mezzo di espressione. Ci sono dei mezzi più diretti per far passare un messaggio preciso, come la scrittura. I messaggi che ho voglia di far passare sono in effetti legati a delle sensazioni, e in questo senso, a una libertà di interpretazione. Mi piace l’idea che ci sia una certa apertura in ciò che i miei oggetti offrono come messaggio, come una proposta nella quale ci si può proiettare.

L’oggetto Armand di Gallery Libby Sellers, con le sue linee brillanti di colore, sembra rivendicare esplicitamente una funzione decorativa, come una piccola scultura di carta. Presentandolo, cito letteralmente, hai scritto che si tratta di un “oggetto destinato ad arricchire un ambiente”. Come consideri il rapporto tra design e decorazione?

Non mi sembra che ci sia contraddizione tra i due termini. C’è sempre una dimensione decorativa, anche negli oggetti che ne reclamano l’assenza, anche negli oggetti che sembrano diretti esclusivamente dalla funzione. Personalmente mi interessa la capacità che ha un oggetto di creare o trasformare un ambiente, come un agente atmosferico.

Questa riflessione sull’ambiente, sulla capacità dell’oggetto di influenzare l’interpretazione di un luogo e di assumere dei valori affettivi o culturali, è tenuta presente nei tuoi progetti?

È una parte importante nel lavoro di un designer. Dipende dai progetti, ma in generale non penso spontaneamente al contesto in cui un oggetto si inserirà. Anche se è evidente che è possibile dare un giudizio diverso dello stesso oggetto, se è presentato da solo in uno spazio neutro, oppure incluso in un ambiente particolare, pubblico o privato, in cui prende tutto il suo senso. Ma, a parte casi di commissioni specifiche, non è realmente possibile per il designer prevedere in quale situazione potrà trovarsi l’oggetto una volta acquisito, o a che tipo di persona potrà appartenere. Per il momento, nei miei progetti uso me stessa come punto di riferimento.

A cosa stai lavorando attualmente?

Ho appena realizzato degli oggetti in ceramica per un giovane brand. E ho cominciato una collaborazione con Louis Vuitton. Ma cerco sempre di preservarmi del tempo per fare ricerca, per sviluppare progetti più liberi e più personali.

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