Villa La Sfacciata prende il nome da una singolare caratteristica: la facciata principale e la secondaria sono identiche e non vi è perciò gerarchia. - Credits: Foto: Filippo Bamberghi
Davanti alla libreria Sapiens di BBB ITALIA, il divano e la sedia barcelona di KnolL; a parete un collage originale di superstudio (Alessandro Poli). - Credits: Foto: Filippo Bamberghi
Pino Brugellis e Stella Targetti ritratti in una delle stanze de La Sfacciata, villa del XV secolo arroccata sui colli fiorentini. - Credits: Foto: Filippo Bamberghi
Nel giardino di villa La Sfacciata fronteggiano i cipressi secolari due grandi sculture di arnaldo pomodoro. - Credits: Foto: Filippo Bamberghi
Storytelling

La Sfacciata

È metà novembre, il cielo è terso e il sole è ancora caldo. Lo scenario che si presenta davanti è da film, di quelli “garbati” alla Guadagnino: un luogo surreale, immerso nel verde dove tutto è al suo posto, niente stride. Pini secolari svettano alti e un lungo viale alberato si nasconde dietro un grande cancello di ferro. Alla fine della strada, una figura slanciata è pronta a accogliermi.

Mani poggiate sulla balaustra di pietra, occhiali da sole scuri, dolcevita grigio e giacca antracite. Alle sue spalle, circondata da una brezza che a contatto con il sole crea una sorta di aura magica, si erge spavalda Villa La Sfacciata: «Porta questo nome non a caso», – ha inizio così il racconto di Pino Brugellis, architetto, curatore, collezionista, (un po’ filosofo per passione): «È stata soprannominata così dai fiorentini perché è spudorata. Guarda! Domina sia Firenze che altri tre comuni limitrofi». Dando le spalle alla villa, lo sguardo si perde nelle sfumature di verde dei colli e in lontananza si riconosce Scandicci, poi San Casciano, l’Impruneta e infine la Certosa, e a cascata una miriade di tetti da cui svetta la cupola di Brunelleschi. «Nel 2015, in questa parte del giardino, in direzione di Santa Maria del Fiore, abbiamo riprodotto la cupola gonfiabile progettata nel 1968, e mai realizzata, dagli UFO. Questa non è stata l’unica iniziativa culturale che abbiamo organizzato qui», prosegue Pino mentre passiamo davanti alle sculture bronzee di Arnaldo Pomodoro. «Alla fine degli anni 90, Paolo Targetti ha rilevato la villa e ne ha fatto al tempo stesso una residenza per la propria famiglia e la sede della Fondazione Targetti, mescolando cultura e vita quotidiana senza soluzione di continuità. La Fondazione si occupava di organizzare e ospitare workshop e laboratori con artisti emergenti e light designer, conferenze dei più grandi architetti (da Yona Friedman a Elizabeth Diller e Ricardo Scofidio) e concerti di musica».

Una volta lasciato il giardino, varchiamo uno dei tanti ingressi di questa villa ribattezzata Sfacciata per la sua posizione, ma soprattutto perché non esiste una gerarchia tra facciata principale e secondaria; i prospetti liberi dagli annessi di servizio sono praticamente uguali: stesso numero di finestre, stesso ingresso con la scala in pietra. Una soluzione architettonica curiosa che fa da specchio alla sua storia, altrettanto singolare. «La Sfacciata è stata costruita nel 1428 per volere della famiglia Vespucci poi, verso la fine del Seicento, è passata agli Antinori. Eccoli qui ritratti», indica le pareti del soggiorno, disegnate da fastosi affreschi. «Il pavimento di questa stanza è l’unico non originale perché durante la Seconda Guerra Mondiale la villa è stata usata come base dai tedeschi e per via dei bombardamenti degli alleati, i soldati teutonici hanno fatto implodere la pavimentazione solo di questa stanza per distruggere la base radio che si trovata al piano inferiore».

Lasciati gli affreschi e scesa una lunga scala, lo scenario cambia: una scritta incisa su una piastra di metallo annuncia di essere arrivati nella galleria. A parete si susseguono opere d’arte dove la luce è protagonista, e un algido cemento lucido delinea pavimenti, pareti e soffitti. «Qui, oltre all’area espositiva, c’è la sala conferenze e una serie di stanze dove si svolgevano parte delle attività culturali. Al primo piano invece ci sono le abitazioni private».

Saliamo una ripida e stretta scala, di quelle con i gradini alti, a ricordare che si è pur sempre in un’architettura quattrocentesca, e approdiamo all’ennesimo cambio di ambientazione: cemento e affreschi lasciano il passo a mobili policromi laccati lucido, a collage di Alessandro Poli di Superstudio, fotografie e opere d’arte contemporanea. Alla fine di una labirintica infilata di stanze, eccoci in quello che Pino definisce il suo “pensatoio”: uno studiolo pieno di libri di filosofia, modelli di architetture mai realizzate e oggetti di design radicale, tra cui Rumble Sofa del 1967 di Gianni Pettena riprodotto per la mostra Utopie Radicali (2017). Ma anche da quassù, non si perde mai di vista il paesaggio che impudentemente regala La Sfacciata.