Ritratto di Claudio Luti presidente della Kartell e dal 2017 alla guida del Salone del Mobile di Milano - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

Alla maniera di Kartell

Una fabbrica arancione, bella come un giocattolo nuovo. Te la trovi davanti appena fuori dallo svincolo della provinciale per Noviglio, periferia lombarda piatta e operosa a mezz’ora d’auto da Milano. Nel giardino è cresciuta una poltrona di mortella, abilmente sagomata dalle mani di forbice dei potatori: è la Bubble Club di Philippe Starck, uno dei bestseller di Kartell. Che è anche uno dei pezzi preferiti dai contraffattori. Soprattutto cinesi. «Siamo fra i più copiati al mondo, e difendersi è difficile», si lamenta Claudio Luti, presidente della Kartell e patron del Salone del Mobile. Dopo aver gestito per undici anni la maison Versace come amministratore delegato, quando ne è uscito, nel 1988, ha comprato la Kartell, che apparteneva al 50% a suo suocero Giulio Castelli, l’ingegnere chimico che l’aveva fondata con la moglie Anna Ferrieri, architetto, nel 1949. Oggi, al timone di una delle aziende più iconiche del made in Italy, Luti conduce la sua crociata contro chi satura il mercato con repliche low cost di bassa qualità.

Alcuni dei pezzi più celebri e più contraffatti di Kartell. Dall’alto lampada Fly di Ferruccio Laviani, vassoio Dune di Mario Bellini, poltrona Louis Ghost di Philippe Starck e sedia Maui di Vico Magistretti. - Credits: Ph. Mattia Balsamini

Quando esplode il fenomeno dei falsi di design?

Ho preso in mano la Kartell negli anni 80, e il nostro processo industriale, già allora molto sofisticato, funzionava da barriera all’ingresso anche per i falsari. Col tempo, la tecnologia ha reso accessibili a costi esigui tecniche produttive simili alle nostre: così i cinesi hanno creato gli stampi e hanno invaso il mercato. Dimostrando che l’Italia, come anche l’Europa, non sono in grado di arginare i fake.

Perché?

Gli Stati più forti dell’Unione Europea non producono: vendono. L’interesse dei commercianti tedeschi, olandesi, francesi è solo quello di proteggere il consumatore finale. L’Europa non ha una legge che obbliga a indicare il Paese di provenienza della merce, mentre negli Stati Uniti esiste da cinquant’anni. Il made in Italy è penalizzato, manca un made in Europe: sui nostri mercati si entra in totale libertà, senza nessun controllo.

Cosa succede se invece è Kartell a voler esportare in Cina?

Se faccio una lampada e voglio venderla in Cina, devo chiedere a Pechino di mandarmi due certificatori. Vengono nel mio sito produttivo per verificare gli standard di qualità, restano in Italia a mie spese per due settimane e poi, se i requisiti ci sono, tornano a casa e mi permettono di esportare nel loro Paese. I cinesi, invece, spediscono qui di tutto e nessuno dice nulla. Anche perché in Europa molti governi hanno grossi interessi commerciali con la Cina, e non vogliono creare motivi di attrito.

Poi c’è la questione dei dazi...

Questo è un altro problema. Chi esporta in Brasile, per esempio, oggi paga il cento per cento di dogana. Parlo del Brasile perché là adorano Kartell e tutto il made in Italy. I nostri distributori sono assediati dalle copie cinesi, e chi ha tentato di sensibilizzare i giudici, non ha mai ottenuto nulla.

Chi sono i falsari più aggressivi?

I cinesi restano i più competitivi. Ma non bisogna dimenticare che la copia in Cina è considerata eticamente corretta, perché si ritiene che il fake svolga una funzione democratica, di educazione alla bellezza a prezzi popolari.

Come mai il falso costa meno?

Per i contraffattori il cosiddetto primo prezzo (e cioè la somma dei costi della materia prima, dell’ammortamento delle macchine e del lavoro) è simile al nostro. La differenza la fanno i nostri esborsi per la ricerca, il designer, la distribuzione, il packaging, oltre alle tasse e ai costi fissi per tenere aperta l’azienda. I cinesi, invece, si fermano al primo prezzo: non imballano neppure, e il resto è tutto guadagno. Per questo il fake costa decisamente meno.

L’oggetto Kartell autentico da che cosa si riconosce?

A un occhio attento il falso appare decisamente meno curato nei dettagli, meno rifinito. I materiali possono sembrare simili, ma in realtà sono di qualità scadente. Da qualche anno sui nostri pezzi abbiamo iniziato a stampare il nome Kartell in rosso. I clienti ce l’hanno chiesto, per avere una garanzia in più.

Preferire l’oggetto autentico è anche una questione culturale...

L’educazione al vero e alle regole va insegnata già ai bambini. Anch’io spiego alle mie nipoti che se un imprenditore ha investito denaro in ricerca, va ricompensato. Del resto, i produttori italiani sono fra i pochi ancora capaci di dialogare con i progettisti, assumendosi il rischio dell’innovazione. Per dire: il policarbonato trasparente applicato al design lo abbiamo inventato in Kartell; guardavo gli scudi dei poliziotti americani, che erano molto resistenti, anti pallottola, e ho chiesto a General Electric se quel medesimo materiale potesse essere usato per produrre mobili. Poi ci hanno copiato tutti. Siamo stati i primi a usare la fibra di carbonio nelle sedie, adesso stiamo studiando la bioplastica... La creatività è dappertutto, ma solo in Italia abbiamo tutto ciò che serve per trasformarle in prodotti d’eccellenza.

Come vi difendete dai falsari?

Ho un avvocato che lavora solo per difenderci dalla contraffazione. Nel 2015 per la prima volta un giudice cinese ha individuato un’azienda, ha sequestrato due stampi e li ha fatti distruggere, ed è stata una vittoria storica. Di recente è stato bloccato un container con 3.000 false sedie Kartell tutte uguali chiaramente destinate al contract... Purtroppo sono ancora successi isolati. Come imprenditore non posso andare sempre da solo a fare battaglie legali: vorrei sentirmi supportato dalle Istituzioni. E poi, servirebbero degli accordi con i distributori stranieri: quando uno apre un mall o un sito di vendita online, se tiene gli originali, deve impegnarsi a rifiutare le copie.

La contraffazione più pericolosa?

Il danno più subdolo è quando ti copiano la dinamica aziendale: le fiere che fai, la comunicazione. Per questo dobbiamo andare in giro per il mondo a far vedere che siamo bravi a fare impresa. È lo stile d’impresa a renderci unici. Una rappresentanza governativa alle spalle ci darebbe più forza. E ribadirebbe il ruolo strategico del design per l’Italia e per l’Europa.